4 aprile 2009

La letteratura: art pour l’art o arte per l’uomo?

Qual è l’essenziale funzione della letteratura? E chi lo sa! Resta il fatto che alla scrittura, e generalmente a tutta l’arte, si addossa sempre il fardello d’essere portavoce virtuosa d’alcunché, ragion per cui ancora critici e studiosi ne discutono lungamente. Ecco le due risposte alla domanda che oggi sembrano più discordanti: quella che sostiene la purezza dell’arte fine a se stessa, e quella che, al contrario, scorge nell’arte un sigillo di moralità.


Innanzitutto un paio di premesse per difenderci da possibili fraintendimenti. Prima considerazione: in letteratura, il patto tra autore e lettore è sicuramente impari e sbilanciato a favore del primo, il quale scaglia il suo pensiero sull’altro privandolo di qualsiasi diritto di replica, ad eccezione della diserzione della lettura stessa. Ogni autore, dunque, innegabilmente manovra l’informazione, e per questo si ritiene che debba avere certe responsabilità verso il suo interlocutore. Seconda considerazione: nonostante la funzione della letteratura cambi in rapporto al contesto di riferimento, resta immutabile il suo potere, aldilà di ogni epoca o interpretazione (ce lo ricorda anche Umberto Eco che «ci sono dei poteri immateriali, non valutabili a peso, che in qualche modo pesano»). Del resto è lampante il contagio della letteratura nella nostra quotidianità quando ci paragoniamo a personaggi artefatti: siamo gelosi come Otello, abbiamo un dubbio amletico, possiamo avere un complesso edipico, un comportamento donchisciottesco o da dongiovanni. I personaggi letterari appartengono infatti alla nostra memoria collettiva, sono i prototipi della nostra esistenza.
Dunque, se la letteratura e i suoi autori hanno potere, come si è detto, in che modo si dovrebbe scrivere? E se la trasmissione delle opere - e con esse delle idee - è manipolata dallo scrittore, con un rapporto unilaterale privo di feedback, dovrebbe questi riflettere sul messaggio delle sue parole?
Guardiamo finalmente alle due idee più incompatibili, come già detto. La prima è pienamente idealistica e il suo più autoritario ambasciatore è stato Benedetto Croce, l’artefice di un’elaborata idea del valore autonomo dell’opera d’arte:

«Una terza negazione che si compie mercé la teoria dell’arte come intuizione, è che l’arte sia un atto morale; vale a dire quella forma di atto pratico che […] non è immediatamente utilitaria ed edonistica e si muove in una sfera spirituale superiore.»

Croce, com’è evidente, rivendica l'autonomia dell'arte sulla conoscenza e sulla morale perché crede che essa non debba dipendere dai criteri del vero e del bene. In qualche modo egli ripropone il concetto ottocentesco di art pour l’art che svincola l’arte da qualsiasi intenzione, compresa quella pedagogica.

Lontanissima dalla teoria crociana quella dell’arte come vettore di moralità; e arriviamo alla seconda visione di funzione della letteratura. I suoi sostenitori guardano al rapporto testo-contesto, alle ripercussioni della letteratura sulla realtà. Alfiere di questa idea è il nostro contemporaneo Cesare Segre il quale, sulla scia di Yehoshua e Booth, crede che «un libro può diventare un incitamento al male» e che invece dovrebbe contenere le «idee guida per il buon funzionamento del mondo in cui ci troviamo a vivere». Questa in sintesi la sua polemica.
L’idea di letteratura come arte per l’uomo è interamente condivisibile, utile e benemerita; ma l’immoralità di molti libri è tanto cancerogena?

Dimenticandoci di entrambe le ipotesi, osiamo ora un ragionamento, forse avventato ma non superficiale: anche l’arte fine a se stessa o i personaggi di romanzo più spietati potrebbero ben istruire la civiltà. I protagonisti di testi come La filosofia nel boudoir di Sade, Le relazioni pericolose di Laclos, Il conte di Montecristo di Dumas, Madame Bovary di Flaubert, Delitto e castigo di Dostoevskij, L’amante di Lady Chatterley di Lawrence, Tropico del cancro di Miller, e tutti gli altri non qui menzionati, non sono nocivi per un lettore medio capace di distinguere finzione e realtà, un lettore che può egregiamente ricercare la rettitudine e al contempo immedesimarsi con personaggi dissoluti. Quindi condotte brutali, costumi sessuali scellerati e menti torbide di molti personaggi possono avere un meritevole effetto pedagogico perché illustrano la natura intima e variegata dell’uomo, spingendolo così alla meditazione di sé. E allora l’astensione di opere immorali condurrebbe a un tristissimo lutto culturale e a una società analfabeta che rifiuta di riconoscere una sua parte, sì nera e crudele, ma congenita. Non potrebbe, invece, essere più pernicioso diffondere un inverosimile comune modo di fare e pensare, seppur mirante al bene? Si aggiunga un’ultima considerazione: la consapevolezza delle proprie mancanze e della varietà umana incoraggia qualità come il relativismo o la tolleranza del diverso, tutte virtù che guarirebbero la civiltà malata.

Insomma la letteratura tutta - morale e non, autonoma o meno - ha una funzione decisamente istruttiva perché fa luce sulla verità, e la verità può far strada ad un perfezionamento collettivo. Persino l’arte priva di parole potrebbe raddrizzarci tutti, come scrive Bufalino in un suo celebre aforisma: «Ho imparato a non rubare ascoltando Mozart.»

Mariangela Rametta

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