8 gennaio 2010

L’arte (proto)pop di Walter Sickert

Walter Sickert, foto di George Beresford

«Tutto è rappresentazione. Se reciti bene inganni gli altri, se reciti male inganni te stesso».
Sarebbe piaciuta a Walter Sickert questa frase che Zhang Yimou mette in bocca ad una sua attrice in Lanterne rosse - se avesse potuto udirla, cinquant'anni dopo la sua morte.


Sickert nasce a Monaco di Baviera nel 1860, da un padre metà tedesco e metà danese e da una madre anglo-irlandese. Quando aveva otto anni tutta la famiglia si trasferisce a Londra e qui, dopo un'indifferenza iniziale, si dedica con passione alla pittura. Suo padre e suo nonno avevano reiterate confidenze con le tele che non hanno impedito al giovane Walter d'intraprende una propria strada, prima lavorando presso lo studio di Whistler (anche lui trasferitosi a Londra) e poi, nel 1883 quando si trasferì per alcuni anni a Parigi, nello studio di Degas e di Pisarro. L'incontro con la pittura francese sarà per lui, come per chiunque altro ne entrerà a contatto in quegli anni, decisiva.

Tornò a Londra mettendo a frutto gli insegnamenti ricevuti e diventando un nome di spicco degli impressionisti inglesi. Ma sarà solo nel 1909, dopo aver girovagato tra Parigi, Venezia e Dieppe, che Sickert, nuovamente a Londra, darà vita al Camden Town Group.

L'intensa relazione che le sue tele vivono col mondo della miseria e degli emarginati deve senza dubbio alla ricerca dei francesi e ha procurato più di una volta, a lui e al suo gruppo, l'appellativo di neo-realisti. Ma l'opera di Sickert si stacca decisamente dagli altri componenti del gruppo di Camden (a cui presero parte anche il futuro vorticista Wyndham Lewis e Lucien Pisarro, il figlio di Camille) per la sua capacità di lavorare su un concetto molto moderno e fino ad allora poco praticato: l'ambiguità dell'immagine. In una della sue tele più note, L'Affaire de Camden Town, Sickert dipinge una stanza modesta e una donna riversa sul letto, completamente nuda; di fronte a lei, in piedi, un uomo la scruta pensieroso. Il titolo originale del quadro (e anche la traduzione che spesso in italiano se ne è data, L'assassinio di Camden Town), sembra suggerire un delitto, magari uno strangolamento e una violenza carnale. Ma Sickert ha successivamente ridipinto la stessa scena dandogli titoli differenti: Come faremo per l'affitto? e Pomeriggio d'estate, titoli che, sebbene descrivano situazioni completamente differenti, possono perfettamente attribuirsi all'immagine prodotta. La donna a letto potrebbe essere morta, ma potrebbe anche aver deciso di girarsi, opponendosi al tentativo del marito di discutere dei soldi dell'affitto, o sonnecchiare in un pomeriggio d'estate.

W. Sickert, L'affaire de Camden Town, 1909

Sickert continuerà a sperimentare sul tema dell'ambiguità dell'immagine ancora: «se il soggetto di un quadro potesse essere trattato con le parole, non ci sarebbe stato bisogno di dipingerlo». Caratteristica dell'immagine è dunque la sua "imprecisione", la sua incapacità d'essere univoca; pensiero perfettamente allineato con una poetica pop che, forse non a caso, nascerà in Inghilterra negli anni Cinquanta. L'ambiguità domestica è presente anche in Ennui, ma sarà dopo la grande guerra che Sickert si lancerà in sperimentazioni ancora più decise. Col dipinto L'arrivo di Miss Earhart, la prima sorvolatrice dell'atlantico, con la quale la stampa internazionale cominciò a muovere i primi passi nel mondo del divismo, Sickert, con un colpo di genio, dipinge una scena che sembra un'istantanea scattata tra la folla che l'attende dove, paradossalmente, non v'è traccia di Amelia Earhart. Sembra potersi sussurrare, come qualche anno prima aveva fatto Marinetti e come più tardi con enorme successo farà Mc Luhan, «il mezzo è il messaggio».



W. Sickert, Miss Earhart's Arrival, 1932 (dal sito Tate.org.uk)

Ma Sickert si spingerà oltre, e tra il 1936 e il ‘38 dipingerà Jack e Jill. L'ambientazione del quadro è quella di un cinema, luogo simbolo, soprattutto in quegli anni, della cultura popolare; ma Sickert sceglie un'inquadratura molto particolare e fa coincidere il perimetro del suo quadro con quello del film proiettato sullo schermo. Il film è Bullets and Ballots, e il fotogramma che Sickert riproduce è un primo piano dei protagonisti, Edward Robinson e Joan Blondell. La tela rappresenta dunque una singolare immagine in bianco e nero; l'artista riproduce "meccanicamente" come la fotografia d'una rivista. Il quadro sparisce e lascia il posto all'industria della produzione del divertimento di massa, l'artista è rimasto maciullato tra gli ingranaggi della contemporaneità.


Ma Sickert, la cui arte è stata tutta tesa a mostrare l'ambiguità delle cose, a «cercare di evitare il salotto e fermarsi in cucina», come ha scritto, a mostrarci che basta poco a ribaltare i giudizi, non avrebbe mai immaginato (o forse si?) che il suo rispettabilissimo nome (è stato presidente della Società degli artisti Britannici, membro della Reale Accademia) potesse essere accostato, dopo la sua morte, a quello di Jack lo Squartatore. Nessun riscontro, ovviamente, solo congetture, dubbi e ambiguità: quanto ha saputo insegnarci la sua pittura.

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