29 marzo 2010

Auguri don Gesualdo



Ieri sera alla Fondazione Bufalino, il luogo per eccellenza consacrato alla memoria del grande scrittore comisano, è tornata a riecheggiare, e ne era testimone una luna curiosa sopra la cupola della Chiesa Madre di Comiso, la voce di Gesualdo Bufalino. L’occasione è stata la proiezione della prima del film documentario Auguri don Gesualdo di Franco Battiato, preceduta dagli interventi di Nunzio Zago: ordinario di letteratura italiana all’Università di Catania nonché amico e collaboratore di Bufalino, e il professore Giuseppe Traina: conoscitore dell’opera Sciasciana e Bufaliniana, con la partecipazione di Battiato - raggiunti nella seconda parte della serata - poco prima della proiezione del documentario - dal Maestro Piero Guccione - colui che nel documentario dà una preziosa testimonianza d’amico sull’amico «Dino» (nome con cui Gesualdo si firmava nelle epistole) raccontando aneddoti e aspetti che ce lo riportano fra noi, sempre più vivo, sottolineando l’uomo coltissimo ed esistenziale quale era, nonché collezionista di ricordi, seduttore di spettri.

Finalmente, quindi, un audiovisivo totalmente dedicato al grande Untore, che molti bufaliniani gridavano da tempo, specie la nuova generazione che non ha avuto la possibilità di conoscerlo di persona, tanto meno di visionare filmati che lo riguardassero, buona parte dei quali custoditi dalle Teche Rai - che Battiato ha portato alla luce - anche se alcuni di questi nella misura di frammenti: preziosissimi contrappunti alle interviste fatte, oltre ai già citati Zago e Guccione; a Elisabetta Sgarbi, Imbalzano, Caputo, Collura, di Grado, Iemulo, etc. che ci delineano in una somma univocità la grandezza del nostro beniamino, evidenziando le caratteristiche di una figura che anche dopo la morte ci stupisce, c’illumina, non solo con le sue opere più conosciute, magistralmente gemmate, ma anche se non principalmente secondo talune prospettive, con la sinfonia dei suoi motti, aforismi, solicismi, elzeviri, saggi; la moltitudine insomma, tutta, delle sue voci e forme d’espressione, dettate dal suo essere ed essere esigente anche verso il suo produttivo mal di vivere, la sua sapienza, la sua rigorosa e alle volte volutamente scanzonata arguzia d’indagine nelle pieghe dell’esistenza, invitandoci sovente allo stupore delle cose, e perché no, allo stupore dello stupore, aiutandoci come dice Zago: «ad integrarci e a rivelarci una vitalità capace di resistere alla piattezza omologata a cui la modernità sembra consegnata».


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