8 maggio 2010

La verità in frantumi: Romanticismo e Tradizione, un rapporto controverso

Abtei im Eichwald, C. D. Friedrich
Il movimento romantico è stato ad un tempo rivoluzionario e reazionario, multiforme e contraddittorio. Esiste però un osservatorio dal quale è possibile ricostruire alcuni aspetti che diedero forma e coerenza interna a questa fondamentale fase del pensiero europeo: è quello della philosophia perennis, lo studio delle scienze tradizionali. Ciò che il Romanticismo rifiutò e ciò che invece raccolse, costituisce il bagaglio con il quale l’Europa si è affacciata all’età contemporanea.


Il Romanticismo – come in molti hanno sostenuto – è stato un movimento molto vario fino al punto di diventare indefinibile. Una prospettiva poco utilizzata per tentarne una definizione è quello del rapporto che questo intrattenne con l’insieme dottrinale delle scienze tradizionali. Isaiah Berlin, nel suo saggio Le radici del romanticismo, delinea in poche parole questa controversa relazione: «Il Romanticismo spezzò il grande, unitario modello entro il quale in un modo o nell’altro l’umanità era vissuta: la philosophia perennis».
Con questo Berlin intende dire che il Romanticismo sovvertì quel sistema di valori secondo il quale l’universo era un insieme ordinato (kósmos) e per questo conoscibile, come voleva la grande tradizione millenaria religiosa da una parte, gnostica dall’altra. Gli esponenti del Romanticismo erano invece convinti che il mondo non fosse retto da alcuna struttura e che l’uomo non dovesse conoscere l’universo ma crearlo, individualmente e soggettivamente: crearne i valori, crearne le regole, dargli una forma. Di qui anche la convinzione che i miti bisognasse fabbricarli da sé, inventarli, perché la mitologia antica era “sorpassata”, inadatta al presente, troppo impegnata a cercare risposte universali e archetipi immutabili quando nulla v’era di universale ed immutabile, nell’ottica romantico-herderiana.

D’altra parte però il Romanticismo si pose anche in violenta contrapposizione con il clima razionalistico dominante nel ‘700, cioè con quel clima che vide il rapido declino della dottrina tradizionale, ravvisabile anche nel tentativo suicida dell’istituzione tradizionale occidentale più forte, la Chiesa Cattolica, di conformare il proprio dogma alle nuove scoperte tecniche e scientifiche razionaliste, spesso attraverso teorie fantasiose nelle quali dietro a personaggi o miracoli biblici venivano visti prodigi della chimica o dell’astrofisica. I presupposti anti-razionalistici del Romanticismo furono gli stessi implicati dal movimento pietista – corrente protestante contrapposta al luteranesimo - che attecchì in Germania come rivolta contro qualsiasi tipo di dogma oggettivante e che molto ispirò alcuni importanti esponenti romantici. Come scrive Berlin, rifacendosi al pensiero di Johann Gottfried Heder:

[...] non possiamo attingere insieme gli ideali più elevati di tutti i secoli e di tutti i luoghi. E siccome non possiamo far questo, l’intera nozione di una vita perfetta crolla – ossia la nozione secondo la quale esiste un ideale umano che è compito di tutti gli uomini perseguire, esiste una risposta alle domande di questa specie, come c’è in chimica o in fisica o in matematica.

Da questa concezione derivò un senso di spaesamento, di confusione non più risolvibile attraverso lo strumento che, nei millenni, era stato usato per giungere alla conoscenza del mondo e della verità: la contemplazione. La contemplazione, nella mistica, è definibile come «l’atteggiamento che svela il mistero delle cose [...] al culmine della contemplazione, raramente raggiunto, il contemplante si identifica con l’oggetto massimo, l’essere come tale».

Berlin, nella sua trattazione, commette l’errore di accostare scolastici, cristiani, Illuminismo e Positivismo, raggruppandoli in un unico calderone d’una ipotetica «principale tradizione occidentale» in virtù solamente della comune credenza in un ordine universale e della possibilità di capirlo e conoscerlo. È una mossa azzardata perché la prospettiva illuminista poggia su basi lontanissime dai metodi di conoscenza tradizionali, opera cioè ad un altro livello: non quello trascendente e sapienziale della contemplazione, ma bensì a quello immanente della tecnica. Elémire Zolla sostiene che ciò consegua all’avvento dell’era industriale della riproducibilità:

Nell’era illuministica [...] le merci industriali, sostituendosi ai prodotti artigianali, impongono la loro ideologia. Il loro uso esige una modificazione dei riflessi e, dietro ai riflessi, impone una modificazione dei pensieri. La merce industriale è infatti essenzialmente riproducibile, non ha niente di unico, di insostituibile. Non ha anima e abitua a concepire il mondo come cosa senz’anima. La filosofia illuministica dal canto suo sbarazza dalle menti l’idea che esista un’anima del mondo. Il mondo è un meccanismo.

L’affermazione secondo la quale il Romanticismo ha “spezzato” il modello della philosophia perennis è sicuramente corretta, ma rischia di essere fuorviante: la frattura era già stata creata precedentemente proprio dal movimento illuminista. Si può invece dire che il Romanticismo si configurò come un maldestro tentativo di porsi in continuità con la tradizione (si pensi al medievalismo di alcune correnti interne al movimento) che si proponeva di “spezzare” proprio il modello positivista (in modo particolare in Mitteleuropa e Gran Bretagna: in Italia il Romanticismo rimase principalmente di stampo positivista).
In sostanza si può dire che il Romanticismo europeo nacque in contrapposizione all’Illuminismo secolare, e innescò una vera e propria reazione ai “lumi” francesi, infatti si caratterizzò in modo opposto rispetto a quelli: la razionalità dei philosophes venne abbandonata. Nacque l’irrazionalismo.
L’irrazionalismo si esplica proprio nell’indefinito, nell’assenza di risposte o – ancora di più – in una verità del tutto relativa e soggettiva delle risposte. Il fulcro del discorso Romantico è quello evidenziato da Berlin: «l’unica cosa eterna è questo misterioso, pauroso processo che si svolge molto al disotto della soglia della coscienza. È esso che crea le tradizioni».

Il processo si svolge «molto al disotto della soglia della coscienza»: sembra quasi che la reazione al positivismo abbia portato nei cuori un desiderio di restaurazione di una weltanschauung tradizionale, che viene però equivocata: dalla sovra-razionalità della contemplazione (scrive Zolla: «chi adopera le parole senza contemplarne il senso è capace perfino di credere che la contemplazione sia qualcosa di irrazionale») alla ir-razionalità o, per meglio dire, alla sub-razionalità.
Ecco l’equivoco e l’enigma, dal quale discesero tutte le contraddizioni romantiche, a partire dalla considerazione ambivalente del passato storico. In Schiller, ad esempio, la “natura” – quasi sempre coincidente con “passato” - è vista come qualcosa da rimpiangere, una vita ideale tragicamente perduta,  che subisce però un processo di scavalcamento da parte della modernità perché in ogni caso: «la meta cui l’uomo tende mediante la cultura è di gran lunga preferibile a quella che raggiunge mediante la natura».

Questa ambivalenza portò alla formazione di diverse “scuole di pensiero” romantiche, tra loro spesso antitetiche: primitivismo, medievalismo e dandysmo. Da una parte il mito del buon selvaggio e il culto del Medioevo sono nutriti dal vagheggiamento di un’età dell’oro di spontanea emotività, non costretta da norme sociali (il wordsworthiano «traboccare delle emozioni»), di irrazionalismo libero, infuso di una religiosità intima e poetica. Dall’altra parte il dandysmo, soprattutto nelle sue forme terminali, sembra essere una catastrofica conseguenza dell’istanza “naturalista”, espressa da Schiller nella dottrina del “grande peccatore”:

Ci sono gli uomini i quali dicono che se la società è cattiva, se è impossibile far valere la giusta moralità, se tutto ciò che facciamo viene ostacolato, se non c’è niente da fare, allora abbasso la società, che vada in malora, che affondi: ogni delitto è lecito.

Se la società moderna è corrotta perché ha perduto irreversibilmente il suo stato naturale, e non c’è possibilità di recuperarlo, allora tanto vale andare alla rovina, spingere in prima persona verso la dissoluzione. Una dissoluzione disperata che trovava, nelle teorie “sentimentali”, motivo di orgoglio in un certo senso progressista: la vittoria sull’antico in virtù di una perfettibilità progressiva che questo non possedeva. Così nacquero ad esempio I masnadieri di Schiller e il demoniaco Karl Moor, quintessenza del “sentimento” moderno, assieme ad altri anti-eroi della schiatta del Werther suicida. È in questo senso che Zolla individua il vizio delle «restaurazioni romantiche»:

Peccarono dell’errore di ritenere infine che il passato vagheggiato fosse più puerile ed ingenuo. Di qui l’aria sentimentale e falsa: di chi vuole ricuperare il candore. Federico Schlegel diceva dei primitivi italiani che sui volti da loro dipinti c’era «quella fanciullesca e bonaria semplicità e limitata intelligenza che tendo a ritenere il carattere originario dell’uomo». In questa dichiarazione è la chiave dell’errore nascosto nel romanticismo. Esso crede a una crescita intellettuale dell’uomo nella storia che gli avrebbe però guastato la vezzosa ingenuità, l’amabile puerilità, la commovente fede;

Secondo Zolla ai romantici restò preclusa la comprensione della fede «come esercizio di volontà superiore».

Questo “vizio d’irrazionalità” esprime la differenza più sostanziale tra sistema di pensiero tradizionale e sistema di pensiero romantico: la quiete e la Sehnsucht. Il metodo di conoscenza tradizionale risiede nella contemplazione e nell’intuizione intellettuale che, per essere possibili, presuppongono uno stato di quiete che si traduce nella apatia dei greci, nel vuoto orientale, nell’otium cristiano, nel samadhi indù, nella povertà francescana e così via. È una rievocazione del mondo all’inizio, della genesi. La quiete, chiave di lettura della conoscenza tradizionale, viene significativamente sostituita, nel Romanticismo, con la Sehnsucht: l’anelito inesauribile, tormentoso, la volontà insoddisfatta di descrivere, di appropriarsi di un universo infinito, slabbrato in tutte le direzioni, senza un senso né un fine; la coscienza di una palude oscura ed insondabile, inconscia, una nebbia che alimenta sentimenti come la nostalgia e la paranoia.

Herder, pastore luterano pietista e profeta del Romanticismo, fu attratto da questa forma di misticismo che travisava i significati tradizionali, giungendo a derive “relativiste” del tutto inedite: «epoche diverse hanno ideali diversi, e ciascuno di questi ideali è, al modo suo, valido per il proprio tempo e luogo».

Tante sono le verità e tutte sono vicendevolmente incompatibili: è forse questa l’anima del Romanticismo, il suo nucleo coerente, che lo portò al tentativo di smarcarsi dal regno della quantità illuminista per tentare di restaurare l’imperio della qualità, frugando tra i cocci lasciati dal positivismo e prendendo in prestito arbitrariamente da questo e dalle dottrine tradizionali. Incapace di ricomporre i frammenti si arrese al semplice considerarli tutti contemporaneamente veri e di conseguenza incompatibili, senza voler più ricostruire alcuna unità, aprendo le porte ad un XX secolo che, dalla psicanalisi all’esistenzialismo, portò alle estreme conseguenze questo sistema di pensiero.

Alice Paccagnella

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