20 giugno 2010

La bolivia di Morales e il nuovo sogno latinoamericano

Evo Morales
  
Quando si pensa all’America l’immaginario collettivo è legato a scenari di grattacieli, di megalopoli come New York e taxi gialli che sfrecciano lungo le avenue a quattro corsie. Dopo una breve riflessione, e forse con una mappa sotto gli occhi, ci si rende conto che il continente americano è diviso in tre grandi aree geografiche: il nord, il centro e il sud.
Tre sistemi distinti, o quantomeno, un terzo di questa composizione geografica ricca e opulenta, e le altre due “in via di sviluppo” e subordinate alla ricchezza della prima.
Stiamo parlando ovviamente degli Stati Uniti (che non è l’”America” ma parte di essa) e il restante continente chiamato comunemente “latinoamericano”. Se noi adesso pensiamo non più all’America in todo bensì al territorio latinoamericano, non ci verrebbero in mente grattacieli e taxi gialli. Questa visione è sostituita da immagini di favelas, strade non asfaltate e criminalità. Accostando i due immaginari risulta evidente un nord ricco e sviluppato e un sud povero e disastrato. Per far in modo che il nord rimanga ricco, il sud non deve crescere, o quantomeno il nord deve fare in modo che non cresca per poter acquistare materie prime a prezzi convenienti, mantenendo contemporaneamente il “controllo” su quest’ultimi.
Questa è stata ed è la strategia, molto semplice e celata sapientemente all’opinione pubblica internazionale, che gli Stati Uniti hanno da sempre  adottato nei confronti dei paesi latinoamericani, cominciando proprio dal suo vicino di casa, il Messico, che ha una relazione di dipendenza nei confronti degli USA proprio per via dei volumi di esportazioni mossi verso quest’ultimi. Ovviamente non è il solo caso, storicamente in numerose occasioni gli Stati Uniti sono intervenuti direttamente per modificare l’assetto politico (qualcuno si ricorda cosa successe in Cile?) ed economico di diversi paesi latinoamericani. Purtroppo questa strategia di controllo e predominio sull’America latina ha da sempre ricevuto il benestare degli altri paesi industrializzati occidentali perché conveniente anche ai loro interessi commerciali e di sfruttamento. D’altronde chi vorrebbe mettersi contro una superpotenza mondiale? O chi vorrebbe tagliare i rapporti commerciali con i paesi ricchi? Qualcuno lo ha fatto, come insegna Cuba, ma nella maggior parte dei casi gli amici potenti si tengono stretti e si elargiscono favori per averli vicini nel momento del bisogno.

Questa regola della “convenienza” da diversi anni sembra essersi spezzata, qualcuno ha alzato la testa e ha detto basta alla sudditanza made in USA, intraprendendo un percorso di riappropriazione dell’identità culturale lontano, se non agli antipodi, degli schemi dettati dal capitalismo. In sud America è avvenuto un fatto storico politicamente senza precedenti: nel 2005 Evo Morales, campesino cocalero (contadino coltivatore di piante di coca) di etnia aymara diventa Presidente della Bolivia. È la prima volta nella storia di tutta l’America latina che un “indigeno” rappresentante della classe più povera ed emarginata, i cocaleros appunto, venga eletto Presidente con una maggioranza schiacciante in uno dei paesi più poveri del sud America (e quindi più soggetto alla speculazione dei ricchi). È esplicativo lo slogan del suo partito, il M.A.S. (Movimento Al Socialismo) che durante l’insediamento al Parlamento Nazionale recita: «Orgogliosi della nostra cultura, con i nostri vestiti e la nostra coca, per la prima volta nella nostra storia, campesinos, indigeni e popoli originari facciamo il nostro ingresso nel Parlamento Nazionale».

Gli Stati Uniti ovviamente cercarono di influenzare le scelte politiche del paese quando l’allora ambasciatore statunitense Manuel Rocha si permise di ricordare ai boliviani che se avessero eletto «coloro che vogliono che la Bolivia diventi un importante esportatore di cocaina, questo risultato avrebbe  potuto mettere in pericolo i futuri aiuti degli stati Uniti». Mossa quanto mai fallimentare perché dopo aver pronunciato questo discorso il M.A.S. crebbe di popolarità. Ma in Europa com’è stata recepita questa notizia? Nulla. Come sempre le “cattive notizie”, per i governi ricchi che si sentono minacciati, vanno celate, e questa incredibile conquista politica è passata in sordina nelle testate giornalistiche internazionali. La Bolivia di Morales è adesso la portavoce di una rete di paesi latinoamericani che stanno cambiando rotta rispetto al servilismo capitalista. Nazioni come il Venezuela di Ugo Chavez e l’Ecuador di Rafael Correa sono altre realtà che tentano di staccarsi dal cordone ombelicale economico con gli USA. Il primo passo verso questo nuovo contesto di riappropriazione dell’identità e del proprio territorio è stato messo in atto con la nazionalizzazione degli idrocarburi, in parole semplici significa che finalmente i paesi da cui si estrae il petrolio potranno guadagnarci qualcosa e non solo le multinazionali (ovviamente straniere) che hanno il diritto di sfruttamento. Altri importanti passi mossi sono la consapevolezza dell’importanza sia delle minoranze etniche di cui Morales è il principale portavoce, sia la gestione delle risorse naturali che vanno in contrapposizione al pensiero di sfruttamento economico indiscriminato. Durante la prima “Conferenza mondiale dei Popoli sul cambio climatico e i diritti della madre terra” svoltasi in Bolivia nella prima metà del 2010, il presidente Morales ha affermato che  «o muore il capitalismo o muore la madre terra». La linea politica dei paesi neo-socialisti è quindi nettamente definita e chiara, senza peli sulla lingua. Gli Stati Uniti e l’occidente guardano con preoccupazione questa nuova consapevolezza di autodeterminazione e affermazione culturale in sud America, sono chiaramente preoccupati per i propri interessi commerciali ed economici. Si staranno chiedendo se a lungo termine dovranno pagare il conto per i secoli di colonialismo (vecchio e nuovo) che hanno inflitto a questa parte del mondo, questione che nel cuore dei latinoamericani non è mai stata cancellata del tutto.


Un murales dedicato al leader Boliviano

Il programma politico a lungo termine del partito di Morales, tra le altre cose, esprime chiaramente questa volontà di riaffermazione tramite i seguenti punti:

•    Uguaglianza sociale delle etnie presenti in Bolivia.
•    Nazionalizzazione delle risorse energetiche rinnovabili.
•    Riconoscimento del sacrificio della nazione boliviana nei confronti dell'Europa e del mondo durante la colonizzazione.
•    Integrazione del patrimonio culturale e alimentare originale con quello europeo.
•    Lotta al neoliberismo.

Davvero l’America latina vuole liberarsi dal neoimperialismo statunitense o l’assetto di pochi paesi verso un socialismo anticapitalista è solo un altro focolaio destinato a spegnersi come avvenne per il sogno cubano? Al di là delle facili considerazioni o delle previsioni a lungo termine, qualcosa è oggettivamente cambiato, non solo nella classe politica locale ma soprattutto nei costumi delle persone. I latinoamericani non guardano più ai modelli statunitensi o occidentali come un “qualcosa a cui aspirare”, hanno capito che la propria cultura originale e le proprie tradizioni oramai quasi scomparse sono il nuovo modello da seguire o quantomeno da recuperare. Sono consapevoli che le risorse naturali non possono più essere sfruttate dalle multinazionali, ma solo tramite un programma di sostenibilità ambientale che è già parzialmente in atto in alcuni paesi. Hanno capito che l’America latina è loro e di nessun altro, e questa è già una grande vittoria. 


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