21 settembre 2010

Andrea G. Pinketts ricorda Claude Chabrol

La vita è un cortometraggio. Hai voglia di fare un kolossal ma non basta la pellicola.
Andrea G. Pinketts, Nonostante Clizia



Rien ne va plus. Fine dei giochi. Il maestro è morto. 

Claude Chabrol si è spento il 12 settembre, a 80 anni. Per ricordarlo abbiamo intervistato Andrea G. Pinketts, autore che condivideva col regista francese stima, amicizia e interessi.


  

Come vi siete conosciuti?

Il mio editore francese si chiama François Guérif, la casa editrice è Rivages (una delle case editrici più importanti di Francia) che ha sede nel quartiere latino. Io in Francia sono diventato – sai quella storia di nemo profeta in patria? – una sorta di mito, anche perché lì il polar, una sorta di nostro noir, ha privilegiato autori stranieri. Per farti un esempio: l’autore più popolare in Francia è Simenon, ma Simenon è belga e tu sai quanto i francesi prendano per il culo i belgi. Non solo, i francesi, essendo sciovinisti, hanno molti dubbi in tutto ciò che è italiano, perché noi siamo i loro cugini “inferiori” per certi versi, secondo lo sciovinismo francese. Quindi il fatto che io e Simenon – ma chiaramente non mi voglio paragonare a Simenon, anche perché Simenon scrive in francese – siamo stati accolti addirittura a braccia aperte, ma anche a gambe spalancate dalle femmine francesi – e la letteratura è femmina, non dimenticarlo! – significa che, evidentemente c’è qualcosa di estremamente cosmopolita nella mia letteratura. Ora, François Guérif era un grandissimo esperto di cinema, oltre che l’editore di Rivages, nonché amico fraterno e trentennale di Claude Chabrol. Direi quasi quarantennale, perché, anche se lui ha quindici anni di meno, è uno dei primi che ha scritto sulla Nouvelle Vague, su Godard, su Truffaut e su Chabrol, che sono i tre capostipiti dell’invenzione della Nouvelle Vague, che era il cinema che nasceva dai «Cahiers du cinéma» contro il “cinema di papà”. 
Tutti i libri che piacciono a Guérif lui li regala agli amici, e quindi anche a Chabrol. Quando è uscito Il conto dell’ultima cena in francese lo ha fatto leggere a Chabrol e lui ne è rimasto folgorato. 
Una piccola parentesi polemica: Il conto dell’ultima cena mi è stato recentemente scippato, come titolo, da Moni Ovadia, che ha intitolato una sua raccolta di barzellette yiddish col titolo del mio libro celeberrimo, per cui ho dovuto mandare una sorta di diffida. Chiusa questa parentesi polemica con Moni Ovadia. 
Chabrol si è entusiasmato de Il conto dell’ultima cena e abbiamo iniziato a sentirci telefonicamente. Non ci siamo mai incontrati fino al 2007, dopo dieci anni di telefonate, e finalmente ci siamo dati un volto quando abbiamo passato tre giorni come se fossimo stati dei commilitoni, al Festival del polar di Lione [Festival International Quais du Polar, n.d.r]. I due ospiti d’onore eravamo io e lui. Per cui abbiamo passato tre giorni in cui eravamo contemporaneamente: Stanlio e Ollio, Franco e Ciccio, Otello e Jago o John Wayne e Dean Martin in Un dollaro d’onore. Perché tutto ciò che ci eravamo detti per telefono finalmente ce lo siamo detti davanti e lo abbiamo detto per tre giorni, la durata del festival, a un pubblico entusiasta. 
Nel film L’innocenza del peccato, la madre della protagonista è una libraia, Chabrol mi fa un grandissimo omaggio (del quale non ero al corrente) in cui fa consigliare a un cliente della libreria Il conto dell’ultima cena dicendo che è un libro bellissimo di un italiano pazzo, o qualcosa del genere.

Ti aveva inquadrato perfettamente...
Si, si.

Quando si incontrano personaggi straordinari, e a maggior ragione quando questi personaggi ci sono in qualche modo familiari data la frequentazione della loro arte, al loro incontro inevitabilmente si rimane delusi, perché non corrispondono all’idea che ce ne eravamo fatti. Qual è stata la tua impressione di Chabrol?
Quando hai visto tutti i suoi film, poi lo senti per anni e anni al telefono, poi lo vedi ed è come se lo avessi già conosciuto precedentemente. Diciamo che dalla prima volta che ho bevuto con lui – lui era uno che amava la buona tavola e non disdegnava di finire le serate dopo una decina di bottiglie di vino con gli amici – è stato immediatamente piacevole. Poi era un uomo che aveva un grandissimo senso dell’umorismo; a un certo momento gli ho detto: «Senti ma se ti è piaciuto tanto Il conto dell’ultima cena perché non ne hai tratto un film?» E lui mi ha dato una risposta che è degna di lui, folgorante. Mi disse che anni fa voleva fare un film sui dischi volanti, se nonché la produzione è volata via esattamente come i dischi. Quindi, al di là delle volontà di un grande autore c’è lo scontro coi produttori. È stato un incontro entusiasmante. 
Chabrol è stato uno che ha trattato dei temi pesantissimi, da tragedia greca. Ne I cugini c’è l’incesto, ne Le donne facili la forza del male. Ne Il tagliagole c’è la storia di un serial killer. La sfida agli dei è Dieci incredibili giorni, tratto da un romanzo di Ellery Queen. Il romanzo era abbastanza mediocre ma lui lo ha reso un capolavoro, migliorando il romanzo. In Un affare di donne c’è l’infanticidio, l’uxoricidio ne I fantasmi del cappellaio, la follia ne Il buio nella mente, che è tratto da un romanzo di Ruth Rendell. Uno dei miei film preferiti di Chabrol è Trappola per un lupo, con Jean-Paul Belmondo, che è una delle sue migliori commedie nere. Perché se prima ti parlavo di tragedia, la forza di Chabrol è che lui stemperava con un grandissimo senso dell’umorismo trasformando la tragedia in commedia.

O anche il contrario se pensiamo a Le donne facili, che comincia come una commedia e finisce in maniera drammatica.
Certo, infatti era un grandissimo contaminatore.

Immagino che Chabrol sia stato un grande lettore di gialli e noir, avete parlato dei vostri gusti letterari?
Abbiamo parlato di tutto in quei giorni e a noi piaceva, più che l’autore in se stesso, gli autori che riuscivano a creare una sorta di contaminazione: quindi non il giallista fine a se stesso ma una storia con molte chiavi di lettura. Ne Il conto dell’ultima cena, ad esempio, c’è l’idea del sacro e del profano che coesistono. Lui è riuscito a liberarsi della ingombrante presenza della fede cattolica nel suo primo film, Le beau Serge, che era stato finanziato dalla sua prima moglie. 
A proposito di mogli ti dico una cosa, perché lui a Lione era con l’ultima moglie. Gli ho chiesto che rapporto avesse con le donne (ovviamente glielo ho chiesto mentre sua moglie non era presente) e mi ha risposto che lui è assolutamente monogamo, e che quando con sua moglie non funziona la cambia direttamente! 

Ci sono dei romanzi (anche dei tuoi) che avresti voluto vedere trasposti nel grande schermo, magari proprio da lui?
Qualsiasi mio romanzo, infatti li ha letti tutti, almeno quelli tradotti in francese, ma il suo preferito era Il conto dell’ultima cena, forse perché era il più complesso, forse perché, addirittura, era il più difficile da realizzare, e allora era una sorta di appuntamento che aveva con Il conto dell’ultima cena, che poi per l’improvvisa scomparsa… perché è morto che stava benissimo, quindi ha avuto una morte “felice” anche se prematura, perché ormai a ottant’anni uno come lui è un ragazzino.

C’è un erede di Chabrol al cinema?
Secondo me non ci sono mai eredi. Ci saranno sicuramente giovani autori francesi che ruberanno qualcosa da Chabrol e dagli autori preferiti da Chabrol. Uno dei nostri problemi, in Italia, è che non tutti i buoni film arrivano, per cui molti film francesi non abbiamo occasione di vederli e purtroppo anche alcuni di Chabrol.

L’ultima domanda, cosa stai scrivendo in questo periodo?
A fine gennaio o in primavera uscirà l’ultima storia, quella definitiva: una sorta di Dolce vita di Lazzaro [Santandrea, alter ego e protagonista di molti suoi romanzi, n.d.r.] perché è quello in cui ci sono tutti i personaggi incontrati negli altri romanzi. È una specie di addio a Lazzaro, non nel senso della sua morte, perché l’ho già fatto morire e risorgere, ma sarà il gran saluto finale di Lazzaro prima che io scriva altre cose.
Scriverai altre cose?
Penso di scrivere proprio di tutt’altro. Vorrei ritornare al romanzo di racconti, cosa che avevo già fatto con Io, non io, neanche lui, L’ultimo dei neuroni o Il dente del pregiudizio.


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