24 novembre 2010

Esistenza, mistero e femminilità nell’arte di Gabriel von Max

Scheletro dal sito glaubenssache-online.ch
Se fossero musica le opere di Gabriel von Max sarebbero accompagnate dalla melodia struggente e mistica della sinfonia n. 3 di Mahler, da quella tiepida sicurezza che le note a tratte calme del compositore, regalano a chi le ascolta. Non è però solo così. Dopo aver calmato l’orizzonte passionale dell’uomo, riducendolo nelle note meno tristi, il momento tragico impiega poco a tornare attraverso le note agghiaccianti e a tratti fastidiose della oscillazione musicale. La musica, come l’arte, rappresenta l’infinita parabola umana, con i suoi colori scuri accanto ai pastelli chiari, con le ombre generate dalla luce, in un gioco di contrasti che spiega nel suo ossimoro l’intera esistenza umana. E’ in questo gioco che l’uomo si muove nella sua pesantezza, nella impossibilità di dominare l’immenso, nella incapacità di comprendere persino se stesso. A tratti così poeticamente leopardiane, le scene di von Max rimandano al paesaggio infinito, la scena dello sconfinato vuoto che la natura impone all’uomo, sobbarcando su di lui l’onere di essere più di una scimmia pensante. Manca in lui, però, la presenza dell’elemento naturale, della forza anche distruttrice e non solo benevola della natura che riprende ciò che una volta ha donato; il triste annuncio del ritorno alla terra suggellato dalla magnificenza del mistero della vita, è tutto presente nell’uomo stesso, come a dire che la natura nella sua indecente crudeltà vive e alberga nell’uomo stesso, non ha bisogno di palesarsi. Von Max, infatti, ai paesaggi naturali preferisce le immagini degli uomini, dei corpi di bellissime donne morte, distrutte dopo una notte in cui la lascivia ha preso il sopravvento dopo un ballo praghese; preferisce lo studio delle sagome delle scimmie attraverso il Mittel artistico.


Der Anatom (1869)

Attivista darwinista, in von Max emerge forte l’esigenza di dover trovare una via, un terreno sul quale operare per poter non certo approdare alla soluzione assoluta circa la domanda esistenziale, bensì  anche solo una interpretazione, un fermo immagine chiuso in un dipinto, una foto, forme artistiche nelle quali poter catturare la fuggevole risposta al mistero della vita, quella soluzione vivida che può accarezzare l’uomo in un istante, un lampo e altrettanto velocemente lasciarlo. Per questo motivo egli è animato dall’interesse verso le scimmie, foto ed esperimenti sugli animali più vicini all’uomo, sui nostri discendenti naturali. Divertite e serie ammucchiate su un piano, le une strette alle altre in pose differenti, come differenti sono anche gli uomini, le scimmie dell’artista nato a Praga e trapiantato a Monaco, esprimono la loro umanità non solo nelle fattezze fisiche, bensì negli atteggiamenti.

Scimmie come giudici dell'arte (1889)


Schizzo di scimmia dal sito gabrielvonmax.com


Von Max le amò come seppe amare gli uomini. Insieme alla sua seconda donna, accolse nella sua casa più scimmie e al sopraggiungere della loro morte il fuoco della domanda esistenziale incessante in Von Max, si riaccendeva. La morte di una scimmia come la morte di una donna, altro tema precipuo nella pittura, o meglio, nel fermo immagine di von Max. Si tratta infatti di catturare l’istante, il momento fugace, lento e misterioso dell’anima che si dissolve, abbandona il corpo trascendendo nell’al di là. L’arte di von Max si tinge, così, di riflessione filosofica, di una profonda meditazione sulla esistenza dell’uomo, il cui senso, la cui origine, egli ricerca con grande ardore nei ritratti degli animali e nello spirare di una donna che non è più. Il corpo della donna nell’attimo prima di essere sezionato dal medico è bellissimo, deve essere così. Tutte le donne ritratte da von Max sono bellissime. Esse incarnano la bellezza che le è propria, e in quanto belle sono destinate a dissolversi, a tornare alla terra che le ha create. Non poteva che essere la donna, dunque, il soggetto preferito dall’artista, perché in essa sta anche il mistero della morte: la morte e la bellezza, l’ultraterreno e il terreno si scontrano senza incontrarsi mai, o, forse, l’insegnamento e il fine di von Max è stato quello di evidenziare la dolce bellezza della morte, la bellezza della morte, la bellezza che è morte e allora, secondo questa interpretazione, il terreno e l’ultraterreno, la bellezza fattiva e la morte, quasi irreale per quanto tremenda da immaginare, sarebbero due facce della stessa medaglia.

Madonna davanti la Croce dal sito gabrielvonmax.com
Gustav Mahler fa ripetere alla voce del quarto movimento della sinfonia n. 3, il passo tratto dallo Also sprach Zarathustra di Friedrich Nietzsche: «O Mensch! Gib Acht!» (tr. it. «O uomo! Presta attenzione! »), e non è un caso che questo apra il movimento dal sottotitolo emblematico «quello che sussurra la notte». L’invito a non cedere al dato fenomenico in sé, il costante richiamo a "prestare attenzione" a un quid che non può essere spiegato secondo le mere logiche razionali, è il segreto che lega la musica di Mahler all’arte di von Max, mediante un unico canale: quello artistico. Accanto agli studi sulle scimmie e a quelli sul corpo inanimato di una donna deceduta, si staglia, e forse è questo il tratto più particolare dell’artista, la fascinazione dell’occulto. Anche in questo caso si tratta di voler superare la mera costruzione di una realtà già data, in movimento verso una spiegazione più completa dell’essere uomo. Von Max è stato dunque non solo grande rappresentante della segreta bellezza femminile, come alcuni critici hanno scritto, e darwinista, bensì anche spiritista. Influenzato dal filosofo Carl du Prel, è stato il primo a fotografare le scene di una seduta spiritica, durante la quale il tavolo appare aleggiare nella stanza. Queste sono le prime testimonianze visive e documentate degli esperimenti spiritici, allora così à la mode. Tuttavia anche nell’interesse verso l’elemento misterioso si intravede l’ossessione di von Max verso il segreto della vita e della morte, un ossimoro vitale che riecheggia peraltro nella filosofia di Nietzsche. La materia umana, l’eterea bellezza della donna che racchiude in sé i segreti terreni e ultraterreni, lo spiritismo come scienza atta a spiegare una parte della esistenza umana, sono tutti motivi che attraversano l’eterogenea e movimentata attività artistica di Gabriel von Max. Il cerchio si chiude con le umbratili - quasi a voler calcare la natura e l’essenza umana attraverso i suoi disegni – rappresentazioni per il Faust di Goethe.

Illustrazione dal sito goethezeitportal.de
Eccolo lì, il povero diavolo, cattivo, o meglio, maligno come non mai, arrogante, eccentrico ed egocentrico, pronto a superare se stesso solo per superare sé e Dio, incapace di alcuna manifestazione di umana pietas: non è Mefistofele, bensì Faust, più diavolo del diavolo, meno uomo dell’uomo. Quelle di von Max sono forse le rappresentazioni più adatte a rappresentare il Faust goethiano, ove la degenerazione umana dell’uomo culturalmente formatosi, prende le distanze dalla forma più eccelsa di umanismo insito nel messaggio e nella pretesa culturale stessa. Il buio dello studio del Faust, le illustrazioni lugubri di libri ammucchiati sulla scrivania e lo sguardo assente, disumano di colui che ha venduto l’anima al diavolo per la conoscenza universale testimoniano l’attenzione dell’artista verso la natura vivente dell’uomo, verso la costante natura corruttibile dell’essere umano.

Illustrazione dal sito goethezeitportal.de
Anche nelle illustrazioni del Faust la donna appare nella sua bellezza accecante, nella sua superiorità morale e artisticamente fisica sull’uomo. La povera Gretchen lasciata sola al suo destino, dopo essersi abbandonata a Faust, è rappresentata all’apice del suo scoramento quando giace solitaria sul suolo del carcere.

Gretchen im Kerker dal sito goethezeitportal.de
Ma l’immagine beata che von Max sempre seppe ricreare attorno all’aurea magica dei corpi femminili, restituisce a Gretchen la purezza perduta, rappresentandola in tutta la sua forza, poderosa potenza che può nascere solo dalla possibilità di accogliere i limiti che la natura ha imposto all’uomo, ciò che Faust, essere tracotante, non seppe accettare. Nella immagine à trois tra Faust, Mefistole e Gretchen, l’attenzione e il gioco di prospettiva dell’artista è tutta rivolta a lei, la protagonista positiva portatrice di valori umani preziosi che si scontrano con la debolezza dell’uomo, qui incarnato da Faust, abbandonato ai soli riconoscimenti materiali. La donna-Gretchen assume così in von Max una doppia valenza: ella non è solo illustrazione dolcissima della bellezza secondo l’artista, incarna, in realtà, anche la parte più viva del mistero chiamato vita, perché in lei la vita nasce e muore.

Gabriel von Max


Gabriel von Max nasce a Praga nel 1840 e muore a Monaco nel 1919. Dal 1855 al 1858 studia insieme a Eduard von Engerth all’accademia d’arte di Praga. Risale a questo periodo l’interesse dell’artista verso il sonnambulismo, ipnotismo e spiritismo, affascinato  dagli scritti di Carl du Prel (Karl, Freiherr von Prel). All’accademia d’arte di Monaco studia insieme a Hans Makart e Franz von Defregger. Divenuto professore all’accademia di Monaco, l’interesse dell’artista spazia fino a soggetti e motivi religiosi e spirituali. Al centro delle sue opere sta l’interesse verso l’antropologia, evidente nella raffigurazione delle scimmie nel suo interesse per il darwinismo.


Mostra di Gabriel von Max (1840-1915) artista, spiritista e darwinista.
Lebensbachhaus Kunstbau, Monaco. Ottobre 2010 fino a Gennaio 2011.



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