26 giugno 2011

Storie di ordinaria follia - Charles Bukowski (Racconti - 1972)



Il mondo si destava. Certuni si svegliavano coi postumi della sbornia. Certi altri, con pensieri di chiesa. Perlopiù però dormivano ancora. Era domenica. E la sirena - la sirena dal bel culo, dalla dolce fregna morta - era ormai in alto mare. Dove ogni tanto un pellicano si tuffa e torna su con un pesce nel becco, a forma di chitarra, scintillante.
A differenza degli stomachevoli scrittori della beat generation, Bukowski, loro erede forse, è decisamente di un altro livello. Nelle sue storie c'è spazio alla riflessione diretta, all’analisi, alla denuncia, al pessimismo non molto latente, all’illusione, alla fragilità, al non senso della vita. Non si raccontano solo storie senza il piacere di trovarne un senso. Qui siamo di fronte a un uomo, uno scrittore, un pensatore che ha scelto un'esistenza e, tra alti e bassi, ne affronta le conseguenze. I racconti, il cui sottotitolo recita: "erezioni eiaculazioni esibizioni", tutti assillanti, brevi e stilisticamente coerenti, ci ritraggono infatti un personaggio, l'autore stesso ormai cinquantenne che non riesce ad avere ragione dello stile di vita americano, che si abbandona consapevolmente, e senza paura, al soddisfacimento dei suoi bisogni primari. Lavoro, famiglia, credenze religiose e politiche, le grandi e inattaccabili verità della nostra società sono contrapposte e sostituite semplicemente dalla grazia dell’ambigua libertà. Libertà che si traduce nell’avere uno stomaco pieno, un letto morbido su cui dormire e una bella donna al proprio fianco pronta ad appagare i tuoi appetiti sessuali.  Eros e Thanatos camminano a braccetto…
È la quotidianità media che produce follia, e ne può essere vittima l'uomo non comune: Bukowski. I finali, eccellenti, danno l'impressione che la vita, gli eventi quotidiani e i bisogni primari, dopo tutto, debbano andare per la loro solita strada. E la vita di Bukowski, animalesca, in cui esiste una scala di valori primari, sesso, alcol, corse dei cavalli, scrittura, non può essere accostata all’altra, comune, quotidiana, umana; non gli appartiene, lo sa, ed è per questo che si sente un emarginato, ma anche un uomo che se ne frega degli altri. Alle volte è la rabbia, altre è l'indifferenza, il sentimento che lo scrittore prova di fronte gli uomini, l’ordinarietà. Quest'ultima è troppo ipocrita, vincolante, e non permette allo scrittore di esprimere ciò che realmente è: un uomo abbandonato al suo godimento. Follia? Chissà.

Lo stile di queste storie allucinanti, quasi tutte ovviamente in prima persona, è semplice e ripetitivo. Alcuni racconti sono essenziali per architettura e inventiva, altri invece sono così brillanti da sembrare scritti da qualche francese maledetto.
Di certo è un libro relativista!

Le foto e i post, se non diversamente specificato, sono state realizzate da Salvatore Calafiore e si possono trovare, insieme ad altro, su: http://salvokalat.blogspot.com/


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