15 novembre 2011

Essais - Michel de Montaigne (Saggi - 1595)



Dipingendomi per gli altri, mi sono dipinto con colori più netti che non fossero i miei primitivi. Non son tanto io che ho fatto il mio libro quanto il mio libro che ha fatto me, libro consustanziale al suo autore, di un'utilità personale, membro della mia vita; non avente per fine l'utilità di terzi ed estranei, come tutti gli altri libri. Ho forse perduto il mio tempo ad essermi reso conto di me tanto continuamente, tanto accuratamente? Di fatto, quelli che si ripassano solo mentalmente e oralmente, di tanto in tanto, non si esaminano né si penetrano così compiutamente come colui che fa di ciò il proprio studio, la propria opera e il proprio mestiere, che si impegna a un'annotazione costante, con tutta la sua fede, con tutta la sua forza.
Alcuni autori, alcune opere sono e resteranno immortali. Montaigne e la sua opera si trovano, senza alcun dubbio, nella schiera di quei classici che tutti dovrebbero conoscere; un classico che difficilmente smetterà di essere attuale. Siamo di fronte a un’opera capitale, a una delle espressioni più autentiche che la filosofia ha potuto concepire. Non è facile scrivere o prendere appunti in poco spazio su un'opera monumentale come questa. Due volumi di circa 800 pagine ciascuno, di saggi densissimi - parecchi sublimi - che discorrono dei temi più disparati: della vita e della morte, delle malformazioni fisiche e di quelle intellettuali e caratteriali, delle virtù e dei vizi… Dalle malattie personali di Montaigne, dalle sue esperienze di vita (dolorose o felici), dai suoi studi, scaturisce l'intimissima introspezione, il ragionamento chiaro e distinto che il francese ha trascritto per innalzare la filosofia su vette di assoluta freschezza e sublimità.

Il filosofo visse in una Francia devastata dalle guerre di religione, mentre era stata da poco scoperta l'America, e il peso della storia non si può non avvertire. Ecco che allora la grandezza di Montaigne tuona nella sua originalità. Se relativismo e tolleranza diventano principi assoluti, scetticismo, stoicismo, epicureismo diventano i maestri di vita da cui prendere esempio.
Coltissimo e appassionato di storia (come del resto i suoi non nascosti maestri, Plutarco e Seneca), capace di definire i suoi pensieri attraverso efficaci esempi storici, Montaigne studia se stesso per studiare l'uomo, eppure non è così categorico da assurgersi a modello universale. Sincero, intimo, umile, libero, è un uomo che conosce i propri limiti (e su cui scherza), e non pretende di essere l’'uomo'.

È naturale che nelle sterminate pagine dei saggi piccole contraddizioni, fulminanti paradossi, compaiano e squarciano in due il nostro pensiero. Rapsodico, frammentario, il filosofo illumina le sue contraddizioni - e quindi quelle dell'uomo - in modi che non mi scandalizzo a definire modernissimi, addirittura postmoderni. Reputo il palesarsi della contraddizione, e il palesarla consapevolmente, sinonimo di piena grandezza. Non è l'uomo una summa di contraddizioni? Non è la vita stessa un paradosso? Sarebbe poco onesto se rispondessimo negativamente.

Anticipatore di idee illuministe - evidenti nel tema del valore del dubbio, nella descrizione dei limiti teoretici dell'uomo, nell’amore per la conoscenza, nel distacco critico dalle assurdità della religione (certo la fede in Dio è forte, ma questo non vuol dire per Montaigne che questa debba necessariamente essere sinonimo di assoluto assoggettamento, anche perché se, oltre l'odio, la guerra, i massacri, il cristianesimo ha conseguito un risultato, di certo lo scorgiamo nello stimolo che ha portato scrittori e filosofi a considerare compiutamente temi quali la tolleranza e il relativismo) -, il capolavoro di Montaigne, con confessioni intime e per nulla presuntuose, nel piacere della lettura ci lascia una sensazione di smarrimento, di placido spavento. Si avverte uno spessore spiazzante, come se ci trovassimo davanti a una miniera di diamanti.

Due parole sullo stile. Se la freschezza della classicità si trova nella straordinaria conoscenza della storia romana, nello stile, nel richiamo esplicito a Plutarco, Seneca, Orazio, Cicerone, Epicuro, la modernità si trova nella struttura, nelle idee, nel profondo relativismo. Le pagine più belle, ovviamente, sono quelle in cui lo stesso filosofo si racconta. Alcune sono da imparare a memoria! Per fortuna esistono libri di tale spessore.


Le foto e i post, se non diversamente specificato, sono state realizzate da Salvatore Calafiore e si possono trovare, insieme ad altro, su: http://salvokalat.blogspot.com/


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