26 dicembre 2011

Sud: declino ed identità



Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni,
gli aranci dorati rilucono fra le foglie scure,
una mite brezza spira dal cielo azzurro,
il mirto immoto resta e alto si erge l’alloro,
La conosci tu, forse?
J. W. Goethe, Conosci la terra dove fioriscono i limoni?


Che il Sud non lo si capisce se non te ne allontani né lo comprendi se in esso sei radicato, potrebbe forse essere una delle spiegazioni sul perché le immagini e descrizioni più belle e più reali del Sud siano state scritte da non appartenenti a questa cultura.


I limoni cantati da Goethe, le impressioni del Winckelmann ci ricordano che già più di due secoli fa il Sud offriva lo stesso quadro, lo stesso ossimoro di una civiltà in bilico tra l’olimpo e la più arrendevole certezza dell’impossibilità di una qualsiasi redenzione. Che impressione grande fu per Heinrich Heine guardare gli occhi allegri di un bambino posto nella cesta di vimini adagiata accanto a un venditore di frutta e verdure. I colori al sud della Germania, questa volta nord Italia ma Sud per il poeta tedesco, lo inebriavano di passioni, le stesse che egli ha saputo imprimere, ai racconti nel suo diario di viaggio, giù al Sud della cartina geografica ma in alto nell’olimpo nella trasfigurazione geografica dei sensi.
L’anima inquietante del Sud prende forma in tempi remoti fino ad assumere particolari impressioni moderne che non si esauriscono in un discorso meramente meridionale, bensì richiama all’attenzione casi estremi di origine prettamente europea, ma è una immagine alla quale l’Europa non sa – e non può - più rispondere. Allora ecco che il Sud riassume il putrido fango dell’Europa all’avanguardia e tecnologica, lo stesso fango che l’Europa respinge, ben sapendo che ad altri il suo peso è dato.
Il Sud, come una calda madre, sa prendere al suo petto anche il figlio perduto, il più sanguinario, il non diletto che ha gli occhi belli ma l’anima sgraziata. Il Sud conosce il perdono e l’allegria perché come insegna la teoria di Hölderlin, il sole non permette agli abitanti di terre così calde, come la Grecia peraltro, di essere tristi. In loro vince una sorta di allegria perenne, dovuta da una biologia attuata dai benevoli raggi solari, che a loro nasconde i problemi reali, i mali, le insanie contro le quali dovrebbero reagire. Ma gli abitanti del Sud somigliano tanto più a poveri diavoli felici, col ghigno di chi “se ne frega” perché hanno il caldo nel cuore. Simili a monadi da una finestra sola, sono delle monadi e il loro stesso contrario: non possono non avere più aperture sulle vite altrui. Forse per questo al Sud i balconi sembrano salotti da strada dai quali affacciarsi anche con l’anima, protendere verso l’esterno perché curiosi, non indifferenti a ciò che sta fuori. Stare fuori col corpo, stare fuori con l’anima per il sud significa partecipare alla vita che scorre nei vicoli, agli odori delle cucine, alle cene sulle tavole imbandite.
C’è una musica triste al Sud. La musica del Pulcinella napoletano che piange, eppure egli ricorda che è carnevale. I palazzi lasciati senza cura nelle campagne, quell’ignoranza di cui parla il Goethe nel suo Diario di viaggio in Italia: «Sempre neve, case di legno, gran ignoranza, ma danari assai».

  
Il Sud ricorda il tempo sospeso, un tempo che si è fermato solo giù, come Cristo si è fermato ad Eboli. Mentre la tecnica e lo sviluppo cresce a ritmi oramai non più calcolabili, questa parte di terra è sospesa tra il mare e le montagne, si tiene lontana con una aplomb nobile, dall’ascesa della nuova borghesia arretrata e incolta, che pure ha in seno come una serpe. Eppure il Mezzogiorno ha in sé, negli abitanti suoi, anche la borghesia più sana che traslata in un nuovo modo di vedere è la gentilezza dei contadini saggi e operosi delle terre calde. In loro regna la saggezza dimenticata degli uomini pazienti e lavoratori che sempre ressero le sorti storiche delle terre che abitavano. Ecco perché il Sud è la terra sospesa tra modernità e passato in un senso bello e triste al contempo: perché nel suo passato vi è l’insegnamento della beltà e dell’educazione del vivre, nella sua non compiuta modernità la tragedia delle sorti europee: «[…] giova l’industria in quanto cresce la massa di cose utili apprestate all’uomo; non in quanto cresce inutilmente, inspirando l’amore del lavoro per il lavoro […]. L’antica sobrietà di desideri, il lavoro compiuto allo scopo di rendere la vita più bella dovrebbe rimanere in onore. Il problema sociale più urgente non è di crescere la ricchezza dell’uomo, ma di fargli sentire perché egli lavora e produca - e ancora continua Luigi Einaudi - forse i merciaiuoli, gli ortolani, i pescatori osservati da Goethe sentivano, più degli operai d’oggi degli stabilimenti dell’Ilva a Pozzuoli, la bellezza del lavoro compiuto. Occorre non buttar via le macchine, ma rendere bella e desiderabile la vita di coloro che governano le macchine».(Luigi Einaudi, Goethe, la leggenda del lazzarone napoletano e il valore del lavoro.)

Napoli è poi il simbolo della città più contraddittoria di questo Sud. “Vedi Napoli e muori”, si dice da quelle parti, e forse è vero perché qualcosa muore dentro mentre si osserva la città rumorosa e attiva e poi si pensa «[…] che per due terzi della sua popolazione ha una plebe senza lavoro quotidianamente sicuro.» (Giustino Fortunato, Le due Italie).

Nello spaccato di due Italie distanti, ma io direi anche di due entità ormai disgiunte: quella europea di stampo moderno e forse priva di identità propria e quella del Sud che non riesce a cantare all’unisono gli accordi del progetto europeo, dicevo che è proprio in questo disaccordo che si coglie una lezione per ambo le parti. Riporto le parole di Cees Nooteboom, che con la sua chiarezza e brevità non poteva che chiudere queste riflessioni sul Sud:

«E se mai ho una ricetta per la nostra Europa, questa prevede che tutti i paesi che vi hanno fatto parte un tempo ne continuino a far parte, che i grandi paesi imparino da quelli piccoli e dalla loro storia, che il Sud non debba imitare il Nord nell’anelito verso una modernità priva di anima e che il Nord osservi a lungo e attentamente il Sud coi suoi ritmi e le sue tradizioni – e per Sud intendo quello vero, quello da cui tutto ha avuto origine.» (C. Nooteboom, Come si diventa europei?)

Io guardo al Sud e mentre gli sono lontano non lo dimentico. Ma anzi triste dinanzi al calar della sua sera io mi rallegro perché so che presto finirò con esso.


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