3 gennaio 2012

Film Blu. La stoffa dell'essere

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Ma dietro l’esistente che cade da un presente all’altro, senza passato, senza avvenire, dietro questi suoni che si decompongono, si squamano, e scivolano verso la morte, la memoria resta la stessa, giovane e ferma come un testimone spietato.
Jean Paul Sartre 

Film Blu parla della libertà, delle imperfezioni della libertà umana. Fino a che punto siamo veramente liberi?
Questa domanda è il filo di Arianna del regista Krzystof Kieslowski, con il quale intesse il primo film della sua trilogia dedicata ai valori della Rivoluzione Francese: Libertà (Film Blu), Uguaglianza (Film Bianco), Fratellanza (Film Rosso). 


Nel film qui preso in esame la parola “libertà” non è pronunciata nemmeno una volta. In realtà, in Film Blu, il concetto di libertà non è mai plateale, mai spiegato. Si nasconde dietro ai gesti, ad uno sguardo. Kieslowski vuole mostrare, raccontare, ma mai spiegare. Guida lo spettatore ma lo lascia libero di intrecciare le corrispondenze, di domandare, di dubitare.

Il film si apre con un’inquadratura di una ruota di un’automobile; l’immagine si allarga e riprende un’auto in corsa in una giornata grigia e nebbiosa. In quell’auto viaggiano Julie (un’intensa Juliette Binoche), il marito Patrice e la loro piccola figlia; a causa di un guasto, l’auto esce fuori strada e si schianta contro un albero. L’incidente causerà la morte di Patrice e della bambina: da questa tragedia si snoderà la triste danza verso la libertà ambita da Julie. La libertà che la protagonista rincorre disperatamente è evanescente, tragicamente irraggiungibile: lei vuole liberarsi del suo passato, delle sue emozioni, di se stessa.

Il dolore di Julie è un compagno silenzioso: è in punta di piedi che la accompagna, si insidia nelle viscere come luce dalle fessure di una finestra; ma non è mai plateale, magnificato, spettacolarizzato. L’intimità della protagonista non è mai aggredita dal regista. Tutto viene filmato con grazia, pudore.

Kieslowski e il suo occhio meccanico – prolungamento dello sguardo - seguono il percorso di Julie senza mai violare l’intimità del dolore, del lutto, della morte: unica sfumatura della vita, che come perentoriamente crede George Bataille, è ciò che davvero accomuna gli uomini, seppur come mancanza, assenza.

Quindi la telecamera di Kieslowski non è mai invadente, osserva da lontano, incide come un bisturi sulla pelle, in superficie per guardare dentro: emblematica la scena in cui Julie viene a sapere della morte dei suoi cari. È dal suo occhio che vediamo il riflesso del medico che annuncia la tragedia: Julie non sarà mai nostra, è destinata ad incarnare l’Irriducibile, il distante, irrimediabilmente lontano dagli altri, ma inevitabilmente immersa nel mondo. Quella di Julie, come lo stesso Kieslowski spiega, è «una carica affettiva troppo pesante per lasciare agli altri, al presente, al mondo esterno, un posto più importante di questo minuscolo riflesso.»


La prima reazione di Julie si traduce in un tentativo di suicidio, che non riuscirà a compiere fino in fondo, “non sentendosi capace”. Ma per quanto il dolore la distrugga, tanto da renderla “niente”, lei ha comunque scelto di non morire. Ciò che Julie sceglie è di cancellare tutto: ma i ricordi sono tenaci e si manifestano in un concerto di suoni e colori. Il marito Patrice era un famoso compositore che preparava un Concerto per l’Unificazione dell’Europa, ma che la sua morte ha impedito di terminare.

Ed è la musica, il veicolo dei ricordi che Julie non vuole più avere.

Il blu è la trasfigurazione di un’assenza. La musica, catarsi.


Il dolore di Julie è troppo lucido e razionale, la ricopre di un’ostinata discrezione che la rende maggiormente disperata e le impone di non ascoltare più la Musica. La sua è un’angoscia tagliente e affilata tanto da non avere più alcun progetto di sé. La morte sperimentata dei suoi affetti più cari provoca in lei un forte smarrimento. La liberazione che Julie cerca di ottenere è quella dal dolore: ma mentre tenta di liberarsi della sua tragica condizione, va incontro ad un altro tipo di libertà. Una libertà che le permetta di andare avanti, voltare pagina e guardare al futuro.

Desidera perdersi tra la gente, confondersi con essa, essere nessuno. Senza obiettivi da raggiungere, né mete da fissare. Il nulla. Il non soffrire. Julie non attribuisce nessun significato al suo dolore: soffre senza considerare la propria sofferenza. La sofferenza diventa la sua condizione d’essere.

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Il lucido pensiero di Jean Paul Sartre può servire a comprendere meglio il comportamento della protagonista: Julie è immersa nella sua situazione da non riuscire ad agire. Non riesce a distaccarsi da essa e quindi non riesce a guardare negli occhi la sua sofferenza: non considerandola non agisce. L’errore di Julie è ricercare una libertà che non potrebbe avere, quella dei sentimenti. In realtà lei è completamente libera, non dalle sue emozioni, ma è libera di farsi, nonostante tutto è libera di ripartire e fare un nuovo progetto di se stessa. Per quanto lei vorrebbe sfuggirla e vivere nel niente di cui si circonda, non potrà non sentire di avere quella libertà che le permetterà di vivere ancora, semplicemente perché non potrebbe essere altrimenti:

La libertà, come libertà nostra, come pura necessità di fatto, cioè come un essere contingente, ma che io non posso non sentire. Io sono, infatti, un esistente che impara la sua libertà mediante i suoi atti; ma sono pure un esistente la cui esistenza individuale e unica si temporalizza come libertà. Come tale io sono necessariamente coscienza (di) libertà […]. Così la mia libertà si problematizza continuamente nel mio essere: non è una qualità aggiunta o una proprietà della mia natura; è, esattamente, la stoffa del mio essere.

Julie, per quanto possa sentirsi in catene, è completamente libera. La sua sofferenza, semplicemente, la rende cieca. Per Sartre la libertà è l’essere stesso dell’uomo. Gli stessi sentimenti di Julie non sono che manifestazioni della sua libertà. La morte del marito e della figlia, la situazione, «il coefficiente di avversità delle cose», condizionano la libertà solo per non costringer(la):

non c’è libertà che in una situazione e non c’è situazione che mediante la libertà. La realtà umana incontra dappertutto resistenze e ostacoli che non ha creato; ma queste resistenze e questi ostacoli non hanno senso che mediante la libera scelta, che la realtà umana è.

Ma ciò che salva Julie dal suo tentativo di suicidio mentale è la creazione artistica. Essa segna il confine tra passato e presente, un punto d’arrivo, ma contemporaneamente, di partenza. Esorcizza il suo passato attraverso la potenza dell’arte. La creazione diviene miracolo di (ri)nascita. La musica è il suo stesso farsi.

Aver terminato la partitura è il segno più evidente di questa crescita interiore che si traduce in un riapprendere la propria libertà di scegliere e andare avanti. In fondo, di tutto ci si può liberare, fuorché della libertà stessa: 

Sono condannato a vivere sempre al di là della mia essenza, al di là dei moventi e dei motivi del mio atto; sono condannato ad essere libero. Ciò vorrebbe significare che non si troverebbero alla mia libertà altri confini all’infuori di se stessa o, se lo si preferisce, significherebbe che noi non siamo liberi di non essere liberi.

Quel che resta è una fragile speranza, una piccola redenzione o una condanna alla vita. A noi la scelta.

Che l’assenza sia presenza. Che il vuoto sia domanda. Che la domanda sia vita.

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