25 gennaio 2012

La cremazione dei morti nel tempio di Pashupatinath


In maniera inspiegabile alcuni paesi hanno da sempre esercitato un fascino particolare nel mio immaginario.
Sin da piccolo, dalle radici della mia fantasia, alcuni luoghi emergevano più di altri, come inafferrabili gemme in mezzo al grande calderone dei paesi del mondo, creando inevitabilmente in me un'attrattiva misteriosa ed irresistibile.
Così è stato per il Vietnam, l’Ecuador, la Cambogia, il deserto Algerino, la Mongolia... ed anche per il fantomatico Nepal, impervio cuore dell’Asia meridionale.
L’immagine accesa della capitale, Kathmandu, insieme all’incredibile scenario della catena dell’Annapurna, l’Himalaya, l’Everest e il K2 continuano, oggi come allora, ad essere autentici miti inestricabilmente connessi con le pluriennali leggende sugli instancabili portatori ed eccezionali guide di alta montagna, gli impareggiabili sherpa.
Ma anche la sacralità dei templi induisti e buddisti non si sottrae al magnetismo di un paese diventato rifugio di ciò che una volta era il libero Tibet, ormai da decenni divenuto territorio cinese.
Nel dicembre del 2009 anch'io ho avuto la fortuna di visitare quei luoghi.

Prima tappa, sei giorni di cammino sull’Annapurna, attraverso il fantastico circuito di Jomson, lungo la valle del Kali Gandaki, per raggiungere quasi 4000 metri di quota, tra vallate e scenari da favola.
Rientrato nella capitale, Kathmandu appunto, l’immersione in un’atmosfera piena di fascino e contraddizioni fu totale, un'esperienza realmente entusiasmante ed al tempo stesso inaspettatamente sconcertante.
Nella periferia orientale della città si erge, su uno dei posti più sacri dell’intera valle di Kathmandu, Pashupatinath,uno dei templi induisti più importanti di tutto il subcontinente indiano.

Particolare del Tempio di Pashupatinath

Pashupatinath si affaccia sulle rive del fiume sacro Bagmati, che nasce sulle colline dei monti Shivpuri a nord di Kathmandu, attraversando il Nepal e l'India. Da sempre questo posto inverosimile, fuori dal nostro tempo e dalla nostra realtà, è meta di pellegrinaggio di decine di migliaia di fedeli e sadhu (asceti indù).
In questo luogo dedicato al culto di Shiva (probabilmente la divinità più importante per i nepalesi, nella valle di Kathmandu è venerato soprattutto come Pashupati, signore degli animali e conservatore di tutti gli esseri viventi) si effettuano anche la maggior parte delle cremazioni dei morti indù.
È, infatti, la sacralità del fiume Bagmati a rendere questo tempio teatro di un gran numero di cerimoniali funerari di questo tipo.
I riti funebri indù variano in base a diversi fattori, le linee dettate dai Purana (testi sacri indù) indicano anche le modalità del lavaggio del cadavere e della vestizione con abiti tradizionali. Il corpo viene denudato e coperto da un telo che varia di colore a seconda del sesso, se si tratta di un maschio o di una vedova è di colore bianco, se di una donna sposata con marito in vita o giovane donna non sposata, rosso o giallo.
Non appena legati i pollici e gli alluci insieme, i parenti maschi del defunto portano la barella funebre sulle spalle fino al luogo della cremazione, se possibile passando per luoghi significativi per la persona defunta, durante la vita appena terminata.
Il fatto che mi fossi precedentemente documentato in merito ai rituali sulla cremazione mi aveva sicuramente creato una sorta di preparazione a quello che mi si sarebbe presentato agli occhi.

Sacerdoti attorno alla salma


Una volta all’interno dell’area del tempio, l’atmosfera, gli odori, il crepitio delle pire, l’andirivieni dei trasportatori di legna e degli addetti al fuoco con le loro sequenze automatizzate, la pacata e rispettosa rassegnazione dei parenti mi hanno creato invece grande turbamento.
Sicuramente uguale sensazione ha vissuto anche il mio compagno di viaggio il quale, dopo neanche 15 minuti di permanenza in quel contesto, ha preferito lasciare me e quella scena con un laconico: «ci vediamo dopo fuori».
Secondo la religione induista ogni individuo, dopo la morte, rinasce reincarnandosi in un altro corpo. Per favorire ciò un ruolo importante lo esercitano i riti di cremazione eseguiti nei cosiddetti ghat, gli altari in pendenza a bordo del fiume sacro.
Eccomi così, immobile ma intimamente agitato ed a rispettosa distanza, di fronte ad uno di essi. Immediatamente scorgo un capannello di gente attorno ad alcuni uomini avvolti in una sorta di sudario bianco: i sacerdoti.
Guardando meglio, dopo poco mi rendo conto che ai loro piedi si trova, adagiato su una rudimentale barella di legno, un corpo, avvolto completamente in un lenzuolo colorato.

 Il corpo disteso sul ghat

Questa è la fase della commemorazione del corpo da parte di parenti e amici; presiedono il rito generalmente il figlio maschio primogenito se il defunto è il padre, il maschio ultimogenito se la defunta è la madre, accompagnati dalle preghiere del sacerdote. Le donne raramente sono ammesse alla cerimonia.
In seguito la barella in legno viene adornata di fiori, coi quali si ricoprirà il defunto.
Dopo aver adagiato il corpo sul ghat, i sei sacerdoti lo ricoprono con teli colorati recanti orazioni e iniziano a cospargerlo di polvere di fiori ed a recitare preghiere.
A questo punto il cadavere viene sollevato dall’altare sul fiume e trasportato a braccia, tre persone per lato, verso la pira, che nel frattempo è stata allestita dagli operatori del tempio.
Dopo aver effettuato tre giri con il defunto attorno alla pira, la salma viene adagiata sui ceppi, e dopo ulteriori tre girotondi attorno alle spoglie, durante i quali i sacerdoti prestano particolare attenzione a mantenere sempre il contatto tra di loro (quasi a voler creare un cerchio di delimitazione attorno al morto), ci si avvia verso la parte finale della cerimonia.

 I sacerdoti eseguono i giri attorno alla salma rituali prima della vera e propria cremazione

Tutti gli eventuali gioielli indossati dal morto vengono rimossi e si pone dello sterco di vacca sul petto del defunto, come tradizione impone.
Il figlio dovrà poi fare tre volte il giro della pira in senso antiorario, aspergendola con acqua o ghee (burro chiarificato) contenuti in un recipiente di terracotta che poi verrà rotto schiantandolo al suolo.
Lo stesso figlio accenderà i legni in corrispondenza della testa del defunto e abbandonerà la cerimonia.
Quest’ultimo gesto dà il via libera all’accensione della pira da parte degli addetti.
Durante il rogo si recitano delle preghiere per incoraggiare le varie parti del corpo a riunirsi con gli elementi della natura: la voce con il cielo, gli occhi con il sole, il respiro col vento e così via... Quando le fiamme avranno consumato il corpo - è necessaria qualche ora - i partecipanti al funerale torneranno a casa, si laveranno, si vestiranno di bianco (in segno di lutto) e puliranno la casa perchè considerata impura, contaminata dalla morte; sino alla completa pulizia della casa, nessuno si recherà al tempio o a casa d'altri.
Un ulteriore approfondimento mi ha portato a capire che la cerimonia di cremazione induista non avviene solo all’interno del tempio. Il rito comincia già prima della morte. La persona in fin di vita, quando possibile, viene trasportata a casa e posta col viso rivolto ad Est. Una lucerna viene accesa vicino al capo del moribondo. Nel mentre vengono recitati dei versi sacri nel tentativo di rianimare la persona e farla tornare in salute. In caso di decesso la cerimonia viene iniziata da alcuni mantra che vengono sussurrati all'orecchio destro del defunto. Nel frattempo la bocca e la fronte del defunto vengono segnate con pasta di sandalo, cui successivamente verranno versate gocce di latte o di acqua del Gange. La successiva cremazione dovrebbe avvenire, se possibile, lo stesso giorno del decesso. 

 Cremazione del corpo

Dopo due o tre giorni la persona che ha presieduto i riti tornerà allo Shmashan (Il cimitero indiano dove vendono bruciati o seppelliti i morti) per recuperare le ceneri del defunto che verranno nuovamente asperse d'acqua e separate quelle scure provenienti dal legno da quelle chiare facenti parte del corpo. Verranno recuperati anche i frammenti ossei ancora integri chiamati Fiori. Questi resti verranno poi dispersi assieme a fiori freschi e lampade votive, nel fiume o in altre acque considerate sacre, tramite una cerimonia chiamata Visarjanam.
Nei seguenti 10 giorni si osservano ulteriori riti atti a facilitare la migrazione dello spirito al regno degli antenati. Questa fase è molto importante per l’anima del defunto perché se i riti vengono omessi o mal applicati, l'anima si trasformerà in uno spirito maligno, un Bhuta. Questi riti comprendono l'offerta di palline di riso, Pinda, alla foto del defunto, ai corvi, ai pesci del fiume o semplicemente abbandonate all'aperto. Dopo una settimana, un mese e in fine un anno dopo la morte della persona amata, i parenti officiano con un sacerdote la cerimonia chiamata Shraddha, di omaggio e ringraziamento agli antenati tra i quali considerano il defunto facente parte.
Con grande stupore vengo successivamente a sapere che questo complesso rituale  veniva eseguito sino al 1920 seguendo la pratica tradizionale del sati, secondo la quale anche le mogli, ancora in vita, venivano gettate sulla pira funeraria del marito. Fortunatamente la pratica poi è diventata fuorilegge e dunque soppressa.


Sicuramente il Nepal è stato uno dei viaggi più affascinanti e coinvolgenti. Potere avvicinarsi a dei luoghi ricchi di fascino ed approfondire quelle che sono le tradizioni e gli usi di un popolo così lontano da noi, e non solo in termini di distanze chilometriche, rappresenta un grande arricchimento ed un continuo stimolo alla conoscenza.

*Tutte le immagini e il video di questo articolo sono state eseguite dallo stesso autore.

Manlio Caliri

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