16 gennaio 2012

L’armonia del vibrafono: Roberto Celi


Roberto Celi, vibrafonista e compositore, è laureato in sociologia, ha effettuato studi privati con diversi Maestri fra cui Daniele Di Gregorio, ha superato l'esame di teoria e solfeggio presso il Conservatorio di La Spezia ed è regolarmente iscritto alla SIAE come compositore musicale.
Dopo una collaborazione iniziata nel 1999 con l'artista gallese Brychan, con il quale incide diversi cd, nel 2005 riprende l'attività solista e nel 2006 è in studio di registrazione col cantautore Moltheni. Nel 2006 produce l’album Vibrando formato da quattro brani caratterizzati dal suono del vibrafono inserito in contesti ritmico-armonici differenti. Nel 2007 ha realizzato Clouds by fire: sette cover fra cui anche brani di Bowie e Beatles e due tracce inedite. Nel 2009 Live in Loria, CD dal vivo con una versione in studio di Inside or you nato dalla collaborazione col filmaker Graziano Staino.


A che età è nata la passione per il vibrafono? 
Fin da piccolo ho avuto una naturale predilezione per tutto ciò che riguarda il ritmo, un naturale istinto per esprimere stati d’animo ed emozioni in modo “cifrato”; un linguaggio che si esternava inizialmente percuotendo oggetti domestici, scatole vuote di cartone e quant’altro mi capitasse a portata di mano o di bacchetta… D’altronde ho iniziato suonando la batteria.
Successivamente crescendo ho avvertito la necessità di avere a disposizione anche i suoni oltre al ritmo, ho quindi cominciato a studiare la teoria musicale e di lì a poco (a 26 anni) si è verificato il “colpo di fulmine” cioè ho ascoltato un disco jazz (Milt Jackson Quartet) dove udivo questo suono magico ed ho subito compreso che quello era lo strumento che avrei voluto suonare. Per me è stato un incontro atteso dato che sentivo che poteva esistere un mezzo attraverso il quale veicolare la vasta gamma di sensazioni e stati d’animo; però necessariamente doveva possedere caratteristiche tali da astrarlo il più possibile dalla materia ed avvicinarlo allo spirito, all’anima.

Hai studiato prima altri strumenti?
Sì, ho iniziato lo studio della batteria che ho poi suonato in ambito pop-rock con gruppi di amici… Facevamo cover di Pink Floyd, Led Zeppelin, Queen, Litfiba.


Che genere musicale preferisci per il tuo strumento? Quale vibrafonista storico ti sei ispirato?
Esiste a tutt’oggi ancora una netta demarcazione fra musica classica, jazz e commerciale (pop-rock e dance), il mio rapporto attuale con la musica è, nonostante questa divisione, piuttosto aperto, nel senso che i miei ascolti sono vari ed a volte posso trovare qualcosa di interessante anche nel brano più segnatamente commerciale se costruito bene, posso dire che non mi piace l’elettronica ed il mio punto di riferimento è stato ed è David Bowie. Certamente una grossa influenza sulla mia formazione musicale l’ha avuta quel settore della musica jazz più marcatamente ritmico nel quale grandi vibrafonisti si sono espressi ad altissimi livelli; su tutti Gary Burton ma ti cito senz’altro anche Milt Jackson e Mike Mainieri in gruppo con gli Steps Ahead.

Potresti sinteticamente indicare le caratteristiche che secondo te rendono il vibrafono uno strumento particolare e unico ?
E’ una voce per dare espressione sonora a tutto ciò che risiede nel luogo più vero all’interno di noi che è l’anima, intesa come essenza del nostro essere. Il suo celestiale suono fa si che non esistano ostacoli fra queste due entità. È così suonando questo fantastico e affascinante oggetto che è il vibrafono, questa unione porta ad una crescente consapevolezza di sé ed a una maggiore pace interiore. Ha caratteristiche uniche che consentono di unire ritmo, melodia, armonia e dinamica. Come scrivo nel mio sito lo definisco: «una sorta di astronave con cui abbandonando la dimensione spazio-tempo si entra in un ambito onirico.»

Quando suoni come imposti il dialogo musicale tra il tuo vibrafono e gli altri strumenti? 
Avendo suonato diversi anni in gruppo, in vari locali e palcoscenici in Italia, ed avendo inciso diversi CD, posso senz’altro dirti che le due dimensioni, quella live e quella in studio, sono ovviamente differenti e presuppongo un’attitudine calibrata. Di solito creo un tappeto armonizzante e prediligo assoli mai invasivi. Mi stimola molto il dialogo improvvisato che possa trasmettere e scambiare energia con gli altri strumenti: batteria, contrabbasso, sax e chitarra acustica esprimono le sonorità che sento meglio abbinate alle mie vibrazioni.
       

Che consigli potresti dare a chi si accosta allo studio del vibrafono?
Certamente non è il più facile degli strumenti, né da imparare a suonare e neppure da trasportare! Per me comunque si tratta di un mezzo sonoro straordinariamente contemporaneo, considerate anche le sue origini recenti (1922).
Per vari motivi lo si è spesso confinato nell’ambito della musica jazz dove peraltro ricopre in molti casi un ruolo da protagonista e leader grazie alla tecnica ed all’opera di grandi vibrafonisti, come ad esempio Gary Burton, che sono stati in grado di valorizzarne enormemente le possibilità.
Lo studio di uno strumento simile può svilupparsi attraverso le Istituzioni tradizionali come i Conservatori dove è presente nei programmi di  percussioni o rivolgendosi a Scuole e Maestri privatamente. A mio parere, dopo avere appreso le basi ed essersi impadroniti di una buona tecnica (quattro bacchette), è opportuno saltare gli “steccati” esistenti fra jazz, stilemi più classici o commerciali e cercare di definire uno stile originale utile a far acquisire personalità allo strumento e farlo parlare col proprio linguaggio.
Chiaramente occorre aggiungere tanta e tanta passione, come del resto in tutto ciò che sentiamo di fare ed esprimere per realizzare la nostra essenza.

Francesco Cataldo

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