8 maggio 2012

Film Rosso. La chiamata dell'altro


Ma ecco sui rami, maturi, profondi,
dei frutti carichi di miele.
Stavano per cadere senz’essere colti
se tu avessi tardato ancora un poco.
Nazim Hikmet

Una modella sensibile e piena di vita, un vecchio giudice in pensione rinchiuso nel guscio inacidito della sua solitudine e un giovane magistrato, amareggiato e deluso da una storia d’amore. Sono questi i personaggi principali di Film Rosso, opera cinematografica che, oltre a chiudere la saga della trilogia, è anche l’ultimo lavoro di Krzystof Kieslowski. Film Rosso racconta di una fratellanza, intesa come un’apertura pensabile verso l’altro, colorato dalla viva speranza che «comunicare sia possibile».


Forse non è un caso che il colore utilizzato per analizzare un esempio di fratellanza sia proprio il rosso: lontano dalla malinconia portata dal blu e dall’assorbimento di ogni colore del bianco, il rosso rivela di per sé una carica positiva, energica, tradizionalmente associato all’amore. Della trilogia, infatti, questo è il film più positivo e ottimista, pieno di buoni sentimenti in un mondo in cui non è difficile essere rapiti dall’indifferenza e dall’apatia sociale. Il colore crea un legame associativo con la sfera dell’emozione, dell’ascolto, dell’apertura. Motore di questa storia è l’apertura verso il prossimo, di un altro da sé. Non è la discesa verso l’inferno dell’assenza di Julie, né la mondanità che ha risucchiato Karol: è il presente costituito da incontri, sguardi e gesti che donano la speranza che c’è qualcosa in questo mondo per cui valga la pena vivere. Un abbraccio universale in una realtà fatta di altre presenze in cui si è chiamati, in una maniera o nell’altra a parteciparvi.

Un giudice in pensione amareggiato dalla vita – un magistrale Jean Luc Trintignant - trincerato nella sua solitudine, riempie i suoi vuoti intercettando le telefonate dei suoi vicini; Valentine (Irene Jacob) presta il suo volto a quell’industria culturale che vende l’immagine e rapisce il senso critico dell’uomo.  Sono loro i personaggi di questa quiete infernale che anestetizza il senso, la vita.

Cosa può salvarli? L’ascolto. Quello autentico, quello che volge l’udito alla vita.
Non quello del vecchio giudice che origlia le conversazioni telefoniche dei suoi vicini. Il suo è un atto di ascolto che rende la sua solitudine orgogliosa e superba che solo lo sguardo limpido di Valentine, inciampata fortuitamente nella sua vita, potrà riscaldare. La freschezza di vivere di Valentine funge da contatto con il mondo esterno, con il quale il vecchio giudice non è più volto al dialogo. Ma l’ombra e la luce rappresentati dai due protagonisti non sono figlie che della stessa natura, della stessa tensione nei confronti del mondo che paralizza l'auscultazione vitale. Emblematico infatti che Kieslowski inserisca costantemente l’elemento del telefono. Strumento di presenza-assenza, precarietà stessa del comunicare.


Le convinzioni del regista sull’importanza di una propensione fraterna tra gli uomini è direttamente riconducibile a quel fenomeno privilegiato, proprio dell’essere umano, dell’incontro con l’Altro formulato dal filosofo lituano Emmanuel Levinas.

L’incontro con l’Altro si configura attraverso una sorta di bisogno che egli chiama Desiderio, in quanto predisposizione ad uno stato di cose che non sarà mai interamente pago e sazio. In questo tendere verso che egli chiama Desiderio, l’uomo non ha effettivamente bisogno dell’incontro con l’Altro, ma ne sente comunque l’esigenza, la quale non sarà mai soddisfatta in pieno, e rimarrà per sua stessa definizione mai davvero appagata.

La relazione con gli Altri mi rimette in discussione, mi svuota di me stesso e non finisce mai di svuotarmi, scoprendo in me sempre nuove risorse. Non sapevo di essere tanto ricco, ma non ho più il diritto di serbare nulla. Che cos’è il Desiderio degli Altri: appetito o generosità?

Questa è una domanda che intercorre in tutto Film Rosso, anche se posta in maniera diversa. Aiutare gli altri per atto di altruismo o per un egoismo latente nascosto in ognuno di noi? È ciò che domanda il giudice quando chiede a Valentine perché ha aiutato il suo cane, convinto con il suo fare disincantato, che non c’è via uscita dall’egoismo umano. In realtà la via d’uscita per quell’uomo troppo disilluso è la ragazza stessa, la quale dietro i suoi occhi sinceri nasconde un velato ottimismo per cui crede che «la gente non è cattiva - semplicemente - a volte forse non ha abbastanza forza».

Ciò che indiscutibile è che per qualche strana ragione – se non l’essenza dell’uomo stesso – ognuno ha bisogno, desidera l’Altro in un continuo trasporto senza fine verso di esso:

Il Desiderio degli Altri, da noi vissuto nella più banale esperienza quotidiana, è il movimento fondamentale, il trasporto puro, l’orientamento assoluto, il senso.

Anche il giudice, per quanto all’apparenza si sia votato ad un’ermetica solitudine senza via di ritorno, desidera l’Altro: ovviamente è palese che il suo bisogno si volgarizza in quel “spiare” le vite di altri, ma è pur sempre quello il movente della sua disgustosa abitudine.

          Mi ritrovo sempre di fronte agli Altri. Essi non sono né un significato culturale né un semplice dato. Sono senso in maniera primordiale, perché ne danno uno all’espressione stessa, perché solo per mezzo loro un fenomeno come il significato entra, di sua natura, nell’essere.

Ma l’analisi di Levinas va oltre il puro Desiderio dell’Altro, perché tale propensione comporta una responsabilità che è doveroso assumersi come impegno etico. Non possiamo rimanere indifferenti alla presenza degli Altri, perché l’altro, in un certo qual modo si manifesta come imposizione, imperativo a cui è impossibile non rispondere. Il prossimo è luogo di incontro tra l’uomo e l’assoluto, il quale è rintracciabile nel viso dell’Altro, che austero e quasi insolente si impone dinanzi ai nostri occhi. Il viso parla e ci ordina di non ucciderlo, di riconoscere costantemente l’alterità che rappresenta, nuda e manifesta.

La nudità del viso è uno squallore e già una supplica nella dirittura che mi fissa. Una supplica che è una pretesa. L’umiltà si unisce all’altezza. E con ciò si annunzia la dimensione etica della visitazione. […] Il viso mi soverchia senza che io possa rimanere sordo al suo richiamo, come dire, senza mai cessare di essere responsabile della sua miseria.

Ognuno di noi deve rispondere all’imperativo di essere responsabile verso il prossimo, ma in maniera assoluta, di modo che ogni individuo si senta responsabile più di tutti dell’Altro. Per questo Valentine non potrà fare a meno di aiutare l’anziana donna in difficoltà, né sarà sorda al richiamo d’aiuto - doloroso e ostinatamente silenzioso - del giudice: essi sono lì, indiscutibilmente presenti in questo mondo, e la loro presenza tocca e cambia l’ordine delle cose, e come incantata Valentine dovrà – perché il suo è un dovere – aiutarli, ubbidendo ad una chiamata invisibile, impercettibile.

Essere Io significa, in conseguenza, non potersi sottrarre alla responsabilità, come se tutto l’edificio della mia creazione posasse sulle mie spalle. Ma la responsabilità che priva l’Io del suo imperialismo e del suo egoismo – che anche sia egoismo della salvezza – non per questo lo riduce a momento dell’ordine universale, anzi conferma l’unicità dell’Io. L’unicità dell’Io è il fatto che nessuno possa rispondere in vece mia. 

Valentine non riuscirà a sottrarsi alla vista desolata della solitudine del vecchio giudice, e in punta di piedi riuscirà ad obbedire al suo viso superbo, dietro al quale ogni ruga nasconde una richiesta d’aiuto. Riuscirà a scavare tra le cicatrici del passato, e nel cimitero dei ricordi troverà un tradimento e una grande delusione d’amore. Tra i due si è subito instaurata una sorte di empatia emozionale per cui «non era difficile indovinare» i dolori dell’altro.

Soffrire per causa di un altro è averlo a carico, sopportarlo, essere al suo posto, consumarsi per cagion sua. Ogni amore, ogni odio del prossimo come attitudine riflessa, presuppone […] misericordia, commozioni di visceri. Sin dalla sensibilità, il soggetto è per l’altro: sostituzione, responsabilità, espiazione.


Ma non è solo Valentine a prendersi la responsabilità dell’Altro. Anche il vecchio giudice gioca un ruolo importante della sua vita, quasi fosse un demiurgo sopra le parti. Una volta innescato il cambiamento nella sua vita – per il quale è difficile tornare indietro – è il giudice a tendere la mano a Valentine quando gli confida che sente che qualcosa di importante sta per accadere alla sua vita. L’apertura è compiuta. Sofferente, fragile apertura, un percorso non facile ma propedeutico e necessario verso l’altro; Levinas avverte:

l’apertura è il denudamento della pelle esposta alla ferita e all’oltraggio. L’apertura è la vulnerabilità di una pelle offerta, nell’oltraggio e nella ferita, al di là di tutto ciò che si possa mostrare, al di là di tutto ciò che, dell’essenza dell’essere, possa esporsi alla comprensione e alla celebrazione

Da qui lo scambio dei ruoli, il giudice che obbedisce alla chiamata del viso di Valentine. In vista del suo viaggio a Londra, sarà proprio il giudice a consigliarle di prendere il traghetto, decisione che si rivelerà di enorme importanza nella sua vita.

Per tutto il corso del film, parallelamente, vi è narrata la storia di Auguste, giovane magistrato che sembra ricalcare esattamente la stessa vita del vecchio giudice, compresa la delusione d’amore. Le vite di Valentine e Auguste si incrociano continuamente senza mai intersecarsi. Solo grazie al consiglio del giudice, Valentine potrà imbattersi nello sguardo di Auguste, su quel traghetto dove numerosi destini si incontreranno anche se per un breve momento.

L’imbarcazione, contro ogni previsione meteorologica, naufragherà in una tempesta; nonostante il numero di vittime sia elevatissimo, sei persone scampano alla tragedia.

Julie e Olivier, Karol e Dominique, e infine, Auguste e Valentine, i quali avranno finalmente modo di intrecciare i loro sguardi e magari innamorarsi l’uno dell’altro, inserendo il tassello che è mancato per rendere felice la vita del giudice, e appagando quella presente ripetuta dal giovane magistrato. Il vecchio giudice, assiste davanti alla televisione lo sviluppo della catastrofe: alla vista dei naufraghi sopravvissuti e ai due giovani abbracciati nel caldo di una coperta, abbozzerà un sorriso. Di amore fraterno.


Ma ciò che conta davvero è che i personaggi principali della trilogia si siano salvati. Contro ogni pessimismo, Julie e Olivier continueranno la loro vita insieme, e Karol e Dominique hanno riunito le loro vite contro ogni aspettativa lasciata dalla loro vicenda. I finali sembravano suggerirci che la libertà è una dolorosa esperienza e l’uguaglianza un bene solo sfiorato. Solo la fratellanza è riuscita a riunire tutti i personaggi, manovrando i fili delle loro vite e conducendoli verso la salvezza.

Nel finale di ogni film della trilogia ogni protagonista guarda oltre il vetro di una finestra, referente di un baluardo interiore, di una distanza, di una solitudine. Solo lo sguardo del giudice attraversa un vetro rotto. La salvezza è passata anche da qui. 


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