23 febbraio 2013

Coca: la foglia sacra degli Inca


La pianta di coca ha una stretta relazione culturale-religiosa con le popolazioni andine da tempo immemorabile. Sono state ritrovate decorazioni raffiguranti la foglia di coca nelle ceramiche pre-incaiche, risalenti addirittura a 5000 anni prima di Cristo. Da sempre la coca è stata considerata una pianta sacra, capace di realizzare una connessione tra le divinità extraterrene  e  le popolazioni che abitavano gli altipiani della catena andina, dove attualmente si estendono parte della Colombia, Ecuador, Perù, Bolivia e nord del Cile. Dovuta alla sua caratteristica religiosa e sacra, la pianta di coca rappresentava un simbolo di prestigio tra le comunità indigene, considerata oggetto di scambio pregiato, fino ad essere considerata una “quasi moneta” durante l’Impero Inca.
Quando i conquistadores arrivarono nei territori dominati dalla civiltà incaica, scoprirono in breve tempo le virtù e le potenzialità di tale pianta, senza però vederne di buon occhio il consumo da parte della popolazione locale. Questo rifiuto da parte degli spagnoli verso il riconoscimento di una tradizione ancestrale, ha portato progressivamente ad un divieto assoluto del consumo di questa pianta sacra, affiancato dalla posizione intransigente della Chiesa, che addirittura la classificò come una pianta “demoniaca”; determinandone il declino. I rituali ancestrali, direttamente riconducibili all’uso delle foglie di coca, venivano messi al bando dagli emissari del Papa,  che cercavano di estirpare le antiche credenze, a favore della cristianizzazione di tutto il territorio Inca. Tale processo non fu di facile esecuzione, in quanto la pianta non era considerata solamente oggetto di scambio e sacra, ma principalemente rientrava in maniera determinante nelle abitudini alimentari degli Indios, costituendo uno dei cibi principali nella dieta andina.

Foglie di coca in vendita

Intorno al 1540 si passa quindi dal considerare la coca come una pianta divina per la cultura Inca, ad una pianta “satanica” per la Chiesa cattolica.
Questa inversione nella visione concettuale della pianta di coca, dovuto inevitabilmente ad uno scontro di civiltà, ha innescato un dibattito non ancora concluso, attualmente a livello internazionale, che ha radici soprattutto nella visione distorta che nel tempo la coca ha subito, e che continua purtroppo a subire. Prima di tutto bisogna fare un pò di chiarezza su cosa è effettivamente la coca, e quali caratteristiche possiede per essere considerata, da tempo immemorabile, come una pianta “sacra”. Diverse ricerche condotte in America latina e negli Stati uniti (Università di Harvard) sono concordi nello stabilire che la foglia di coca possiede forti capacità nutrizionali. Difatti è ricca di vitamine, proteine, calcio e minerali tali da poter soddisfare le richieste nutritive giornaliere di una persona adulta con la masticazione di circa 200 grammi di foglie. Combatte il mal d’altitudine, accentua l’attenzione e la concentrazione, è uno stimolante naturale  e contiene fluoro, il che aiuta a mantenere una dentatura bianca ed integra; esattamente come si è stupefacentemente ritrovato nelle numerose mummie di età incaica in Perù.
Che relazione ha una pianta dalle proprietà così strabilianti con la droga, la cocaina, e quindi il narcotraffico a livello internazionale? La pianta di coca possiede quattordici alcaloidi quasi tutti sintetizzati in laboratorio ed utillizzati correntemente nell’industria farmaceutica per svariati usi. Uno di essi è appunto la cocaina, isolata nel 1860 dal chimico tedesco Albert Niemann e usata come anestetico intorno al 1884. Gli effetti “collaterali” della cocaina, come eccitazione, perdita di fame e sonno, esaltazione degli stati d’animo nonchè la dipendenza; l’hanno elevata negli anni a livello internazionale come una droga “moderna”, soppiantando la obsoleta eroina consumata principalmente nella decade degli anni ’80. La cocaina si ricava dalla macerazione delle foglie di coca con sostanze altamente tossiche per l’organismo, producendo effetti devastanti a lungo termine nel corpo umano. Il narcotraffico legato appunto alla sua produzione, ha generato un serissimo problema a livello locale nelle aree dove si produce la pianta di coca per uso terapeutico ed alimentare. Difatti la ricerca di campi illegali nascosti agli occhi della polizia internazionale, alimenta il disboscamento di aree vergini della selva amazzonica, ed il processo di isolamento dell’alcaloide della cocaiona, che impiega sostanze tossiche,  contamina irreparabilmente il sottosuolo. Chiaramente il problema si estende anche a livello internazionale, causato da un crescente consumo di cocaina (e quindi di richiesta) soprattutto nelle aree maggiormente sviluppate del globo, come Europa e U.S.A., aumentando in maniera esponenziale i rischi a cui sono esposte le comunità indigene e l’ecosistema in cui risiedono.
Colazione con foglie di coca

Gli organismi internazionali putroppo hanno
risposto in maniera imprecisa e ingiusta, emanando negli anni dei provvedimenti a dir poco insensati nel condannare la pianta di coca nella sua totalità, senza distinguere ciò che sono le foglie e ciò che è la cocaina, cioè il derivato illegale. Nel 1912, durante la convenzione chiamata “dell’Oppio” svoltasi all’Aia, si considerò illegale la cocaina e tutti i suoi derivati, commettendo il grave errore di considerare appunto derivati ciò che di stupefacente non avevano proprio niente. Dopo decennali lotte portate a capo dalle nazioni produttrici di foglie di coca, come il Perù, per una più equa differenziazione tra ciò che è la cocaina, e ciò che invece sono i restanti derivati della pianta di coca, nella Convenzione antidroga del 1988 si arriva ad un compromesso, introducendo l’uso “lecito” dei derivati della coca solo ad uso esclusivo delle comunità indigene per le culture ancestrali andine. Certamente un passo è stato fatto, considerando non più “fuorilegge” gli indigeni che da tempo immemorabile utilizzano le foglie come alimento giornaliero e come forma di sostentamento alimentare in zone dove la reperibilità di cibo è ridotta al minimo. Però contemporaneamente, ogni tentativo di produzione di prodotti derivati dalla coca è rimasto, a livello mondiale, proibito. Si lascia così un vuoto nella ricerca e nello sfruttamento di una pianta dalle proprietà nutritive eccezionali, oltretutto coltivata in regioni proibitive ed impervie, dove le forme di sostentamento sono altamente limitate.
Per quanto riguarda l’utilizzo industriale della coca, è rinomato un solo caso eclatante che dovrebbe far riflettere su come tutte le convenzioni internazionali si piegano davanti ad un colosso delle multinazionali, tra le più potenti al mondo: stiamo parlando della Coca-cola. Non è più un segreto che la famosa “formula 7x”, la ricetta utilizzata per produrre la bibita, sia composta da estratti di foglie di coca prive dell’alcaloide della cocaina, un derivato della coca secondo le norme internazionali, e quindi a tutti gli effetti (teoricamente) illegale. Non è più un segreto che la Empresa Nacional de la Coca peruviana venda alla The Coca cola Company svariate migliaia di tonnellate di foglie sacre degli Inca. Questo miracolo commerciale è avvenuto nel 1961, quando la già influente multinazionale ha “imposto” una clausula nella Convenzione Unica sugli stupefacenti delle Nazioni Unite. Tale clausula, articolo 27, stabilisce che si può elaborare un «agente saporizzante a base di foglie coca purchè non contenga nessun alcaloide,  e solo sotto autorizzazione alla produzione, vendita, esportazione e possessione di dette foglie». La Coca-cola è stata ed è l’unica impresa che non ha subito gli effetti della proibizione della coca, inoltre registrando il proprio marchio, è l’unica industria che può utilizzare il nome “coca” nei  prodotti destinati alla vendita, in barba alla millenaria tradizione andina che si vede privata anche dell’utilizzo del nome della foglia sacra.
The alla coca 

Qual
è il futuro della pianta di coca? I governi andini stanno lottando perchè sia evidente agli occhi del mondo occidentale che le foglie della pianta sacra non siano associate alla cocaina ed al narcotraffico. Inoltre chiedono a gran voce che la pianta sia eliminata dalla lista internazionale delle droghe pesanti, e ne siano riconosciute le virtù e le qualità già apprezzate al tempo degli Inca. A livello scientifico una seria ricerca sulle proprietà delle foglie di coca, a detta di molti esperti, potrebbe alleviare la crescente domanda di cibo nel mondo, in quanto il suo altissimo valore nutritivo potrebbe essere una risposta concreta alla fame mondiale. Il Perù è in prima linea nella sua personale battaglia per il riconoscimento delle tradizioni andine, e vuole spingersi oltre i propri confini confezionando una serie di prodotti industriali, farmaceutici ed alimentari, per far conoscere al mondo le virtù della pianta millenaria autoctona delle Ande. Il problema più difficile da superare è l’informazione, o la disinformazione che si produce nei paesi occidentali dove la mancanza di un reale interesse nei confronti delle nazioni emergenti  latinoamericane, relegano in secondo piano la loro cultura incredibilmente affascinante ed ancestrale. Al grido di «la hoja de coca no es droga», impariamo a differenziare ciò che è una sostanza illegale da una pianta sacra adorata dagli Inca e definita magica.
*tutte le foto di questo articolo provengono da Flickr

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