19 aprile 2013

Robert Capa: attimi di guerra

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Nell'agosto del 1943, un gruppo di soldati americani arriva a Troina, in Sicilia. In un panorama brullo e desertico, un giovane militare si accuccia accanto ad un vecchio che, con un lungo bastone, gli indica la direzione presa dai tedeschi in fuga. Quanto sarà durata la complicità fra i due? Pochi minuti probabilmente, il tempo di sapere che strada fare per inseguire il nemico. Eppure, nell'aria vagamente divertita del giovane – forse per quella mano posata sulla spalla dal vecchio, in un gesto di intima correità - balena un guizzo di simpatia autentica, una gratitudine fraterna che forse solo la guerra è in grado di far nascere fra chi libera e chi viene liberato.


 Contadino siciliano indica ad un ufficiale tedesco la strada presa dai tedeschi in fuga
                     
Come lo stesso Robert Capa affermò, la serie fotografica relativa allo sbarco delle truppe americane in Italia è forse quella più emotivamente coinvolgente. Ed io, da visitatrice piacevolmente sorpresa nello scoprire un fotografo così empatico con i suoi soggetti, posso dire di essere d'accordo.
La retrospettiva che la casa editrice d'arte Silvana Editoriale in collaborazione con l'agenzia Magnum Photo dedica a Robert Capa all'interno di Palazzo Reale a Torino, è senza dubbio, una di quelle mostre minimali che lascia parlare le opere: 97 preziosi scatti in bianco e nero, nei quali vengono narrate le drammatiche vicende di uno dei più importanti fotoreporter di guerra del XX secolo.
Nel corso della sua carriera (purtroppo breve perché morì a soli 40 anni), Robert Capa prese parte a cinque diversi conflitti: la guerra civile spagnola, la seconda guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra arabo israeliana e la prima guerra d'Indocina, tutte vissute in prima linea grazie ad un'indole temeraria fino all'incoscienza che spingeva Capa a trovarsi sempre nel cuore degli eventi.

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Nonostante moltissime fossero state le situazioni potenzialmente mortali, Robert Capa era un fotoreporter che preferiva raccontare la guerra attraverso gli effetti che questa aveva sulla popolazione: bambini dagli occhi spenti e pieni di lacrime, donne che dicono addio al proprio compagno (partigiano), con un sorriso tirato e una pistola legata alla vita, ed i vecchi, curvi nelle sofferenze, che resistono e fanno forza a chi è rimasto.
Conoscendo la sua biografia, però, non stupisce che egli si sentisse in particolare empatia con i derelitti: quando nel 1933 è costretto a fuggire dalla Germania di Hitler (Capa, infatti, era di origini ebraiche), arriva a Parigi dove conosce fame e povertà, ma anche l'amore per la città e per la giovane Gerda Taro che lo aiuterà ad intraprendere la sua brillante carriera di fotografo.

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Tre anni dopo, infatti, inviato in Spagna per documentare la guerra civile, diventa famoso con il noto scatto de Il miliziano colpito a morte. All'interno della mostra, questa controversa fotografia che diede origine ad una disputa circa la sua possibile non autenticità, si inserisce nella serie che documenta la vita quotidiana dei ribelli repubblicani, molti dei quali immortalati – quasi in posa - nelle trincee con le armi in pugno. L'aria tersa e la luce abbagliante delle campagne spagnole fanno di queste immagini, scatti straordinariamente nitidi e puri, quasi che la natura avesse deciso di schierarsi silenziosamente a favore di questi uomini dagli abiti logori, proteggendoli come figli suoi.
Capa – che non era un pacifista, perché riconosceva come necessario l'uso della forza per salvaguardare le libertà fondamentali dell'Uomo- è stato capace di testimoniare al mondo l'identità di un popolo attraverso i conflitti armati. Accanto alla tensione dello scontro imminente vissuta dai repubblicani spagnoli si dipana la serie della guerra sino-giapponese. Contrariamente a quanto si vede negli scatti precedenti, le espressioni dei soggetti sono nulle, facce quasi del tutto prive di emozioni, anche davanti ai bombardamenti aerei. Generali e personalità di spicco dell'esercito vengono ritratti nella loro asettica imperturbabilità, laddove gli unici sentimenti che traspaiono sono la necessità di mostrare dignità ed orgoglio per la divisa che indossano. Questo contrasto è reso ancora più marcato dall'accostamento con la sequenza sullo sbarco degli Alleati in Italia: qui, Capa torna ad essere tutt'uno con la gente, persone semplici, dai volti stanchi per una guerra che porta via i giovani e non li fa tornare più. In ogni scatto, Capa fissa una simpatia istintiva che pare essere nata subito fra americani ed italiani, quasi fossero cugini lontani – e forse, per molti, era proprio così:
Eravamo alla periferia di Palermo i tedeschi erano stati isolati e ciò che restava delle forze italiane non aveva intenzione di combattere. La jeep che mi ospitava, seguiva i primi carri della seconda divisione corazzata lungo il percorso verso il centro della città. La strada era fiancheggiata da decine di migliaia di siciliani in delirio che agitavano fazzoletti bianchi e bandiere americane fatte in casa con poche stelle e troppe strisce. Avevano tutti un cugino a "Brook-a-leen". Ero stato all'unanimità riconosciuto come siciliano dalla folla in festa. Ogni rappresentante della popolazione maschile voleva stringermi la mano, le donne più anziane darmi un bacio e le più giovani riempivano la jeep di fiori e frutta.
La seconda guerra mondiale prosegue con le immagini sfocate dello sbarco in Normandia, delle quali la maggior parte è andata perduta a causa di un errore nello sviluppo da parte del tecnico Larry Burrows. Qui, solo ombre mosse e pochi dettagli significativi testimoniano la violenza e la drammaticità di un evento storico decisivo. Poco ci è mancato che anche lo stesso fotoreporter non rimanesse ucciso in quella terribile foresta di proiettili vaganti che fendevano l'aria poco distante da lui.
Vivere a stretto contatto con i soldati, porta Capa ad una serie di fotografie vive, ricche di dettagli e "colori". Anche la testimonianza del conflitto arabo israeliano, che lo ha fatto sentire lontano da quelle persone schive, per le quali anche la sua macchina fotografica non provava nulla producendo scatti pessimi, dimostra il suo spirito sanguigno e l'occhio acuto di un artista temerario che finirà col pagare a caro prezzo il proprio coraggio: Capa, infatti, morirà nel 1954, a seguito delle truppe francesi in Indocina, a causa di una mina antiuomo.

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 Ernest Hemingway in un letto d'ospedale
La mostra si conclude con i ritratti di alcuni amici: Hemingway, Picasso, Matisse, Capote, tutti ritratti nell'intimità della propria vita quotidiana, dei propri affetti, delle proprie passioni. In essi, traspare l'indole autentica di un fotografo che, nonostante per lavoro descrivesse la guerra, per reazione «amava la vita, gli amici, le donne». Robert Capa non era solo un fotoreporter che fotografava ciò che lo circondava; era un attento indagatore dell'animo umano, riflessivo e puntuale nella cura dei dettagli che rendeva, in apparenza, senza eccessivo sforzo. Un artista che documentava l'istinto peggiore dell'essere umano, ma che per contrasto – in un gioco in cui il bianco ed il nero diventano i toni più adatti per rappresentare metaforicamente la vita e la morte - ne esaltava le qualità più pure: dignità, solidarietà e l'urgenza di sentirsi liberi. 

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