13 maggio 2013

Die schweigenden Wörtern: l’indicibile della storia

   
 Paul Celan Martin Heidegger 

Della poesia del Novecento tratto saliente sono gli eventi terribili che segneranno la letteratura del XX secolo. Il male delle due guerre e di una politica che tenta di trovare il suo centro ideale tra dittature e comunismi è lo stesso male che culmina nei pogrom degli ebrei, quelli marchiati dal nome della città tedesca Auschwitz. In Germania, in Italia e in altri paesi, la questione del male, che richiama anche il filosofo Kant, resta taciuta fino a quando la parola di alcune vittime operare un'azione purificatrice e liberatoria del male subito dagli altri. Tra coloro che richiamarono alla memoria l'ombra silenziosa della morte, ricordiamo Primo Levi in Italia e Paul Celan la cui identificazione geografica e culturale appare particolare e paradigmatica. Celan è rumeno ma grazie alla madre approfondisce la lingua e la cultura tedesca, scrivendo così più tardi in pura lingua tedesca. Celan è un rumeno che scrive in tedesco ma, e qui sta l'eccezionalità della sua natura, Celan è anche ebreo, un ebreo che scriverà in tedesco il canto della morte, grido silente degli orrori dei campi di concentramento. Una delle sue poesie più drammatiche e asciutte nel risultato linguistico che ne consegue, è Welchen der Steine du hebst (Qualunque pietra tu alzi). 


Welche der Steine du hebst

Welchen der Steine du hebst –
du entblößt,
die des Schutzes der Steine bedürfen:
nackt,
erneuern sie nun die Verflechtung.

Welchen der Bäume du fällst -
du zimmerst
die Bettstatt, darauf
die Seelen sich abermals stauen,
als schütterte nicht
ach dieser
Äon.
  
Welches der Worte du sprichst -
du dankst
dem Verderben.
Qualunque pietra tu alzi

Li discopri, coloro cui occorre
il riparo delle pietre:
denudati, rinnovano il loro intreccio.

Qualunque tronco tu abbatti inchiodi
assi
d'un giaciglio, ove
di nuovo s'ammucchiano le anime,
come se non si scotesse
anche quest'
Era.

Qualunque parola tu dica rendi
grazie
alla perdizione.

Il rapporto Heidegger-Celan è da tempo al centro di discussioni critiche e di riflessioni inerenti agli accaduti "indicibili" dei primi del '900. Le due figure, quella del poeta Celan e del filosofo Heidegger, offrono lo spunto per inquadrare un momento storico preciso e disegnano, altresì, le linee di contorni umani peculiari che potremmo integrare nel quadro generale dei poli opposti dell'esistenza. L'angolazione che può fungere da punto di vista e di riflessione di due esistenze agli antipodi, come sono state le loro, potrà servire come esemplificazione di considerazioni ben più infinite. In prima analisi per ambo le esistenze assistiamo all'importanza, centralissima, della parola e come contraltare ad essa, del silenzio, dunque della parola non detta. L'inesprimibile può o non essere detto, oppure, ancora, può essere interpretato laddove le parole non rievocano la semantica secondo le leggi comuni del parlare e dello scrivere. In questo processo comunicativo di interpretazione della parola espressa, è Celan tra i poeti più grandi del Novecento. In pittura, in maniera analoga eppure non prettamente coincidente, si assiste al gioco della comunicazione visivo-linguistica ambigua di Magritte, il quale usa parole diverse per denominare l'oggetto figurato. 



Ciò che Magritte inscena nell'opera La chiave dei sogni è rendere folle l'atto linguistico che è logico sul piano formale, ma del tutto illogico sull'asse visivo-linguistico, entrambi non coincidenti nell'opera di Magritte. L'esempio dell'arte di Magritte è solo l'estremo rappresentato nelle arti figurative, di una questione fondamentale sulla quale la filosofia del '900 si incentra, ossia quella sulla determinatezza e sui limiti del linguaggio stesso. Il linguaggio si rivela, dunque, come mezzo di comunicazione che non può che esprimere ciò che l'uomo fa e ciò che l'uomo è e diventa nel suo contesto storico. E' questo il significato delle parole di Heidegger: «[...] il linguaggio in quanto significare per mezzo di suoni ci radica dalle fondamenta ancor più nella Terra» (M. Heidegger, Nietzsche). La lingua si fa Ort, posto, luogo e Zeit, tempo, ossia è luogo del nostro tempo, "parla" del tempo degli uomini e li definisce nella loro intima essenza. La poesia di Celan è una comunicazione simbolica di quel che l'uomo è storicamente diventato nel suo tempo. Non si può dire l'indicibile, oppure si può esprimere già con il consenso della parola nascosta, se non del silenzio. Il tempo della poesia di Celan è lo stesso della filosofia di Heidegger e della memoria di Auschwitz. Di quella memoria si ha un quadro dialettico sia nella sua funzione formale che in quella linguistica. Formalmente Heidegger è a quel tempo sostenitore di Hitler, Celan ne è la vittima. La seconda opposizione riguarda l'uso che entrambi fanno della parola; il primo tace, l'altro racconta l'indicibile per mezzo della parola simbolica. Come raccontare l'indicibile, ciò che non può trovare alcun riscontro nell'esperienza comune? Si tratta di dare voce ad un racconto che solo chi lo ha esperito può comprendere, udire il senso delle parole che lo compongono. Ma la parola vuole comunicare all'altro, a colui che non ha vissuto la stessa esperienza, a lui si volge il racconto della parola che non ha seguito in un reale, se questo non è stato vissuto, dunque l'indicibile non può essere raccontato. Manca l'esperienza che dà significato al significante, manca la base della parola rivelatrice, quella stessa parola che Celan usa in modo simbolico per svincolarsi dall'impossibile dell'indicibile. Ad Heidegger non resta che il silenzio, che ricorda il tacere delle vittime piene di vergogna per gli aguzzini stessi. Mentre l'uso della parola simbolica non può che riconsegnare Celan, sottratto agli uomini, alla parola del divino: quella del poeta. 



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