16 ottobre 2013

La Barca Sublime dei Savoia: le mostre diventano teatro



Quando si parla di beni culturali in Piemonte, viene facile pensare quasi subito alla Reggia di Venaria Reale. Il restauro iniziato nel 1997 e costato circa 300 milioni di euro, ha permesso il totale recupero del complesso della Reggia e dei Giardini, diventando «il più importante progetto europeo per il restauro e la valorizzazione di un bene culturale e del suo territorio».

Grazie agli imponenti interventi eseguiti, godiamo oggi di un gioiello prezioso che per importanza e bellezza è fra i siti più visitati e più celebrati nel contesto della valorizzazione artistico-culturale del territorio. Peccato che la Reggia sia spesso vittima di un'inaspettata disorganizzazione che ne mortifica il prestigio così duramente conquistato: lunghe code alle biglietterie (con prezzi esorbitanti) ed il personale scontroso costituiscono una premessa alquanto fastidiosa per un contesto così regale. Ciò che tuttavia risulta spesso più interessante da indagare, sono le scelte museologiche e museografiche relative all'allestimento delle opere. I vasti spazi offerti dalla Reggia consentono, infatti, sperimentazioni spettacolari e grandiose che tuttavia si dimostrano spesso eccessive e poco funzionali, finendo col penalizzare l'opera anziché valorizzarla.

La mostra La Barca Sublime, visitabile fino al 2 febbraio 2014 presenta, fresca di restauro, l'ultima originale imbarcazione veneziana del Settecento, utilizzata da Casa Savoia per parate ufficiali e feste importanti. Autore ne è Filippo Juvarra, architetto amatissimo dai Duchi piemontesi, che si ritrova nel gusto scenografico delle volute, dei dettagli decorativi e dell'oro che caratterizzano questa deliziosa gondola. Attorno ad essa, è stato progettato un percorso multimediale il cui autore è - non a caso - Davide Livermore, regista teatrale fra i più importanti.
La visita è iniziata con una breve presentazione dei restauri realizzati, proiettata su due maxischermi all'ingresso di una vasta sala. Dopo pochi ma lunghissimi minuti, la guida ci ha condotti dall'altro lato della stanza dove un secondo video descriveva il viaggio della Peota da Venezia a Torino (ben 32 giorni controcorrente). Si trattava, in effetti, di una proiezione dal gusto onirico, spiegata poi dalla guida solo alla sua conclusione (forse anticipando la spiegazione, avremmo potuto meglio e quindi apprezzare ciò che stavamo vedendo).



La mostra proseguiva con un breve corridoio buio (sul soffitto, un altro video marino, fortunatamente non didattico ma puramente estetico) chiuso da due pesanti sipari. Da qui si accedeva ad un terzo locale ai cui lati erano state fissate delle scenografie lignee che riproducevano dei palchi teatrali. All'interno di essi, una serie di figure multimediali (il re e suo figlio, Juvarra, una cucitrice, etc.) narravano la storia della Peota, dal loro personale punto di vista. Interessante, in effetti, l'idea, forse la migliore dell'intero allestimento: le voci si susseguivano, diversi accenti caratterizzavano psicologicamente i personaggi e davano senz'altro quel tocco piacevole che strappava qualche sorriso. Alle spalle di ogni personaggio, volteggiavano, poi, meduse e pesci rossi, ricordando costantemente il tema del mare, leitmotiv di tutto l'allestimento.

Infine, siamo riusciti a vedere la barca (anche se qualche scettico temeva fosse anch'essa virtuale) che, per evocare l'idea del mare e provocare un effetto ottico straniante, è stata poggiata su una serie di specchi. Sul soffitto, andava un quarto video che, riflettendosi sugli specchi, avvolgeva la Peota ma disturbava non poco lo spettatore che poteva godere dell'effetto ottico per poco: gli specchi, infatti, non erano abbastanza larghi per poter accogliere tutta la proiezione cosicché se ne poteva scorgere solo un pezzo. Per vederlo interamente, si doveva stare per forza con il naso all'insù, con il risultato di uscire dalla mostra con un fastidioso torcicollo.

Il video poi, era un susseguirsi surrealista di immagini: prima una damina settecentesca che ivi nuotava, poi una coppia che nelle sale della Reggia tubava amorosamente, cavalieri e nobili che si affacciavano a balconcini, e così via.



Un'esperienza disarmante, dunque, per un oggetto che avrebbe potuto essere proposto in modo molto più scorrevole e leggero, senza obbligare l'osservatore a sorbirsi tutti questi video per circa quindici minuti. Naturalmente la necessità di giustificare un biglietto per vedere qualcosa che poteva essere proposto quasi gratuitamente, ha condotto l'organizzazione a optare per un allestimento insolito ed originale, anche se purtroppo poco funzionale.

A conti fatti, comunque, la Reggia di Venaria fa parte di un recupero del patrimonio italiano che, a prescindere dalle scelte organizzative e dal personale, merita di essere visto. In fondo, anche a quegli allestimenti che il più delle volte risultano fin troppo sperimentali, va riconosciuto il merito di voler fortemente suscitare una riflessione, una reazione. Decidere per un'esposizione tradizionale e quindi sicura, risulta spesso più facile, soprattutto quando si hanno spazi museali creati su misura per ospitare opere d'arte. Ma quando si dispone di lunghissimi corridoi, è quasi obbligatorio escogitare modi diversi ed alternativi di esporre, nel tentativo di trovare la sintesi fra lo spazio a disposizione e gli oggetti esposti.

Anche fare allestimenti (bizzarri, spettacolari, non sense) fa parte della magia che sta attorno ad una mostra e la Reggia è forse il palcoscenico più adatto per portare avanti questo discorso. Speriamo almeno che in futuro si riesca a trovare l'equilibrio perfetto fra innovazione e tradizione. 

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