12 ottobre 2013

Per una letteratura orgogliosamente démodé


No. Non chiamerò in causa la «madeleine» di Proust per farne il solito “pippone” sui ricordi, nonostante il libro, Profumi. Inventario sentimentale degli odori di una vita, ti metta il paragone lì, sotto il naso, come un assist di Pirlo.

L’ultimo libro di Philippe Claudel è una raccolta che sarebbe piaciuta molto a Gesualdo Bufalino (in realtà proprio per il proustianesimo di cui sopra) o a Georges Perec per la mania dell’elenco, o a Italo Calvino, perché mi sembra che trovasse geniale qualsiasi forma letteraria fuori dal romanzo tradizionale. Dalla A di abete alla V di viaggio, Claudel ha scritto una raccolta di brevi testi nei quali rievoca gli odori, gli oggetti, i gesti e i sentimenti di una vita, soprattutto dell’infanzia. Passando attraverso il ricordo delle aule scolastiche, della barberia del suo paese, della crema solare, dell’odore impigliato nei maglioni, quello delle prigioni, del sapone, del sesso femminile, Claudel ha composto un libro con un gusto decisamente lontano dalla produzione letteraria contemporanea. Lo stesso autore precisa, nell’ultimo testo, quello intitolato Viaggio: «Elencare dei nomi, respirarne le sillabe, significa scrivere il grande poema del mondo e quello dei suoi profondi desideri. […] Ogni lettera ha un odore; ogni verbo, un profumo. Ogni parola spande nella memoria un luogo e i suoi effluvi». E per capire quanto sia vero quel che dice, leggete questo:
Gocce isolate danno le prime note, sorde, vicino al pollaio, poi arriva il grosso della truppa, esercito obliquo e fitto di soldatacci che sciabolano sfacciatamente i petali degli ultimi tulipani, strappano le foglie ancora fragili dei ciliegi, umiliano le peonie costringendole a piegare le teste cremose prima di schiacciarle al suolo, crivellano la terra con milioni di crateri grossi come l’unghia del pollice. Massacro puro e semplice. Bombardamento. Cateratta. […] Si rabbrividisce un po’ e si sorride, mentre, ben al riparo dal temporale, si aspira il profumo sprigionato dal massacro, humus di palude, torba, linfa, zucchero delle corolle dei gigli i cui petali in lacrime sono come stracci, peli di bestie allo stremo e che mugghiano in coro in lontananza […].
Oppure questo:
La mia speleologia desta in me soltanto terrore, quello di essere condannato a vivere lì, eppure, eppure… mi piace stranamente il lavandino scavato in un unico blocco di arenaria rosa, questa carne dei Vosgi, sempre bagnato perché il rubinetto perde stillando un’acqua argentina. È un po’ come avere in casa una sorgente la cui acqua scaturisca da uno spacco della terra. E questa arenaria, che ha il colore delle labbra delle ragazze, quando continua a bagnarsi senza posa, rilascia a chi la tocca, l’accarezza e vi beve, un profumo quasi floreale, e dolciastro, boschivo, delicato, lievissimo nonostante la massa compatta e pesante della pietra, appena erosa, e la sua età che confonde la sua nascita con quella del mondo.
Si capisce che Philippe Claudel sia un autore orgogliosamente démodé, di quelli che si intestardiscono a cercare d’individuare la parola più adatta a suggerire quella precisa sensazione che vogliono evocare; insomma, letteratura per palati fini, che si legge, nella produzione contemporanea, sempre meno.
Ovviamente, da provinciale quale sono, adoro quell’infantile gioco di individuare quanta Italia si possa trovare nei ricordi d’infanzia d’un francese, e mi stupisco scoprendo dell’esistenza dell’album di figurine Panini, e delle «canzonette sontuose di Drupi»; Fellini, Bertolucci e Casanova fanno molto meno effetto.

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