17 gennaio 2014

Il capitale umano. Un Virzì a tinte noir


Può una vita umana avere un prezzo, essere valutata, monetizzata? Purtroppo è possibile, amaramente possibile. Aspetto, questo, che ci racconta Virzì nel suo ultimo film Il capitale umano. Titolo che proviene da un'espressione utilizzata nel mondo delle assicurazioni e che indica il prezzo d'indennità in caso di decesso di un assicurato. Questione a cui il regista, forte di una solida sceneggiatura ispirata a un romanzo americano, arriva pian piano, colpo di scena dopo l'altro, passando per conflitti umani, ricatti, amori, disamori, attrazioni, adulazioni. In una trama che s'incastra amorevolmente, suddivisa in capitoli e salti temporali che ricordano Tarantino e Tornatore. Un film che ho amato tanto, pur ammettendo di non essere un grande appassionato del regista, che mi ha stupito per un approccio insolito, perché il film è insolito sin dalla struttura, tanto che par voglia comunicare un cambio di rotta del regista, quanto meno riguardo l'aspetto visivo, creando atmosfere e suggestioni mutuati dal noir.

Durante tutto il film si respira un'atmosfera elettrica, fra luminosità e uggiosità, avvertendo una sensazione di drammaticità pronta a esplodere. È gli elementi compositivi del film, sembrano affermare questo, a cominciare dalla regia, che definirei corposa, specie se paragonata alle precedenti di Virzì, e che si fa notare sin dalle prime inquadrature, una in particolar modo, dall'alto, e non per ultimo dalla forza espressiva dei protagonisti, Valeria Bruni Tedeschi su tutti; una ricca affascinante, d'indole pacata, ma capace di scatti d'ira improvvisi. Un'attrice di rara bravura degna di questo nome, totalmente calata nel ruolo (in fondo proviene da una famiglia agiata) che conduce per mano lo spettatore nell'intrigo della storia, come se fosse un contrappunto mirato, raccontandoci i suoi sogni e le sue sofferenze, le sue attrazioni per la cultura teatrale e per un autore di teatro: Luigi Lo Cascio, che si riconferma, a dispetto di un ruolo poco esteso, ma decisivo per la stessa caratterizzazione della Bruni Tedeschi. Con questo film Virzì fa un'escursione nel noir, un noir famigliare, proponendo un affresco contemporaneo di un'Italia corrotta, di signori del denaro che investono capitali vertiginosi sulla rovina di una nazione. Ecco quindi i protagonisti, diversi tra loro, forse non tanto, ficcarsi in questo strappo sociale. Si va dal ricco esperto in finanza, Fabrizio Gifuni, al villano tronfio con manie di grandezza, artefice del suo stesso disastro personale, un uomo superficiale che se ne frega della donna che lo ama; lei, Valeria Golino, gioiosa per una novità che le cambierà la vita, mentre lui, un bravissimo seppur sopra le righe, Fabrizio Bentivoglio, con la mente perennemente smarrita, accecata da un abbaglio, cannibalizzata da un ambiente che non fa per lui.



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