16 giugno 2014

Interpretazione “scientifica” di un quadro di Pollock



In una mia recente visita al Museum of Modern Art di New York (MOMA), famoso per l'esposizione delle Demoiselles d'Avignon di Picasso e della Notte stellata di van Gogh, a parte gli altri capolavori, sono rimasto folgorato soprattutto da un quadro di Jackson Pollock One: number 31. In questo articolo infatti vorrei soffermarmi proprio su questa tela, perché tra tutte è stata in grado di stimolare diverse considerazioni che precedentemente non avevo immaginato e che vorrei condividere con i lettori di Elapsus.

Questo quadro fa parte dello stile espressivo dell'action painting di cui Pollock è il principale esponente. L'action painting è una pittura astratta eseguita attraverso la tecnica del dripping, lo sgocciolamento della pittura direttamente sulla tela. Nei video d'epoca è possibile vedere il pittore eseguire i quadri intingendo una bacchetta o un pennello con cui eseguiva lo sgocciolamento attraverso un gesto rapido della mano. Eppure quando Pollock dipingeva non seguiva una vera e propria progettualità, semmai un'intuizione, un'idea. Le macchie di colore non erano programmate, ma seguivano l'automatismo di gesti istintivi, del subconscio. Pollock così esprimeva se stesso in maniera totalizzante, i gesti divenivano espressione dell'atto creativo il cui risultato finale è un guazzabuglio di linee e colori disposti (apparentemente) in maniera confusa. Tra il gesto e l'idea Pollock manifestava la volontà di far prevalere l'interiorità lasciando da parte qualsiasi forma di razionalità.


Questa idea di arte rientra in un contesto culturale ben più ampio dove il subconscio, attraverso le ricerche di Freud e Jung, ha avuto un'influenza determinante per l'action painting nonché attraverso le sconvolgenti rivelazioni sulle leggi della Meccanica quantistica. Tali argomentazioni si accostano anche alle dottrine orientali e agli insegnamenti di Jiddu Krishnamurti, cui Pollock si avvicinerà ben presto. Nel 1950 (anno di esecuzione dell'opera) queste idee avevano gettato il seme di successive forme di sintesi che negli anni successivi produrranno un testo fondamentale come quello di Fritjof Capra, Il Tao della fisica o le teorie sulla visione olografica di David Böhm. Ma in quest'ultimo caso ci spostiamo molto più in là con gli anni, oltre quel periodo dove Pollock sviluppava la sua opera senza ovviamente essere consapevole di ciò che poi si sarebbe sviluppato.
Le opere d'arte colpiscono gli individui soprattutto perché donano una chiave interpretativa assolutamente personale. Spesso l'intento dell'artista è molto più semplice, istintivo e fuorviante di quanto ci si costruisca sopra. Basti pensare che nel periodo in cui il pittore aveva raggiunto una certa notorietà i movimenti femministi lo accusavano di posizioni fallocentriche che oggi non possono che far sorridere. Parimenti in questo articolo vorrei cimentarmi in una personale chiave interpretativa dell'opera, forse suggestiva, ma che spero indurrà una riflessione nei lettori.
La visione d'insieme dell'opera appare come detto una confusione di linee che nella sua forma astratta non richiama alcuna rappresentazione o forma nota. La figuratività non esiste e l'immagine è più che altro la visualizzazione di un'idea, di un sentimento. È anche vero che un osservatore non esperto potrebbe affermare che quelle linee di colore potrebbero farle chiunque, ma non potrebbe però affermare che l'atto creativo e intellettuale che l'artista ha compiuto sia concretamente alla portata di tutti. Il discrimine in questo caso è proprio nell'atto intellettuale applicato all'opera. Infatti ciò che distingue un semplice oggetto da un'opera d'arte è l'apporto dell'artista che incide espressivamente in ciò che crea.
La tela di Pollock in questo caso mi ricorda l'ipotesi fisica della realtà di Böhm. Secondo lo scienziato il moto delle particelle, l'imprevedibilità della loro posizione, non è dettata dalla casualità come sino ad oggi si è sempre pensato. Le particelle infatti seguirebbero un ordine superiore detto potenziale quantico che indirizzerebbe le particelle, anche se non in maniera meccanicistica. Così l'interpretazione del mondo dei quanti non sarebbe imprevedibile in ragione della casualità degli eventi, ma in ragione della non conoscenza del potenziale quantico. Ciò significa che l'intero universo dovrebbe possedere un ordine superiore che sta dietro a tutto in mondo fenomenico. In questo modo il gesto di Pollock sulla tela non è casuale, come la fisica comune potrebbe interpretare, ma dovrebbe possedere un potenziale quantico che sarebbe l'atto creativo di Pollock. Le linee disordinate, le gocce cadute sulla tela per effetto della gravità, avrebbero comunque una mano che le guida e che le indirizza.
Vedendo quel quadro ho pensato subito non solo alla rappresentazione figurata degli scontri tra particelle negli acceleratori, ma anche al caos quantistico che, sembrerebbe caos, ma dovrebbe mostrare in realtà una sorta di ordine. Quell'ordine sarebbe l'atto del creatore-pittore che, attraverso il guizzo intellettuale, ci permette di interpretare la tela nel modo giusto.

Dettaglio del quadro
La tela di Pollock, se trasposta all'interpretazione di un osservatore del nostro tempo e quindi con le conoscenze scientifiche di oggi, sembra rappresentare l'essenza dell'ordine implicato di Böhm. Böhm infatti ipotizza l'esistenza di due livelli di realtà, l'ordine implicato e l'ordine esplicato. Mentre il secondo ordine coincide con la realtà visibile, fenomenica, l'ordine implicato è la vera essenza dell'universo. La realtà quindi, per come la vediamo sarebbe illusoria, come la proiezione di un ologramma o di un'immagine televisiva. Ci appare colorata, udiamo i suoni, ma se smontiamo l'apparecchio o i suoi componenti scopriamo che la realtà è ben diversa. I chip e le parti dello schermo sono una cosa altra rispetto alla realtà apparente che ci proiettano. Con questo paragone, Böhm vuole dirci che (proprio come affermato da molte dottrine orientali) la realtà è illusoria e i sensi ingannano. Pollock non poteva conoscere questa teoria ma conosceva certamente le teorie di Krishnamurti cui lo stesso Böhm era avvicinato e lasciato influenzare.
La rappresentazione astratta di Pollock è come la rappresentazione dell'ordine implicato, dove le particelle sono totalmente interconnesse, tutto è indivisibile e tutto vibra di energia e luce: proprio come nella tela. L'ordine esplicato è l'uomo Pollock, che è incarnato in una persona, nelle sue movenze e nelle sue parole; ma è attraverso l'espressione profonda dei gesti, del pensiero e dell'esplicarsi dell'atto creativo che Pollock ci mostra ciò che c'è dietro la realtà apparente. Quelle linee di colore e quelle macchie sono anche come le sinapsi neuronali, l'attività celebrale che racchiude un universo di sensazioni e idee in movimento.
Questa è l'ipotesi che mi si è palesata quando ho avuto davanti quella enorme tela astratta. Di certo non l'interpretazione di un critico, non di un'autorevole conoscitore dell'arte moderna. Ma una chiave interpretativa personale che spero possa trovare riscontro in molti lettori.

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