5 ottobre 2014

La leggenda dell'Ourang Medan


Ricostruzione dell'Ourang Medan

Prendiamo una nave: non so, l'Ourang Medan, per esempio, mercantile olandese in viaggio per l'arcipelago indonesiano intorno al 1947. 
Ed ora, ricamiamoci intorno una storia, di questo tipo: due navi americane, la Città di Baltimora e la Silver Star, approcciandosi all'isola di Malacca, intercettano il segnale di richiesta di soccorso di questa grande nave mercantile; equipaggio stimato: 200 persone.



Lo stretto della Malacca, dove avvenne il ritrovamento.

Il messaggio che arriva a queste navi, inquietante, terribile e persino in alfabeto morse, è il suddetto:

«Tutti gli ufficiali, tra cui il capitano della nave e l'equipaggio intero giacciono morti in sala nautica (let.) e nel ponte... forse in tutta la nave non restano superstiti...anche io sento arrivare il mio momento, aiutatemi!»

Incredibilmente, l'equipaggio della Silver Star, accorso per soccorrere la Medan e poi salito a bordo, indomito, trova la nave perfettamente in ordine, non fosse che per un piccolo particolare: il pavimento, dal ponte alle stive, è disseminato di cadaveri dalle braccia tese verso l'alto, quasi che avessero implorato tutti un aiuto in momento di morte.

Ricostruzione di un passeggero dell'Ourang Medan mentre avvenivano i primi soccorsi a bordo

Sfortunatamente, il caso vuole che, appena l'equipaggio della Silver Star lascia la nave decidendo di tornare solo in un secondo momento per ulteriori indagini, qualcosa, nell'imbarcazione soccorsa, prende fuoco: pochi minuti e l'Ourang Medan è vittima di un grande incendio, che la porta poi ad affondare, cancellando ogni prova del nostro racconto.

Ma ecco, sempre per puro caso, soltanto un anno dopo, nel 1948, appare, sul giornale – guarda caso – olandese «De-Locomotief», il racconto dell'unico sopravvissuto alla tragedia dell'Ourang Medan, ritrovato, fortunosamente e fortunatamente, sull'isola di Tangoi da un missionario italiano.

Caso vuole, ancora una volta, che l'uomo stia morendo, e che le sue ultime parole riguardino proprio la fine della nave. Secondo l'uomo, un tedesco che, a quanto pare, non ha né nome né cognome, il mercantile stava trasportando un carico clandestino dalla Cina alla Costa Rica: un gran quantitativo di acido solforico, mal stivato, che avrebbe, con i suoi fumi tossici, ucciso l'intero equipaggio tra atroci sofferenze.

Ricostruzione di un passaggio dell'Ourang Medan

La storia, ovviamente, non arriva dalla bocca del missionario al giornale, ma da un autore italiano, Silvio Scherli, che la riceve, a suo dire, dal missionario stesso.

E ora, facciamo due congetture, due ipotesi, per così dire; partiamo dai fatti, che affermano che, ad oggi, non c'è alcuna prova dell'esistenza di tale incidente, né di tale carico – ma era clandestino, ricordiamolo, quindi come potremmo provare il contrario? Pensiamo se tutto non sia, in fondo, solo e soltanto una storia, che ha assunto l'aria della leggenda passando attraverso le generazioni. E arriviamo a pensare, magari, che non è mai esistito tale equipaggio di duecento uomini, perché non c'è mai stata tale nave che li contenesse.

Facciamo queste congetture, e poi atteniamoci ai fatti: non esiste alcuna prova sull'esistenza della Ourang Medan, e, stando ai fatti, la traduzione legittima di Ourang Medan è, in indonesiano, "Uomo di Medan": una nave olandese, un mercantile europeo, senza una traccia o un foglio che ne attesti l'esistenza, che si porta dietro, oltretutto, un nome indonesiano.


Ma in fondo, perché credere all'obiettività dei fatti, quando ci si può far cullare dalla leggenda?

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