20 febbraio 2015

Il peso della storia - Il grande quaderno (A. Kristóf, Trilogia della città di K., PT. I)



Nonostante una grande fluidità e un'apparente semplicità nelle sue prose, non è affatto scontato collocare un'autrice come Ágota Kristóf stabilmente all'interno di un qualsiasi panorama letterario, né da un punto di vista nazionale né in un'ottica rigorosamente stilistica. Nata in un remoto villaggio dell'Ungheria nordoccidentale nel '35, a soli 21 anni fugge in Svizzera durante l'assedio di Budapest da parte dell'Armata Rossa. Dopo aver attraversato il confine con l'Austria a piedi ed essere rocambolescamente giunta a Neuchâtel, la giovane scrittrice lavora per cinque anni in una fabbrica di orologi, periodo in cui inizia la stesura di dialoghi teatrali con l'intenzione di migliorare la sua conoscenza del francese. La fuga dall'Ungheria rappresenta un abbandono definitivo del proprio Paese natale e al contempo della lingua madre; tutti i suoi scritti dagli anni '70 in poi saranno difatti redatti in francese, scelta azzardata considerando la scarsa conoscenza del nuovo idioma (ammessa in prima persona dall'autrice stessa), ma che garantirà in seguito un vasto successo di pubblico e di critica. Saranno necessari ben trent'anni di pratica ad Ágota Kristóf per perfezionare la stesura in prosa in lingua francese e vedere finalmente pubblicato il suo primo romanzo, Le grand cahier (Il grande quaderno, edito in Italia da Guanda nel 1988 con il titolo di Quello che resta), che otterrà numerosi riconoscimenti e verrà tradotto in oltre trenta lingue. Si tratta del primo volume della cosiddetta Trilogia della città di K., pubblicata in un unico volume dalla Einaudi e giunta l'anno scorso alla quarta ristampa.

Così come il suo celebre compatriota e premio Nobel Imre Kertész, la Kristóf vive in prima persona la barbarie dell'occupazione nazista e la cruenta repressione sovietica conseguente al tentativo di insurrezione del '56. I suoi ricordi di un'infanzia di stenti e privazioni condivise con il fratello sono il cuore pulsante de Il grande quaderno, dapprima redatto sotto forma di brevi novelle autobiografiche successivamente riorganizzate e adattate ad una struttura più romanzesca. Nonostante ciò, la costruzione dei capitoli e la prosa risentono in maniera evidente dell'innesto di altri generi letterari: sono facilmente reperibili ad esempio gli influssi del racconto breve, della scrittura diaristica, della favola. Questa commistione di elementi letterari variegati è resa maggiormente oscura da una trama a malapena accennata, abbozzata, in cui le vicende dei due gemelli protagonisti sono atte unicamente a svelare le atrocità della guerra, la fame e la miseria di una popolazione inerme di fronte a un'insensata violenza. Nell'intero racconto la schiera dei personaggi si definisce solo in relazione ai due fratelli, non appare nessun nome proprio, non vi è nessuna indicazione spazio-temporale – sebbene i riferimenti lo lascino intendere palesemente. Dopo la partenza per il fronte da parte del padre, i protagonisti vengono accompagnati dalla madre dalla Grande Città alla Piccola Città e affidati alla nonna, anziana maligna e avara, chiamata dai vicini "la Strega" e da tutti accusata di aver avvelenato il marito. La difficile convivenza con la nonna si dimostra però un'autentica scuola di vita e di sopravvivenza; nel circoscritto ambiente domestico e in scala ridotta rispetto al contesto internazionale i gemelli conoscono la fame, i soprusi, il lavoro forzato, annotando le rispettive esperienze quotidiane nel quaderno. Se da una parte si denota nei due protagonisti uno spiccato senso del dovere, una morale forgiata sulla lettura delle Sacre Scritture o una naturale innocenza infantile, inevitabilmente la violenza circostante si trasforma in autoflagellazione, spietato cinismo alimentato da furti e ricatti, sfociato poi nell'omicidio impunito della fantesca del parroco del villaggio. Anche il linguaggio risente di questo gravoso riflesso della realtà esterna, come testimoniato nel passaggio in cui i fratelli descrivono la morte della madre e della sorellastra neonata, entrambe dilaniate da una granata:

Guardiamo nostra Madre. Le viscere le escono dal ventre. È tutta rossa. Anche il bambino. La testa di nostra Madre penzola nel buco provocato dalla granata. I suoi occhi sono aperti, ancora umidi di lacrime. [...] Posiamo una coperta sul fondo del buco, vi corichiamo sopra nostra Madre. Il bambino è sempre stretto a lei. Li avvolgiamo in un'altra coperta, poi riempiamo il buco.
Quando nostra cugina torna dalla città, domanda:
- È successo qualcosa?
Diciamo:
- Sì, una granata ha fatto un buco in giardino.

L'epilogo del conflitto non corrisponde ad ogni modo alla fine delle atrocità, i liberatori si dimostrano usurpatori di pari livello dei loro predecessori, gli abusi proseguono ininterrotti. Al momento della scomparsa della nonna (da cui ereditano una fortuna) e dell'inaspettato ritorno del padre, i due fratelli decidono che è arrivato il momento di superare la prova più difficile, ovvero la definitiva separazione: dopo aver mandato in fatale avanscoperta il padre in un campo minato, uno dei due gemelli fugge oltre il confine, lasciando all'altro il quaderno con le loro annotazioni che da quel momento, secondo un tacito accordo, non verrà ulteriormente ritoccato.


Il processo di riscrittura della Kristóf, nel passaggio dalla novella autobiografica alla finzione romanzesca, è reso maggiormente verosimile attraverso l'utilizzo di uno stile del tutto caratteristico; la sintassi appare infatti impoverita, scarna, elemento che descrive alla perfezione la realtà descritta. A controbilanciare questa tendenza alla frammentarietà e al periodare breve subentra un'ulteriore particolarità dello stile della Kristóf: le espressioni utilizzate dai fratelli mostrano un codice progredito, colto, insolito per due bambini, che da' luogo a un forte contrasto fra lingua infantile e lingua letteraria. La soggettività, caratteristica tipica della narrazione diaristica, è azzerata in favore di una scrittura realista, di un riportare i fatti per come si presentano e non in base alla relativa percezione. Si tratta d'altronde di un diario dove l'unica prospettiva è quella dei due gemelli, i quali essendo entrambi narratori forniscono un insolito "noi" narrante, creano una particolare convergenza in cui i due punti di vista si fondono e si confondono a tal punto da annullarsi, rendendo pertanto la trattazione impersonale e universale. In questo senso è da interpretare l'appellativo di "favola nera", termine assolutamente pertinente, utilizzato da alcuni critici per descrivere i contenuti e le atmosfere de Il grande quaderno. In effetti, la ricorrenza della tematica del male contribuisce a restituire un tono tetro al racconto. La difficoltà da parte del lettore nel prendere una posizione netta e/o nel giustificare scelte e comportamenti dei protagonisti pone al centro dell'attenzione il tema del peccato, della morale, in un contesto storico in cui la lotta per la sopravvivenza è condotta in maniera spietata. Le stesse allusioni al nazismo, all'olocausto, al regime sovietico nell'Europa dell'est, esprimono l'opinione dell'autrice secondo cui gli eventi producono paradossalmente l'impossibilità di un cambiamento, generando altri conflitti, altra miseria, altra disperazione. Con il suo sconvolgente primo capitolo della Trilogia della città di K., Ágota Kristóf ci mette di fronte alla cruda realtà della storia, ricordandoci i nostri doveri e le nostre responsabilità di fronte ad essa.

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