20 settembre 2015

Il portento della mitopoietica in "C'era una volta in America"


Oggi il termine Mito ha numerose accezioni e forme di applicazioni, risultando impossibile una definizione unica. In passato d’altronde filosofi e scrittori si sono avvicendati a dare un’idea di mythos. In Omero era sinonimo di «progetto, macchinazione». Per Vico era in grado di esprimere la genuina concezione del mondo. Mentre Creuzer vi individuava la presenza di simboli archetipici che accolgono l’eterna verità dell’uomo e del mondo. Pìù in generale invece nel periodo classico il Mito si stabilì intorno all’idea di racconto riguardante dèi ed eroi. Avventure mitiche che si spingevano finanche nell’aldilà. La Mitopoietica in fondo altro non è che la capacità dello spirito umano atta a produrre, appunto, narrazioni mitiche. Sicché come in letteratura anche nel cinema si sono avuti sfaccettati esempi di questo tipo di narrazioni. Ma un regista che più di qualunque altro ha colto l’essenza dell’epopea del Mito, elevandola al sublime, è stato Sergio Leone. «Il cinema dev'essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è quello del mito». Con queste parole Leone dà una precisa definizione del suo cinema, e di ciò che era per lui quest’arte, che sin da piccolo respirò, a pieni polmoni, grazie ai film pionieristici del padre, anch’esso regista.

«Sergio era un vero animale di cinema. Parlava solo di film, di dolby, inquadrature… Un regista diverso da tutti gli altri. Non ho mai più trovato nessuno come lui», ci dice Dario Argento. E per questo suo amore assolutizzante era portato a ragionare in grande, come fosse un’ossessione, esigenza d’espressione che impresse in quel capolavoro del 1984, che porta come pochi cucita la pelle del Mito: C’era una volta in America. Diamante e vessillo non solamente della sua seconda trilogia detta “del tempo” insieme a C’era una volta il west del 1968 e Giù la testa del 1971, ma di tutto il suo cinema. Una lezione di cinema, un rapimento dei sensi, un’esperienza che coinvolge l’anima. Cult assoluto in cui vanno di pari passo poesia e memoria, dramma e violenza, sesso e inganni. Altissima riattualizzazione dei classici gangster movie, come: Nemico pubblico di William A. Wellman del 1931; Scarface di Howard Hawks del 1932; Furia Umana di Raoul Walsh del 1949; Gangster Story di Arthur Penn del 1967.


Il progetto, dalla lunga gestazione di 12 anni circa, coinvolse appieno il regista: «Quando scatta in me l’idea di un nuovo film ne vengo totalmente assorbito e vivo maniacalmente per quell’idea. Mangio e penso al film, cammino e penso al film, vado al cinema e non vedo il film ma vedo il mio… Non ho mai visto De Niro sul set ma sempre il mio Noodles. Sono certo di aver fatto con lui “C’era una volta il mio cinema”, più che “C’era una volta in America”». La sceneggiatura del film, difatti, è il risultato di un lavoro maniacale e lunghissimo. Già dopo Giù la testa Leone iniziò a pensare a un gangster movie ambizioso, da ambientare in America in un ampio spazio di tempo andante dagli anni ’30 agli anni ’60. Ma presto si presentò l’ostacolo di mettere insieme tutte le idee e le azioni a intreccio dei personaggi che aveva in mente, rallentando così il piano di lavoro. Sin quando non avvenne la scoperta di The Hoods (tradotto come Mano Armata) un libro di Harry Grey. Pseudonimo col quale lo scrittore celava l’identità di un autentico gangster vissuto in America negli anni del proibizionismo. Leone rimasto alquanto colpito dal libro ne trasse ispirazione per il suo film. Al che fu messo in piedi il soggetto che illustrava suggestioni mitiche d’un’America senz’anima, torva e sensuale, di luce-tenebra in cui animare psicologie e fascinazioni legate al proibizionismo, appunto. Persino in forma allegorica per stabilire profonde verità e raggiungere il significato penetrante delle cose.


Il regista puntò molto sulla sceneggiatura, si racconta di almeno cinque stesure, scritte da altrettanti sceneggiatori del calibro di Piero De Bernardi e Leonardo Benvenuti vecchie conoscenze di Leone, Enrico Medioli collaboratore di Visconti, l’ingegnoso Franco Arcalli, e Franco Ferrini ex critico nonché sceneggiatore di fiducia di Argento. Un’esplosione di creatività dove ognuno arricchiva la narrazione con delle trovate svelatesi inarrivabili. Con la totale rielaborazione dallo stesso Leone. Così come accadde per la sceneggiatura dei giovani Bernardo Bertolucci e Dario Argento per C’era una volta il west, i quali diedero particolare attenzione alle sfumature psicologiche.

Com’è risaputo con l’analisi dei sogni Freud ebbe uno strumento con cui potersi avvicinare alla comprensione dei miti. Pertanto è possibile che il regista abbia tradotto le proiezioni dell’inconscio di Noodles, determinate dall’effetto allucinogeno indotto dall’oppio, in un’apoteosi mera del Mito. Un sogno, seppure artificiale, che tiene in considerazione il linguaggio dei sogni affine a quello dei miti, con il quale è possibile decifrarne il singolare simbolismo. Leone questo lo sapeva bene, sapendo pure che le strutture mitiche non hanno una sola valenza identificante. Ecco perché il film si fa complesso, rivelandosi a più livelli d’interpretazione, svolgendosi su tre piani temporali che si avvicendano senz’ordine. Il prologo si dipana in una fumeria d’oppio dove ombre cinesi si muovono su uno schermo: l’origine del cinematografo.


Si ha quindi una storia narrata per stabilire un’adesione, una cerimonia, un rituale, un giro di vite che tende a realizzare la natura vera dell’uomo, rendendolo cosciente della sua origine divina-imperfetta e della sua partecipazione al divino, cosciente di essere anche maschera. Di personaggi-maschere ve ne sono molti nel film, fini comprimari di quel Noodles, il protagonista gangster tutto d’un pezzo, fedele e spietato, che si fronteggia con l’amico Max cinico e malvagio; entrambi legati a doppio filo. Max rappresenta il Male e l’inganno che tradisce e deruba Noodles di tutto, anche della donna. Il primo invece, nonostante tutto, è il Bene che subisce e rifiuta di colpire chi lo vessa, forse perché è la figura più forte, vincente.


Leone con C’era una volta in America crea una macchina perfetta che sospinta dalla colonna sonora del sempiterno Ennio Morricone, stritola lo spettatore, circoscrivendolo in una tempesta d’emozioni. Dando così vita a personaggi che sono fuori di sé quanto tanto dentro di sé da esserne prigionieri. Nel film quasi sempre è il portento del Mito a parlare. Una sorta di grande rete in cui s’incagliano azioni umane. Un Mito cannibalico che annienta gli stessi componenti della messinscena, alimentato dal tema dell’amicizia virile e violenta, che trasforma le donne in oggetti sessuali vittime del sadismo maschile, ma anche compiacenti. Alitando un’espressività poetica del dolore, della forza e dell’intrigo, non solamente nei volti dei personaggi, negli sguardi profondi dei primissimi piani, (Quentin Tarantino all’inizio della sua carriera, per riprodurli, diceva all’operatore di macchina «dammi un Leone») ma in tutto: psicologie, movenze, ambienti; raccontati tramite carrelli, dolly, grandangoli. Offrendoci un’espressione del pensiero mitico che conduce alla comprensione dei valori latenti, immanenti a tutto il racconto coi suoi temi. Anche se quello portante di C’era una volta in America è la memoria, opposto alla teoria-rivelante del sogno detta prima. Non sapendo in definitiva se Noodles sogna o ricorda. In ogni modo se di memoria si parla, è una memoria che annulla il tempo, espandendo il tormento umano, dando l’impressione allo spettatore che esista una verità da scoprire, da afferrare, pur già evidente sin dall’inizio. Nonostante con la struttura temporale a incastri il regista si diverta a giocare d’anticipo o di ritardo sui colpi di scena, con una strategia di grammatica registica fine e misteriosa. Adottando pure la tecnica della circolarità narrativa tessuta dallo stesso Noodles, l’unico che realmente soffre come uomo, eroe e mito, triplicità di ruolo nella quale il regista si rispecchia e s’identifica, così come la Mitopoietica targata Leone.





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