6 novembre 2015

Perché il libero arbitrio va messo in discussione

Libero arbitrio

Negli ultimi tempi mi sono trovato più volte a riflettere sul significato del libero arbitrio, questa facoltà tutta umana che consentirebbe di decidere tra il bene e il male, ma anche tra ciò che vogliamo fare e no. Su questo argomento le riflessioni, a mio avviso, sono spesso manchevoli di valutazioni pregnanti che rendano il dibattito più concreto.
In genere il libero arbitrio è mediato da una prospettiva religiosa, ed è infatti sotto questa chiave che il più delle volte i discorsi terminano, quasi non vi fosse null'altro da dover aggiungere; d'altronde non è accettabile l'idea che la propria esistenza non sia pienamente nelle proprie mani, perché ciò collide con la percezione che abbiamo della realtà.

Il libero arbitrio è indubbiamente una questione relativa, ciò appare evidente poiché ogni scelta è condizionata da una molteplicità di fattori esterni ed interni che influenzano la reazione.
Partiamo innanzitutto dicendo che le semplici scelte quotidiane non sono valutate in condizioni di oggettività: dalla scelta di acquistare un prodotto, di cui sappiamo quanto la pubblicità riesca a fuorviare attraverso delle tecniche inconsce, sino alle relazioni umane. È arcinoto che una donna attraente condizioni il nostro comportamento, così come il bello o il brutto in generale àlterino la percezione di ciò che stiamo per compiere, che è poi il meccanismo perverso della truffa ai danni di chi possiede minori sovrastrutture di giudizio. Ma è anche noto il fatto che lo stato d'animo modifica la percezione del mondo, per non parlare delle influenze indotte da ciò che ingeriamo...
Il metro di giudizio è condizionato fortemente dalle condizioni dello stress o sotto pressione psicologica e le reazioni sono spesso inopportune. Tuttavia bisogna considerare anche gli effetti non chiaramente identificabili come le percezioni inconsce. Un tipico esempio avviene quando, argomentando con un'altra persona, si salta spontaneamente ad un altro argomento in una sorta di anacoluto inconscio. Se visto razionalmente tale comportamento è privo di senso, tuttavia all'interno della complessità dei meccanismi psichici va valutato il flusso di coscienza generato, nonché gli elementi di "disturbo" esterni. Durante una discussione l'ambiente stimola i sensi a causa della temperatura, della percezione del luogo (se l'ambiente è confortevole o meno) e persino su certi fenomeni che potremmo definire di natura quantistica: perché ci giriamo di scatto se qualcuno ci osserva da dietro? Perché si percepisce, spesso in anticipo, chi chiama al telefono o chi sopraggiunge in maniera improvvisa? Tali fenomeni, chiamati comunemente sincronici, secondo alcune teorie sono associati a fenomeni di natura quantistica, e per quanto sembrino "soprannaturali" potrebbero avere una certa spiegazione scientifica. Ma non è il caso di soffermarci su questo argomento poiché il discorso vuole mantenersi su di un piano ben più generale...

Oltre a questi aspetti c'è da considerare anche un importante studio condotto da Bejamin Libet, di cui ho parlato estesamente in un precedente articolo. Libet è giunto alla conclusione che i nostri atti sono sostanzialmente inconsci, poiché la coscienza subentra con un ritardo di mezzo secondo. Questa è la ragione per cui riusciamo a evitare un incidente con l'auto solo perché freniamo "automaticamente" alla vista di un ostacolo, mentre la coscienza percepisce l'evento mezzo secondo dopo: seppure nella vita ordinaria non ci accorgiamo di questo sfasamento temporale.
Considerando questo meccanismo appare chiara la ragione per cui certe persone reagiscono stizzite quando c'è qualcosa che li infastidisce, salvo poi recuperare un istante dopo scusandosi o fermando la reazione inconsulta che si stava per compiere (uno schiaffo o un gesto d'ira). Ma anche nel semplice atto di prendere un oggetto, la coscienza subentra con un ritardo di mezzo secondo: cioè prima l'azione viene determinata in maniera inconscia, poi ci si rende conto di compierla. Tale "recupero" avviene anche quando si discute con una certa foga, quando cioè avviene uno scollamento tra l'io razionale e quello spontaneo: a volte infatti si va avanti parlando per inerzia, usando parole che poi cerchiamo di correggere successivamente risincronizzandoci con il nostro io.

A fronte di queste considerazioni risulta ovvio affermare che in verità il libero arbitrio propriamente detto non esiste poiché viziato da troppi fattori, da ultimo il ritardo di coscienza che ci lascia porre una mera funzione di veto. Così sembrerebbe più opportuno abbracciare quella corrente di pensiero che vuole l'uomo totalmente nelle mani di Dio: scelte, eventi e circostanze non sarebbero quindi il frutto del nostro libero arbitrio ma di una volontà superiore; perché è Dio che ci guida nella buona e nella cattiva sorte. Ma anche in questo caso tale pensiero, spesso dominato da soggetti che credono con facilità ad un ruolo fin troppo secondario del proprio sé, induce a ripetere in maniera riduttiva la frase: «come vuole Dio» oppure «siamo nelle mani di Dio»... Ma il discorso, in realtà, sembra essere ancora una volta molto più complesso di quanto si possa credere.

Se volessimo ridurre l'esistenza umana ai due poli opposti di valutazione potremmo affermare che esistono due possibilità:
una visione finalistica, in cui ogni azione e ogni evento della vita è parte di un progetto superiore a cui non ci si può opporre: il famoso destino. In questo modo il libero arbitrio non esiste perché siamo, appunto, nelle "mani di Dio";
oppure una visione atea, dove si nega l'esistenza della divinità considerando gli eventi assolutamente casuali. L'esistenza quindi oltre ad essere completamente nelle mani dell'individuo, è anche influenzata da circostanze fuori da qualsiasi previsione, perché casuali.
Questi due opposti modi di valutare l'esistenza rappresentano, in fondo, anche la storia del pensiero umano, scisso in un'oscillazione tra un teismo causale e un ateismo casuale. Ma entrambe le spiegazioni sembrano non essere esaustive in merito alla complessità del fenomeno vita e non mettono un punto definitivo sul discorso del libero arbitrio.

Si ragiona maggiormente sul libero arbitrio quando una persona sente che nella propria vita c'è qualcosa che non va e percepisce l'esigenza di apportare un cambiamento radicale. Chi prova a reagire persegue giustamente l'idea che la vita sia nelle sue mani e che tutto può mutare. Ciò è maledettamente vero se si guarda ad aspetti meramente esteriori: cambiare lavoro, cambiare amicizie, partner o magari il luogo in cui si vive. Questi mutamenti sembrano la soluzione di tutto, ma spesso non è così perché dopo un breve periodo quel senso di insoddisfazione potrebbe tornare ad emergere, e per quanto si siano apportati dei mutamenti radicali, come quelli appena elencati, lo stile di vita sembra essere gattopardianamente immutato; il mutamento atteso è avvenuto esteriormente, ma interiormente tutto sembra riproporsi con le stesse modalità. La conseguente frustrazione porterà poi a supporre che esiste una forma di "destino" che si accanisce, nonostante tutto.
Questa considerazione mi è balenata più volte nel corso della vita, e quando guardavo indietro a tutti gli sforzi fatti per apportare delle virate, non riuscivo a credere che in fondo permaneva il medesimo filo conduttore.

creode

Per spiegare questa apparente influenza del destino è opportuno richiamare un concetto della biologia che sembra essere il più calzante per chiarire tale discorso. Il biologo Conrad Had Waddington nel rappresentare lo sviluppo di una cellula ha creato il neologismo creode dalla radice greca di chre -necessità e hodos -sentiero. Esso viene infatti rappresentato come una palla che rotola da un punto alto sino a valle, seguendo uno o più possibili percorsi (o avvallamenti) che rappresentano lo sviluppo perseguito dalla cellula. Dato che le cellule nascono tutte uguali, Waddington ha rappresentato il processo secondo cui, ad esempio in una pianta, la cellula assumerà forme totalmente diverse: una radice, una foglia o un ramo. La differenziazione intrapresa dalla cellula nel diventare una parte o un'altra della pianta, dipende dall'avvallamento seguito inizialmente e dai sotto avvallamenti seguiti successivamente sino a giungere allo sviluppo finale.
Parimenti nella vita di un uomo il creode rappresenta la metafora visiva dello sviluppo dell'esistenza. La pallina che rotola potrebbe essere considerata come la totalità del sé, il sinolo aristotelico, l'unione di syn –con e holos –tutto. Pertanto la pallina-sinolo rappresenta l'unione completa dell'individuo: ciò che si è caratterialmente, fisicamente, cognitivamente e persino ciò che gli altri percepiscono della persona, l'immagine e la rappresentazione sottile. Un uomo bello ed elegante mostrerà un certo sinolo e porterà avanti una certa esistenza (creode), mentre un uomo sgraziato e rozzo avrà necessariamente un sinolo diverso. Ogni sinolo è una sorta di carta di identità individuale o se vogliano persino un bagaglio di elementi che caratterizzano l'individuo e la percezione del sé. Il creode a cui si applica lo sviluppo dell'esistenza, oltre a distinguere le persone determina una sorta di "destino", una caratteristica propria di ogni persona. Chi intraprende un percorso di cultura svolgerà un certo tipo di vita e incontrerà certe persone adatte al suo creode, parimenti chi ha attitudini verso lo sport, la religione o la corruzione, adotterà uno stile di vita e si ritroverà in certi ambienti inadatti ad altri tipi di persone.
La differenziazione tra un'esistenza e l'altra comincia nel punto più alto della metaforica china su cui rotolerà la pallina-sinolo sulla china del creode, man mano che si cresce la pallina prenderà un avvallamento o un altro sino a raggiungere lo sviluppo definitivo. Ciò che bisogna notare di questa rappresentazione del creode è che gli avvallamenti sono sempre più marcati man mano che il carattere e le esperienze di vita si manifestano, incidendo un solco sempre più vistoso che determinerà delle pareti sempre più ripide. E se le pareti sono ripide significa che il possibile salto da un avvallamento all'altro è più difficoltoso e necessiterà di maggiore energia. Infatti quando si è giovani, il carattere e il proprio sé non sono sufficientemente delineati e i mutamenti radicali (in termini di creode) sono molto più probabili, mentre da adulti ciò richiede uno sforzo interiore molto grande o un evento traumatico che modifichi con forza il decorso dell'esistenza.

Il creode che ognuno possiede contiene non solo, come detto, la pallina-sinolo che rappresenta il sé ma mostra anche gli sviluppi possibili dell'esistenza. Questi concetti in fondo vanno considerati secondo una visione olistica, dove ogni elemento partecipa alla definizione del tutto. Ed è quindi per questa ragione per cui certe esistenze sembrano ricalcare periodicamente le medesime caratteristiche.
Si prenda ad esempio la vita dell'ex presidente americano J. F. Kennedy, il quale si cacciava continuamente nei guai a causa delle sue continue scappatelle. Un comportamento che ha del patologico in termini psicologici, ma che è a sua volta alimentato dal suo sé e dal suo ruolo politico che favoriva una fascinazione nelle donne. All'opposto si consideri Giacomo Leopardi, il cui aspetto fisico non favoriva gli approcci sessuali e pur essendo una personalità riconosciuta del tempo, il suo creode non gli consentiva di uscire da quella "gabbia esistenziale" in cui era caduto. Anche Amy Winehouse era caduta in una "gabbia esistenziale", dove il carattere ribelle si univa all'uso di droghe che l'hanno poi condotta ad un'esistenza sempre più declinante sino alla precoce morte.
Di certo tali casi sembrano richiamare maggiormente alla psicologia individuale che ha un aspetto preponderante nel plasmare gli sviluppi del creode, ma non costituisce il solo elemento.

Il concetto di creode ci aiuta a giungere ad una necessaria conclusione. La vita se lasciata scorrere per come ognuno spontaneamente la vive, arriverà ad un traguardo che, sotto altre prospettive, potrebbe essere definito come il proprio "destino". Sicché se si volesse seguire il mio ragionamento, il libero arbitrio sembrerebbe avere una funzione relativa, perché vincolato da quelle "pareti" metaforiche che limitano i bruschi mutamenti di percorso.
Così se si nasce in un certo contesto e si porta avanti un'esistenza senza riuscire ad intervenire radicalmente (perché impossibilitati o perché neanche ci si prova), il creode porterà avanti un percorso (o avvallamento) scontato, fatto di rimandi e circostanze già note. Sotto questa prospettiva, l'esistenza sembra mostrare delle caratteristiche in cui il libero arbitrio svolge un ruolo meramente relativo, nonostante l'idea che tradizionalmente ci siamo fatti di esso.

L'esistenza è certamente nelle nostre mani, ma il nostro grado di intervento (sempre in termini di libero arbitrio) è applicabile alle scelte di tutti i giorni: quale vestito mettere, cosa mangiare o quale film vedere (ma anche lì si potrebbe discutere tanto...). Mentre sulle grandi decisioni o sulle "virate esistenziali" il discorso è molto relativo. Per questa ragione, a mio avviso, il libero arbitrio per come lo abbiamo inteso per secoli, va seriamente messo in discussione. L'esistenza andrebbe valutata sotto questo importante aspetto che potrebbe rendere le persone maggiormente consapevoli del proprio essere e del proprio percorso di vita.

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