26 settembre 2010

Cattivi maestri: Giuseppe Terragni

Facciata della Casa del Fascio di Como_Foto di Stefano C. Manservisi (Flickr)
Immaginate una forma di governo particolarmente oppressiva, diciamo una dittatura; immaginatela retorica e reazionaria. Immaginate la maggiore crisi economica mondiale che l’occidente abbia mai avuto. Immaginate ora un architetto dalle stravaganti idee che operi nel suddetto regime e alle suddette angustie economiche. Cosa resterà di questo architetto, della sua “ricerca” se, come se non bastasse, interrompa la sua carriera professionale a soli 39 anni? 
Se l’architetto è Giuseppe Terragni rimarranno svariati capolavori e il privilegio d’essere stato il primo (e il più rappresentativo) razionalista italiano.


Il 25 luglio del 1943 il Gran Consiglio del Fascismo ratifica la richiesta di deporre il potere nelle mani del Re. Per Mussolini e il regime è la fine. 
Solo sei giorni prima Giuseppe Terragni, rientrato dalla guerra per un esaurimento nervoso molto acuto, salendo le scale dell’abitazione della fidanzata Maria, si accascerà al suolo d’un pianerottolo fulminato da una trombosi cerebrale. Se ne andrà così l’uomo che ha introdotto con prepotenza il Razionalismo in Italia. Con la caduta del Fascismo, i cui segni erano già chiaramente leggibili prima di quella data, finisce un’epoca e forse è naturale che si concluda anche la vita di Terragni, fascista convinto fino alla fine, quando tutto franò con una disastrosa guerra che egli aveva combattuto in uno dei luoghi più difficili: la Russia. 
La sua adesione al Fascismo ha scatenato una febbrile attività interpretativa. Ignazio Gardella, che è stato suo amico, ha scritto di Terragni come fascista «innocente, ingenuo, più acritico per cui il contraccolpo allo scontro durissimo che ebbe con la realtà dopo la campagna di Russia lo portò a una crisi molto profonda e forse alla morte volontaria». È morto per questo, Terragni? Perché, come ha scritto Zevi con un po’ di inconsueto buonismo, «dandosi carico di tutte le sofferenze del mondo, ne resta schiacciato»?

“Prematuro”. Sembra essere questa la parola chiave della sua iperbole artistica. Tutto è prematuro in Terragni: è prematura l’età del suo primo capolavoro (23 anni), è prematura l’età della sua morte (39 anni). Anche la sua architettura è prematura: troppo presto arriva il «transatlantico» (come spregiativamente chiamavano il Novocomum) in un’Italia che portava ancora ben visibili le ferite lasciate in eredità dalla grande guerra, un’Italia ammantata di gesti retorici e ampollosità accademica.
Nato a Meda, in provincia di Milano, dopo la laurea al Politecnico nel 1926 con FiginiPolliniLibera e altri costituisce il Gruppo 7. Un anno dopo, nel 1927, il «cospiratore manierista», come l’ha definito Zevi, riceve l’incarico di progettare a Como un edificio per appartamenti, il Novocomum. I primi schizzi e disegni mostrano che Terragni aveva le idee chiare sin dall’inizio: una composizione pulita, senza decorazioni e un gusto volumetrico decisamente costruttivista. Ma è il 1927, siamo in Italia e per di più l’edificio che stava progettando completa un isolato affiancandosi ad un palazzo eclettico: impensabile. Come far accettare un progetto del genere all’amministrazione comunale? Terragni decide di presentare al comune un secondo progetto, opportunamente “corretto” con colonne, lesene, timpani e cornici in un tripudio classicista. Gli uffici comunali rilasciano la licenza e addirittura definiscono «ottimo» il progetto. Ma qui, col coraggio e più probabilmente l’incoscienza della gioventù – ma anche col sorprendente sostegno di Ezio Peduzzi, l’amministratore delegato della società Novocomum – Terragni all’impresa edile non mostra i disegni del progetto approvato ma quelli del primo progetto, che verrà realizzato: una beffa, per non dire una truffa.


Il Novocomum_Foto di Rory Hyde(Flickr)
Quando i lavori terminano e i ponteggi vengono smontati i comaschi osservano sbigottiti un edificio che non assomigliava per niente a quelli che si erano sempre visti. La commissione edilizia apre un’inchiesta, monta una furiosa polemica sui giornali, dapprima locali poi nazionali. Eminenti firme della cultura italiana dell’epoca lo attaccano, altri, con tenacia, lo difendono. Tra questi Giuseppe Pagano, che sulle pagine della neonata «La Casa Bella» scriverà:

Costruzione perfettamente lineare, senza nessuna concessione al decorativismo piacevole, alla faciloneria stilistica […]. Questa casa antiromantica, antidecadente, anticrepuscolare, non nata per il capriccio, la moda, la bizzarria di un momento, ma sorta dai nuovi bisogni spirituali ed estetici, dalle necessità imposte dalla logica, questa architettura, questa casa, che desta oggi tanti scandali e proteste, tanti allarmi e tante meraviglie, passerà poco tempo, e non sarà più l’eccezione segnata a dito, l’anomalia. Sarà, e per tutti, la «casa», la «casa di domani».

Dettaglio_Foto di Stefano C. Manservisi (Flickr)

Il Novocomum passerà alla storia come la prima architettura razionalista italiana, ad opera di un (cattivo) maestro di soli 23 anni. D’altronde, che morale potremmo cavare da questa storia? Che a volte è lecito barare per vincere una partita comunque truccata? Fate voi, a noi basta ricordare uno dei mille sotterfugi che si celano all’ombra delle apparenze del mondo delle “rivoluzioni” dell’arte. Ci basta l’aver contraddetto, per una volta, quello che diceva un altro maestro, Ernesto Nathan Rogers: «Se i popoli hanno i governi che si meritano, anche i governi hanno gli architetti che si meritano».

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