17 gennaio 2017

La macchina del tempo e l’equazione di Dirac

Sono nato diverso, figlio di un padre mai conosciuto, già in tenera età sperimentavo la morte, la fine e la sua dura, paradossale realtà.

Ho spesso riflettuto sull'assurdità della vita, o sarebbe meglio dire, dell'esistenza, poiché parlare di vita includendo la possibilità di una morte che ne pone fine mi è sempre apparso paradossale, quasi una dicotomia, fin da quando, all'età di otto anni circa, in bagno, davanti allo specchio, mi dissi: «Un giorno anch'io non sarò più» e ricordo che provai un terribile senso di vuoto, come se qualcuno avesse improvvisamente staccato la spina del mio cervello.

O come quando, a nove o dieci anni, nel tornare da scuola, decisi di regalare un attimo di eternità ad un'immagine banale, consueta, un'immagine che sarebbe sparita nella quotidianità del mio vivere ma che volli strappare all'oblio delle abitudini di ogni giorno. Fissai infatti una piantina che cresceva sul ciglio di un marciapiede prossimo a casa, era primavera, Marzo o Aprile e dissi a quell'immagine: «Tu non sparirai dalla mia memoria, ti ricorderò per sempre». E cosi fu, ancora oggi passando da quel luogo ricordo quella qualunque mattina e quella ancor più qualsiasi piantina e mi rivedo col mio grembiule nero e miei pesanti occhiali, la cartella a tracolla, tornare verso casa.


Ma questa ostinazione, questo voler opporsi alla fine di tutto, la sicurezza che tutto possa cambiare, che tutto possa essere recuperato, rivissuto, rivitalizzato con la volontà: persino mio padre, riportato in vita da una immaginaria macchina del tempo e da un mio tempestivo avvertimento, tutto questo stasera è stato spazzato via come una canna dal vento di tramontana.

È bastata una foto a demolire quasi 43 anni di convinzioni, di lotte, di certezze, una foto che beffarda mi ha sputato in faccia questa amara realtà, come un adulto che si fa beffe di un bambino, come un uragano che distrugge un raccolto, o quella ragazza che a 17 anni mi confessò la sua cotta per il mio migliore amico.

La foto rappresenta la mia sposa, o sarebbe meglio dire, a questo punto, una specie di simulacro di lei: «No non è la donna che ho sposato — mi ripeto — lei è morta dando alla luce mia figlia».

Guardare questa foto, come si trattasse di un'estranea, come se tutti gli anni trascorsi insieme fossero svaniti in un solo istante, come mai vissuti: «L'amore è finito — mi ha detto — fattene una ragione» gli fanno eco amici e parenti: «Tutto nasce e muore, tuo padre, l'amore di tua moglie, la tua vita».

Un bel giorno ti presentano il conto e... fine, basta, è stato bello ma: è finito. Come una bibita o la benzina della macchina. Come se i sentimenti e le emozioni obbedissero a leggi quantitative, a regole ponderabili... ma allora perché non essere coerenti fino in fondo e parlare di chili o tonnellate di affetto o che ne so metri di odio, litri di rabbia eccetera? Ma l'amore, il vero Amore, quello con la A maiuscola, quello di una madre per un figlio ad esempio, può mai finire, o alterarsi come fosse olio o vino andati a male?

Non credo, quello che finisce non è mai vero amore, no, chiamatelo innamoramento, infatuazione, idealizzazione temporanea, attrazione dovuta a una proiezione ma, per favore non chiamatelo amore, perché l'Amore come la Vita non avranno mai fine.

Per questo mi sento diverso, straniero in questo mondo usa e getta, incredulo, talvolta, davanti a tanta volubilità, a tanta superficialità.

Riguardo la foto, e stavolta la macchina del tempo la userei per tornare a quel l'1 Maggio 2005. Mi sembra di rivedermi, nudo, sdraiato su quel letto d'albergo al termine di un meraviglioso amplesso a spaziare con la mente. La stanza sembrava ampliarsi a dismisura come un cielo azzurro in espansione e io nuotavo estasiato quasi sospeso nel verde smeraldo dei suoi occhi come se amassi per la prima volta. Tutto sembrava fondersi intorno a me in una realtà unica e luminosissima, un plasma di beatitudine turbato solo di tanto in tanto dalla sottile paura che potesse finire presto. Ed ecco io apparvi lì, feci irruzione in quella camera, con in mano questa foto e in testa i miei capelli grigi, con questi occhiali per darmi un'ulteriore aria di saggezza e, scrollando il sognatore e mostrandogli la foto gli dissi bruscamente: «Guardala, è lei, ancora bellissima tra 11 anni, ma purtroppo da circa un anno ti ha negato il suo amore e da più di un mese vivete separati e quel che è peggio avete una bambina di 6 anni che proprio oggi ti ha chiesto di non scegliere un'altra fidanzata perché lei la caccerebbe subito via». Sussultò dallo spavento e mi chiese chi fossi, anche se dovette percepire immediatamente la somiglianza che ci legava. Lo tranquillizzai dicendogli che non ero uno spettro ma semplicemente lui stesso venuto dal futuro a recapitargli qualcosa di molto amaro. Aspettai che superasse lo shock e l'incredulità iniziale, poi con ritrosia lentamente si sporse a guardare la foto, cosi continuai rincarando la dose: «Questa in realtà è la foto del suo profilo Facebook, un social network in cui tutti comunicano e pubblicano foto, brani musicali, video e pensieri a quelli che designano liberamente come loro amici. Ma tu non fai parte dei suoi amici, lei infatti ti ha negato la tua richiesta di amicizia e, quel che forse ti farà ancora più male, ha tolto la voce sposata dalle sue informazioni generali del profilo».
Ancora sotto shock, riordinò i pensieri e troncata ogni ulteriore domanda sulla modalità del mio arrivo, cominciò a focalizzare l'oggetto della mia visita, chiedendomi con un velo di scetticismo un tantino malcelato: «E come sarebbe finita la nostra storia dopo un matrimonio e una bambina? Io non sono un femminaro forse lei ha preso una sbandata per qualche figlio di papà?» A quel tempo infatti temevo che una ragazza cosi bella e cosi diversa dai canoni "siculi" potesse essere facilmente preda di simili vicende.

Lo tranquillizzai dicendogli che non vi erano "intrusioni" alla base della nostra rottura, ma il frutto di anni di incomprensioni, di aspettative malriposte e di un'insoddisfazione serpeggiante da parte sua.

«Beh, di errori tu, o meglio, noi ne abbiamo fatti, e tanti — gli spiegai con voce cauta — ma la situazione è senz'altro precipitata con la nascita di Sofia (tua figlia si chiama cosi) dove alle sue aspettative non è corrisposto il tuo impegno, vuoi per tuoi oggettivi limiti, vuoi per il tuo egoismo nel perseguire la tua crescita intellettuale, questo in sintesi... lei ha covato una rabbia indicibile nei tuoi confronti per anni e infine ti ha presentato il conto a fine Novembre 2015».

«Ma perché non sei cambiato? Perché non le hai chiesto perdono e non hai cercato di riconquistarla con tutte le tue forze? C'è forse un altro?» Urlò improvvisamente, vincendo in un sol colpo la sua incredulità.

«No, macchè, ti ho detto che non c'è nessun altro — risposi — ma credimi in un anno ho tentato di tutto, ho moltiplicato i miei sforzi, ma anziché avvicinarla lei si è allontanata sempre di più... aveva alzato un muro di gomma, spesso, sordo alle mie attenzioni e ai miei sforzi, così la tensione cresceva, i litigi aumentavano e la separazione (concordata per altro con uno psicologo) è divenuta inevitabile, soprattutto per sottrarre la bambina a questo stillicidio continuo».

Si calmò, fisso il bordo del letto con aria quasi rassegnata e con un filo di voce disse, quasi a se stesso: «E ora? Quindi tutto è perduto?»

«Praticamente si, almeno se per tutto intendi le sue attenzioni, il suo affetto e l'intimità con lei, ma almeno non c'è guerra...»

A questo punto ebbe un sussulto improvviso, una ribellione alle mie parole, balzò ai piedi del letto e urlò: «Non è possibile, non ci credo, fai qualcosa, regalale fiori, andate a fare un week end assieme, che ne so, tornate qui... cazzo non può finire, no, no, fai qualcosa, riconquistala!»

«Ma non capisci che ho fatto tutto questo per quasi un anno e quello che ho ottenuto è stata la repulsione più totale? E' piena di rabbia, mi accusa di non averla mai valorizzata come donna, di non averla mai stimata.»

«Il disprezzo!» Mi precedette laconico.

«Sì, proprio quello, ho letto il libro e da lì devo ripartire, recuperare la stima in primis come padre e come uomo, l'affetto, se ancora ne rimane, in secundis e poi...»

«E poi... l'amore?» Esclamò come riavendosi temporaneamente.

«Non ci scommetterei, non è impossibile ma molto molto difficile, anche perché dipende da suoi processi di cambiamento e evoluzione psicologica assolutamente imprevedibili... sto cercando di farmene una ragione, soprattutto per quando saprò o la vedrò con un altro».

«Nooooo! Questo no!» Scese dal letto e si pose davanti a me con gli occhi sgranati.

«E invece si, accadrà e sarà devastante», gli dissi poggiandogli una mano sulla spalla come ad un fratello minore: «meglio abituarsi all'idea giorno dopo giorno, la caduta sarà meno rovinosa».

La porta della doccia si aprì e usci lei, timidamente, delicatamente come una gatta, era bellissima nel fiore dei suoi 22 anni, come non l'avevo mai vista o non la ricordavo. La sua fresca e luminosa bellezza mi tolse il respiro, per un attimo pensai di svenire, lui, o meglio, io del passato, la abbracciò teneramente anche se con un'aria leggermente turbata.

«Che c'è», chiese un tantino sorpresa.

«Nulla — rispose lui — mi sono un tantino appisolato mentre facevi la doccia e ho fatto un sogno strano e assai inquietante». Lei lo fissò furbesca e chiese: «Addirittura, e cosa hai sognato?»

«Un tale che mi somigliava, dicendo di essere me tra 12 anni, mi mostrava una tua foto dicendomi che hai deciso di lasciarmi dopo 8 anni di matrimonio e una bambina di 6 anni perché eri stanca di me».

«Addirittura, tutto questo tempo? Io pensavo di lasciarti tra una settimana» e sorridendo beffarda lo strinse ancor più forte a sé. Fecero nuovamente l'amore, io non trattenni le lacrime davanti a quella visione e mi convinsi ancor di più che quella era la donna che avevo sposato ma non quella che adesso mi dava il benservito.

Finirono stremati, feci per andarmene, aprii lentamente la porta e quando stavo per richiuderla i miei occhi incrociarono i suoi, fu un attimo, pensavo di esserle invisibile, ma evidentemente in quell'istante le apparsi come un fantasma o qualcosa di simile. Mi guardò atterrita per un istante, poi pian piano la sua espressione mutò in un tenue sorriso e a quel punto sentii una voce che dentro di me diceva: «Questa me non la perderai mai, la risposta è nell'equazione di Dirac*».

Francesco Motta

*L'equazione sopra di Dirac: (∂ + m) ψ = 0, è considerata la più bella equazione della fisica. Grazie a questa si descrive il fenomeno dell'entanglement quantistico, che in pratica afferma che: "Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possiamo più descriverli come due sistemi distinti, ma in qualche modalità sottile diventano un unico sistema. Quello che accade a uno di loro continua ad influenzare l'altro, anche se distanti chilometri o anni luce.

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