5 settembre 2009

L’arte della follia: Filippo Bentivegna


Negli anni Cinquanta un pittore svedese scelse Sciacca per soggiornare assieme alla moglie in Sicilia. Trovando il paesaggio incantevole preparò tele e pennelli per immortalare i volti contadini e i paesaggi bruciati dal sole. Lavorò alacremente, finché soddisfatto dei risultati decise di organizzare una mostra personale in un ex albergo del paese; l’iniziativa rese il pittore piuttosto famoso, tanto da attirare l’attenzione di artisti e uomini di cultura saccensi. Dopo aver stretto amicizia con essi ebbe modo di parlare delle tradizioni siciliane, della leggendaria Isola Ferdinandea, ma anche di un saccense ritenuto da tutti un folle: un folle che ossessivamente scolpiva teste in pietra…

Affascinato da questo racconto Lilieström volle conoscere di persona «Filippo delle teste» andandolo a trovare nel suo podere conosciuto da tutti come il «Castello incantato». Fattosi accompagnare da amici in comune, Filippo dopo un’iniziale diffidenza aprì le porte del suo regno nominando lo straniero «Dignitario di corte», ma solo dopo averlo fatto inginocchiare al suo cospetto. Ma chi era mai quest’uomo che si credeva signore di un regno incantato e si faceva chiamare «Eccellenza»?
Filippo Bentivegna era uno dei tanti immigrati italiani che nel 1913 sbarcarono negli Stati Uniti per cercare ventura, ma il viaggio oltreoceano lo rese un uomo completamente diverso. Un brutto episodio mutò per sempre il suo destino, uno di quegli episodi che nessuno sarà mai in grado di chiarire veramente: se fu un semplice litigio o una vendetta d’amore, a fargli subire un brutto colpo in testa che lo tramortì per giorni. Da allora infatti Filippo cominciò a comportarsi in modo strano, parve non ragionare più: per questo motivo venne rifiutato da tutti come lavoratore e dovette tornare in patria dove subì anche un processo per diserzione - è il 1919 e la Grande Guerra era appena finita - subendo una condanna a tre anni di reclusione. Prima di scontare la pena una commissione sanitaria dichiarò che il soggetto era da considerarsi “mentalmente infermo”, per questa ragione fu poi lasciato libero. Grazie ai soldi accumulati decise di acquistare un podere poco fuori Sciacca dove scelse di vivere lontano dalla gente, ma soprattutto lontano da coloro che gli avrebbero impedito di portare avanti la sua missione: scolpire. Iniziò a scolpire teste d’ogni dimensione, utilizzando tutte le pietre del suo podere e quando terminarono scavò delle gallerie per estrarle. Con esse realizzò personaggi famosi come: Garibaldi, Mussolini, Pirandello, Dante, Mazzini e molti altri...

Seguendo i racconti appassionati di Filippo, Lilieström comprese che quell’uomo dai modi rudi, con uno strano accento siculo/italo-americano a tratti incomprensibile, privo di qualsiasi nozione artistica, possedeva l’estro di un’arte primitiva non contaminata da convenzioni o scuole. In lui il fluire creativo era un’esigenza di vita, un’espressione irrinunciabile che genuinamente non inseguiva alcuna logica commerciale. Nel corso degli anni infatti furono in tanti a chiedergli di poter acquistare una delle sue teste, ma egli rispondeva tutte le volte: «Le mie teste non si vendono!»
Lilieström lo convinse ad organizzare la sua prima mostra all’ex albergo di Sciacca. Ma i risultati furono assai diversi dalle attese perché la mostra fu un completo insuccesso. D’altronde come potevano i saccensi concepire l’arte di un uomo ritenuto da tutti il «pazzo del paese», da sempre oggetto di sberleffi e canzonature di adulti e fanciulli? Eppure quella mostra mutò l’interesse della stampa verso questo insolito personaggio: giunsero sempre più spesso giornalisti e curiosi ad intervistare lo scultore di teste. E, seppur oggetto di attenzioni, l’anziano signore non modificò il suo modo d’essere, sempre incline tra la scultura e l’amore verso i suoi cani.

Teste scolpite in bassorilievo all'ingresso di una caverna del Giardino Incantato
Dopo la sua morte avvenuta nel 1967, giunse al Castello incantato un amico del famoso pittore e teorico dell’Art Brut Jean Dubuffet. Questi, dopo aver visto le migliaia di sculture si fece consegnare dai parenti dell’artista due teste che regalò a Dubuffet e che oggi risiedono presso il Museo dell'Art Brut di Losanna. Così Dubuffet dopo aver apprezzato l’estro di Bentivegna lo inserì nell’elenco degli artisti dell’Art Brut: artisti autodidatti, folli ed emarginati che mostravano un’originale attitudine per l’arte e le sue forme espressive.

Oggi il ricordo di «Filippo delle teste» è confinato nelle memorie di qualche anziano che lo conobbe in vita e all’interno del Castello Incantato, dove è possibile vedere una parte delle innumerevoli teste, essendo alcune di esse perdute o trafugate. Eppure l’arte di Bentivegna ha influenzato altri artisti: un giovane scultore italiano in una spiaggia di Sciacca ha realizzato una serie di teste in pietra calcarea seguendo l’estro del saccense. Ma c’è di più, la sua storia è stata musicata dal gruppo rock italiano Virginiana Miller nel brano Bentivegna.

La vecchia ed umile abitazione dell'artista. Tra le pareti è possibile vedere dipinti i grattacieli americani, ricordo del suo passato da emigrato.
Ma la sua arte così arcana ed impenetrabile, desta più di un interrogativo. Per quale ragione Filippo scolpiva solo teste? Perché nessuna di esse esprimeva gioia e serenità? Per lui quelle teste rappresentavano davvero i sudditi del suo regno incantato? Un giorno un giornalista gli pose la domanda: «Perché scavate nella pietra?» e lui: «Cerco la Grande Madre... Dentro la terra è il seme dell'uomo». Forse proprio in questa risposta si nasconde l’essenza impenetrabile della sua ricerca…


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