25 gennaio 2017

Traiano, frammenti di vita e di gloria


Tra le righe del Panegirico, Plinio il Giovane (senatore nel 100 d. C.), rese onore all'imperatore Traiano definendolo Optimus Princeps, persona pregevole e voluta dagli dei, perché destinata a compiere una grande impresa.
Erede del rispettabile senatore Nerva, che solo per pochi anni resse il governo, fondava le sue origini nella colonia romana Hispania. Tutto il popolo dell'ecumene, nonché lo stesso autore, si inchinarono con devozione davanti alle sue gradevoli e sincere azioni.

Uso era del principe la pratica del dono. Questa, già sviluppatasi anni prima, ripartiva elargizioni tra popolo ed esercito. Nel primo caso si parlava di congiarium (dal latino congius che era una misura di liquidi) nel secondo di donativum. Plinio descrisse come Traiano avesse promesso ad entrambe le classis un dono; al momento dell'offerta, non avendo l'intera disponibilità del dono, decise di consegnare l'intero importo stabilito al popolo per il sostegno datogli, e metà dell'importo ai soldati, dichiarando però di continuare a prediligere tali uomini al suo fianco nel corso del tempo. Tra questi allo stesso Plinio fu conferito un dono.

Celebre iniziativa dell'imperatore fu l'istituzione degli Alimenta, testimoniate dall'iscrizione bronzea riportata sulla Tabula alimentaire, che prevedeva il prestito di una somma di denaro a grandi proprietari terreni i cui interessi venivano devoluti in sussidi per l'aiuto di fanciulli meno agiati.


«Il Senato e il Popolo Romano all'Imperatore Cesare Nerva Traiano Augusto, figlio del Divo Nerva, conquistatore in Germania e Dacia, Pontefice massimo, investito della potestà tribunicia 17 volte, proclamato Imperatore 6 volte, eletto console 6 volte, Padre della Patria: per far conoscere di quanta altezza il monte e il luogo siano stati ridotti, con così grandi lavori.»

Questa iscrizione è riportata alla base della colonna traiana per celebrare la vittoria del sovrano e il suo esercito, in seguito alla militia eseguita tra 101 e il 106 d. C., sulla Dacia (l'attuale Romania) presieduta al tempo da re Decebalo.
Il racconto si spinge verso l'altro per circa 100 piedi romani (39 m ) ed accoglie sul suo corpo di marmo bianco una ricchissima "collezione" di vittorie ottenute su quel territorio.

In quegli anni Roma si presentava come una potenza che governava tutta l'area del bacino del Mediterraneo. L'unico distretto rimasto ancora incolume alla sua subordinazione rimaneva la Dacia. La decisione di incorporare l'area entro i confini del limes fu presa senza tante esitazioni. Sicuramente fu un'operazione bellica ben studiata. Il Princeps si trovò a dover fronteggiare un ostacolo non indifferente: il popolo "nativo" occupava, in circostanze iniziali, una posizione favorevole rispetto agli invasori, in quanto le varie tribù nomadi che abitavano quelle terre, si fusero in un unico grande popolo, per affrontare la potenza imperiale. Traiano si trovò quindi obbligato ad escogitare un piano d'azione, che potesse acquisire punti sui rivali.

«Che se alcun barbaro re (...) che del tuo sdegno e della tua collera meritevol si renda (..) gli parrà essersi le montagne avvallate, distaccati i fiumi, disparato il mare, ed essergli, non che le nostre flotte, ma le terre medesime addosso piombate.» (Volgarizzamento del Panegirico di Plinio il Giovane- Luigi Imbimbo)

Inizialmente giocò d'astuzia occupando il territorio in tono ostile col tentativo di capire quali fossero state le condizioni favorevoli e gli inconvenienti a cui avrebbe dovuto far fronte in caso di conquista. Una volta scese in campo le forze, l'audacia delle milizie romane, prevalse sugli avversari che si trovarono ad implorare la resa e ad accordare una richiesta di pace, che li avrebbe privati da ogni sorta di protezione.
Nel 105 re Decebalo, non prendendo minimamente in considerazione gli accordi prestabiliti, riarmò le sue truppe e passò al contraccolpo. Ma ogni sforzo fu vano, in quanto il re fu isolato attraverso la costruzione di fronti e strade. Ormai privo di ogni speranza "schiacciato" dalla potenza romana si suicidò.


Di tanto valore è l'esercito di quanto è il suo condottiero. Questo proverbio latino racchiude l'essenza della roman actus eseguita in quegli anni. Avverso, sfruttando ogni risorsa a sua disposizione, Traiano e il suo esercito si imposero sui geti mostrando a tutti il loro prestigio. Quest'emblematico rilievo porta ancora oggi il sapore della vittoria.

«All'interno di un accampamento, l'esercito romano assiste all'esibizione della testa e di una mano di Decebalo, presentata da due ufficiali su un vassoio. La scena come quasi tutte le seguenti, è molto degradata.» (La colonna traiana – Filippo Coraelli)

L'interno della colonna si presenta vuoto, perché concepito come ambiente funebre volto a contenere la preziosa urna di Traiano e sua moglie Plotina (oggi andata persa).

Splendeva accanto al principe l'ambiziosa Plotina. Numerose monete e busti ne suggeriscono la bellezza, la modestia e la rettitudine morale. Amante di arte e cultura favorì il buon governo del marito consigliandolo nelle circostanze più avverse. I due sposi manifestarono carattere da principi all'interno della società romana.


Una rilevante informazione è data Pietro Ignazio Barucchi professore di Logica e metafisica e direttore del Museo d'Antichità di Torino, riguardo ai due coniugi, mostrando tramite un' enunciazione l'esistenza di un gioiellino conservato all'interno del museo.

«La preziosa medaglia del Regio Museo di Torino, che vi presento, corregge l'iconismo Arigoniano, e spiega chiaramente quali fossero le due città sorelle.(...) Nel rovescio si legge ΠΛΩΤΕΙΝΟΠΟΛΕΙΤΩΝ; si vedono due teste femminili, che si riguardano, quella, che è alla destra, ha un velo pendente dal capo con un ciuffo elevato, l'altra lo stesso velo con torre al di sopra. Sotto la prima è l'inscrizione ΠΛΩΤΕΙΝΟΠΟΛΙС; sotto l'altra si legge ΑΔΡΙΑΝΟΠΟΛΙС; più sollo ΑΔΕΛΦΑΙ. Queste due teste si prendono ordinariamente per Geni tutelari di città.»

La moneta testimonia la fondazione di due città nelle terre della Dacia recentemente conquistate. Una delle due prende il nome di Plotinopoli in onore dell'amata moglie. Una delle due teste sulla moneta avrebbe infatti tratti somatici affini a quelli dell'imperatrice. Purtroppo della città rimangono solo alcuni frammenti.


Alcuni scavi archeologici condotti in quell'area hanno riportato alla luce resti di una presunta residenza o edificio pubblico da cui è emerso un mosaico pavimentale riccamente decorato.

Nessun commento: