Sarebbe sciocco parlare ancora di un film come la Dolce vita di Federico Fellini, perché la fama e l'importanza di questa pellicola ha fatto parlare di sé in ogni dove. Riproporre la famosa scena della Fontana di Trevi tra Mastroianni e la Ekberg significa associare ad uno dei simboli di Roma il gusto per la bellezza, il bel vivere (la Dolce Vita, appunto) ma anche l'essenza del cinema italiano che tanta fama ha apportato alla nostra nazione. Proprio la forza evocativa di quella scena girata nel 1960, ha indotto Ettore Scola a riproporre quelle riprese quattordici anni dopo.
Nothing personal (2009), storia di un incontro. Un film che si fa testimone dell’indicibile, di una solitudine cercata e infranta.
Annie (Lotte Verbeek) sceglie l’erranza per sottrarsi al dolore. Sul suo cammino, sulla fuga da lei scelta, inciampa nella vita di Martin (Stephan Rea). Un uomo, un’isola – perché ogni uomo è tale - che le offre cibo in cambio di lavoro. La donna accetta, a condizione che le reciproche identità – esistenze - non vengano mai svelate l’un l’altro. Niente di personale fra loro. Da questo silenzio Annie e Martin imparano a convivere; sullo sfondo di una natura resa particolarmente silente, quasi a non voler infrangere il loro patto, imparano a cercarsi, a toccarsi, a frugare dentro di loro senza mai chiedere, mai fare domande. Il contatto è sempre mediato ma costantemente ricercato: le alghe, i muri, la musica, il rumore e il tatto delle lenzuola, si fanno veicoli del loro imparare ad amarsi, muti testimoni di un rapporto puro e delicato, che si sottrae ad ogni definizione sterile, perché il linguaggio è troppo povero “e non si può competere con la perfezione”. Non resta allora che il gesto, infinitesimali attenzioni, domande stroncate alla gola, regali impalpabili, fissati nell’attimo, nel frammento.
Un uomo non meglio identificato (e invisibile) si ritrova all'interno di un edificio dove incontra un ex diplomatico francese con cui inizia un tour all'interno delle sfarzose stanze del Palazzo dell'Hermitage di San Pietroburgo. Durante la visita i due osservatori discorrono dell'arte del museo ma anche della storia e del carattere della Russia. Tra le stanze si incrocia il presente col passato, l'attuale direttore del museo e l'Imperatrice Caterina II, gli zar Nicola I e II e persino Pietro il Grande. In un incedere voyeristico di personaggi in costume, dialoghi e gesti di vita imperiale: una cerimonia di scuse ufficiali dello Scià di Persia, un ballo in pompa magna, una sfilata di soldati e persino una prova teatrale...
Nella seconda metà degli anni Ottanta Woody Allen vive un periodo straordinariamente creativo: nel 1985 dirige un film metaforico ambientato durante la Grande depressione, La rosa purpurea del Cairo; nel 1987 Radio Days, il “suo” Amarcord. Tra i due film c’è Hanna e le sue sorelle, un felicissimo crogiolo di storie che intrecciano ispirazioni, desideri, turbamenti e sconfitte di una colta borghesia newyorkese. Oltre a Woody Allen e Mia Farrow (all’epoca sua compagna) il ricco cast comprende: Dianne Wiest (premio Oscar come migliore attrice non protagonista), Michael Caine (premio Oscar come migliore attore non protagonista), Max Von Sydow, Barbara Hershey e Maureen O’Sullivan. In questo film inizia anche il sodalizio col direttore della fotografia Carlo Di Palma.
Il monologo di Mickey (Woody Allen)
Un impacciato Elliot (Michael Caine) alle prese con Lee (Barbara Hershey)
Prima che questo deprimente 2010 ci lasci, e si porti via, si spera, almeno un po’ di crisi economica, politica, morale e culturale, è doveroso ricordare un capolavoro che quest’anno festeggia quarant’anni. Era il 1970, infatti, quando usciva Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, coronamento della felicissima carriera cinematografica di Elio Petri.
Studenti che “occupano” il Colosseo, la torre di Pisa, la mole Antonelliana, ricercatori universitari sui tetti: i tempi che viviamo hanno una preoccupante assonanza col passato, e lo stato non sembra essere molto differente da quello che con precisione, non priva di connotazioni grottesche (alle quali Sorrentino ha sicuramente attinto per Il Divo) Elio Petri, con la collaborazione del sempre ottimo Gian Maria Volontè, incide sulla pellicola. Una miriade di premi vinti: il premio speciale della giuria al Festival di Cannes, David di Donatello per il miglior film, un Nastro d’argento per la migliore regia, tre premi a Volontè (David, Nastro e Grolla d’oro) e l’Oscar come miglior film straniero. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto rimane uno dei maggiori film impegnati politicamente mai realizzati dalla (gloriosa) cinematografia italiana, che, tra l’altro, in queste settimane è grandemente infervorata contro i tagli del governo. «È l’aver rovesciato un tabù, l’aver, cioè, preso un poliziotto come emblema di criminosità, che ha fatto di Indagine… un film politico» ha detto Petri, e prosegue: «Ognuno ha la sua fetta di potere e tende a esercitarla in modo autoritario, poiché dentro di noi è disegnata una società repressiva che domanda continuamente una presenza paterna, facendo di tutti noi dei bambini».
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