Hitchcock


Il Pensionante - Una storia della nebbia a Londra (1926)
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Trama: Uno spietato omicida si aggira per una Londra tetra e nebbiosa, gettando la città nell’agitazione, uccidendo con assoluta freddezza donne dai capelli biondi, firmando puntualmente i suoi delitti con il nome del “Vendicatore”.

Una sera un giovane alto, con un cappotto scuro e una sciarpa che gli occulta in parte il volto – caratteristiche che corrispondono a quelle del pluriomicida – si presenta in casa Bunting chiedendo in affitto una stanza. I suoi modi di fare sono alquanto strani, ma la giovane e bionda Daisy Bunting non pare curarsene, provando anzi nei confronti del misterioso pensionante un’attrazione, nonostante sia fidanzata con un altro uomo, un poliziotto a cui è affidato proprio il caso del Vendicatore. Ma se l’inquilino fosse davvero il criminale che Scotland Yard sta cercando?


Hitchcock diceva: Il mio rapporto con questo film è stato del tutto istintivo; per la prima volta ho applicato il mio stile. In realtà, possiamo dire che The Lodger è il mio primo film.

François Truffaut diceva: Mi piace molto. E’ un bel film e testimonia una grande invenzione visiva.

Scheda:

Titolo originale: The Lodger – A Story of the London Fog
Regia: Alfred Hitchcock
Soggetto: dal romanzo di Marie Belloc-Lowndes
Sceneggiatura: Alfred Hitchcock, Eliot Stannard
Fotografia (b/n): Giovanni Ventimiglia
Assistente alla regia: Alma Reville
Scenografia: C. Wilfred Arnold, Bertram Evans
Montaggio e didascalie: Ivor Montagu
Disegni delle didascalie: E. McKnight Kauffer

Interpreti:
Ivor Novello (Jonathan Drew, il pensionante)
June (Daisy Bunting)
Marie Ault (la signora Bunting)
Arthur Chesney (il signor Bunting)
Malcolm Keen (Joe Betts, poliziotto, fidanzato di Daisy)

Origine: Gran Bretagna
Anno di distribuzione: 1927
Durata pellicola: 85’
Studi: Islington
Produzione: Michael Balcon per la Gainsborough
Distribuzione: Wardour & F.
Prima: Febbraio 1927, Londra

Le mie impressioni: Prima vera opera Hitchcokiana (nonostante sia la terza, la prima incompiuta, la seconda non accreditata) indissolubilmente legata all'espressionismo cinematografico degli anni '20 che il giovane regista conosceva bene. Le atmosfere ci sono tutte, avanzando entro uno o più archetipi inerenti il mistero, fra le fitte nebbie d'una tenebrosissima Londra, attraverso sospetti, tentazioni non previste, e una condanna. Però sin da questa pellicola Hitchcock, pur muovendosi in ben precisi topoi, non manca di mettere già in campo la sua personalità d'artista, una visione quindi molto precisa e individuale nel fratturare con il terrore e la tensione il quotidiano. Mettendo in campo più ambiguità possibili per lasciare interdetto e incuriosito lo spettatore, presentando quel sentimento di fastidio e attrazione che suscita l'omicidio nell'intimo dell'assassino, cercando di circoscrivere lo spettatore nel sottile meccanismo d'identificazione che in altre pellicole eleverà massimamente.

 
Ricordando Hitchcock per il 30° anniversario dalla morte
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Stesso mese e anno, con la differenza di pochissimi giorni, precisamente nell’aprile del 1980, morivano due geni della cinematografia mondiale: Mario Bava e Alfred Hitchcock. Registi che per un destino comune la Morte li volle a sé quasi insieme. Quell’Ente Morte che i due artisti resero in modo poetico e perturbante, portando alle estreme conseguenze i limiti della suspence sino al culmo del delirio.

Hitchcock nasce il 13 agosto del 1899 a Leytonstone, un villaggio nei dintorni di Londra. Il padre era un commerciante di frutta e verdura, possedeva due negozi, sopra uno dei quali la loro modesta abitazione. Alfred, il più piccolo dei tre fratelli è l’unico che non ha incarichi nei negozi, (eccezion fatta per qualche giocosa commissione) che alla morte del padre vengono ereditati dal figlio maggiore.

Si presume che la prospettiva del crimine e il terrore per i poliziotti, in Alfred, fossero il risultato di una punizione da parte del padre, il quale, esageratamente preoccupato per l’educazione dei figli, un giorno portò il piccolo Alfred, volendolo punire per una marachella, al commissariato di polizia accompagnato da una lettera che dopo esser letta da un funzionario, rinchiuse il bambino per alcuni minuti causandogli un trauma che il futuro regista svilupperà nei modi più disparati possibili in molte delle sue pellicole.

Nel periodo dell’infanzia lo stesso Alfred ricorda di essere stato un bambino molto giudizioso, silenzioso, ma un ottimo osservatore, peculiarità questa che le fu tra le più care per tutta la vita. Poco espansivo, aveva un mondo interiore in cui perdersi, e non avendo amici inventava lui stesso dei giochi, adoperando la fantasia che aveva a disposizione. Tuttavia nell’infanzia non mancarono altri momenti d’angoscia, praticando scuole religiose che erano solite ripartire punizioni corporali. Cosicché da far sorgere in Alfred una pura paura morale, rintracciabile in tanti suoi personaggi dal complesso ventaglio di caratteri, abbinato ad un fine cinismo narrativo vestito da simboli apparentemente rassicuranti, che nascondevano inquietudini che esplodevano in un sol attimo, quell'attimo del Maestro in cui tutto mutava in incubo.

Divenne subito un cinefilo instancabile vedendo i film di Chaplin, Buster Keaton, Mary Pickford, Griffith, Murnau etc. introducendosi pian piano nel mondo del cinema, realizzando i disegni per le didascalie per alcune pellicole, nel momento in cui i film muti iniziavano a diventare opere d’arte, curiosando in altri settori come il montaggio, via via sino alla regia. Frattanto il cinema muto si affermava velocemente e con forza esplosiva, schiudendo il mondo dei sogni, venendo alla luce da lì a poco capolavori universali da lui apprezzati, come Il monello di Chaplin, Il gabinetto del dr. Caligari di Wiene e Metropolis di Lang, solo per citare qualche titolo.

Quindi, da una mansione all’altra, da una collaborazione all’altra, da aiuto-regista a regista, con una miriade di esperienze e prove anche impacciate, nel 1925 realizza, da regista, appunto, il suo primo film Il labirinto della Passione, opera prima di quel cosiddetto periodo inglese che termina nel ’39 con La taverna della Giamaica, per dare inizio nel ’40 con L’isola degli uomini perduti il periodo americano, concludendosi nel ’76 con Complotto di famiglia.

In tutta la sua produzione, nell'arco di cinquant'anni di carriera, Hitchcock, seppe essere crudele, insondabile, spiazzante, inventando sadiche storie che manovravano i destini umani, giocando con essi in mille modi, trasmutando la quotidianità in incubo, creando un pantheon di personaggi, raggi di misteriosa luce, coni d’ombra e intrighi che ancora oggi gemma dopo gemma destruttura ogni nostra più solida certezza.

 

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