Letteratura
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Elegante e austero: l’ultimo Faletti |
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Scritto da Alessandro Mauro
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Lunedì 23 Gennaio 2012 15:17 |
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Non avevo mai letto niente di Faletti, a parte qualche riga rubata durante le frettolose “sniffate” in libreria. L’ultimo suo libro pubblicato, uscito alla fine del 2011, Tre atti e due tempi – Einaudi, dodici euro – mi ha davvero sorpreso. Certo, ormai Faletti è una firma sicura e accettata, nonostante il “peccato originale” dello strepitoso successo commerciale dell’esordio, anche dalla critica più esigente. Il potente critico del «Corriere» Antonio D’Orrico, poi, è un suo dichiarato ammiratore. Ciò non toglie che da un autore di thriller che dispone di una platea di lettori così ampia, non mi aspettavo questa qualità. Tre atti e due tempi è un romanzo sussurrato, elegante, educato, scritto con parole precise e misurate. Certe atmosfere da provincia sonnolenta care a Simenon e la solitudine del protagonista sono davvero ben descritte:
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Scritto da Davide Mauro
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Giovedì 22 Settembre 2011 19:29 |
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Come forse saprete Franco Battiato l'anno scorso presentò il docufilm Auguri Don Gesualdo dove si racconta, con una certa devozione, la vita dello scrittore comisano Gesualdo Bufalino. Durante un'intervista che Mario Andreose fa a Battiato nel corso della passata edizione di Pordenonelegge riguardo la vita dello scrittore, a parte le didascaliche descrizioni del giornalista, colpiscono i ricordi diretti di Battiato. Il cantautore vantando una rispettosa amicizia col comisano racconta lo stile di vita dello stesso, lasciando trapelare una frecciata di Bufalino allo scrittore Vincenzo Consolo. È noto uno storico astio tra i due scrittori, nato forse da vicende legate alla comune amicizia con Leonardo Sciascia; in questo caso possiamo ampiamente dire che la battuta finale è un tipico ossimoro bufaliniano.
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Onore al coraggio (che succede in Italia?) |
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Scritto da Alessandro Mauro
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Sabato 17 Settembre 2011 18:05 |
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Di merito non so se si possa parlare perché, a dir la verità, non ho mai letto nessun libro dei Wu Ming; però certamente si può lodare il coraggio e l’audace senso dell’umorismo.
Dunque, nel 2009 esce Altai, romanzo storico che in parte si ricollega al precedente Q. In questi mesi è disponibile una riedizione di Altai, che oggi ho avuto modo di sfogliare in una libreria della mia città. Che c’è di strano? Prima di rispondere a questa domanda ricordo la “calorosa” attenzione che il quotidiano «Libero» ha solitamente riservato ai libri di questo inconsueto collettivo – probabilmente marchiati del peccato originale di apparire, al quotidiano destrorso, dei pericolosi comunisti. Nel sito del gruppo è infatti riportata questa citazione: «E poi, come diavolo scriveranno a dieci mani i favolosi cinque? Capitan Sovietico scrive un capitolo e SuperGuevara un altro? Oppure scrive tutto l’Uomo Maoista e gli altri fanno l’editing?».
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Il teppista della letteratura |
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Scritto da Alessandro Mauro
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Domenica 14 Agosto 2011 11:29 |
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Spulciando su Google – «Gogòl» secondo Berlusconi – ho scoperto una gustosa intervista che Lietta, la figlia di Giorgio Manganelli, ha rilasciato a Francesco Verso nel 2008. Mi rendo conto di essere un po’ in ritardo, segnalando un’intervista di tre anni fa, ma i fatti dei quali hanno discusso si riferivano alla vita del padre che, lo ricordo, è morto nel 1990.
Dell’attività di suo padre Lietta dice che «si definiva uno “scrivendolo” non uno scrittore. Lui non faceva altro che riportare ciò che le parole volevano che lui scrivesse», una sorta di scrittura in stato di trance. D’altronde odiava i significati profondi e le interpretazioni cervellotiche, la figlia ricorda che amava dire: «Non sono sicuro che le parole abbiano un significato, certamente hanno un suono».
Racconta della sua misoginia: «Diceva “essendo misogino non posso non adorare le femministe perché si fanno del male da sole”. Era un uomo che delle donne aveva una paura folle. L’unica dichiarazione d’amore che mi fece fu, guardandomi in faccia: “Pensa che strano, riesco a volerti bene, nonostante tu sia donna”».
Sui colleghi e sulle polemiche che sovente alimentava: «Uno degli scrittori che mio padre odiava, neanche simpaticamente, era Capuana. Perché scriveva male. E uno dei dispiaceri più grossi della sua vita, è stato di non poter dire a Pasolini che scriveva male». Con Pasolini ebbe più d’uno screzio, e il poeta ebbe a dire di lui: «è un teppista della letteratura».
Sguazzava con divertimento nelle polemiche; una la ebbe anche con Gadda che pensava che Hilarotragoedia fosse una presa in giro del suo La cognizione del dolore. Ma lui, ricorda sempre la figlia Lietta, non si offendeva, «Cioè si offendeva per cose completamente diverse, come un ritardo a cena. Quella per lui era una cosa intollerabile. Ma se gli dicevi che non capiva niente, si divertiva moltissimo». Celebre è la brusca interruzione dei rapporti che ebbe con Einaudi per una forchettata di patatine: «Einaudi aveva l’abitudine di sentirsi il capo, il padrone, e quindi tutti i suoi scrittori e consulenti erano roba sua. Ebbene durante una cena, davanti a tutti, Einaudi allunga semplicemente una forchetta e prende due patatine dal piatto di mio padre, una cosa che non si poteva fare, né andava fatta. Lui non dice niente, perché non è una persona che fa scenate. Se ne sta zitto ma finita la cena, quando tutti si riposano per rivedersi dopo un’ora, il professor Manganelli è scomparso. Il professor Manganelli ha preso un taxi e si è fatto portare alla stazione. Con Einaudi non ha mai più avuto rapporti».
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Scritto da Alessandro Mauro
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Sabato 04 Giugno 2011 16:33 |
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Se non si è di sinistra a vent’anni e di destra a cinquanta, non si è capito niente della vita. Ennio Flaiano
Leggendo gli Editoriali di architettura che lo storico e critico Bruno Zevi scrisse per la sua rivista «L’Architettura – cronache e storia», dagli anni Cinquanta alla fine dei Settanta, scopro – senza molto sorprendermi, per la verità – l’abbondante uso di citazioni letterarie: Gadda, Vittorini, Danilo Dolci, Carlo Levi, Robert Musil. Non sorprende se si pensa che in quegli anni l’architettura, in Italia, godeva ancora di rispetto ed era spesso oggetto delle attenzioni degli scrittori e degli intellettuali in genere.
Nell’editoriale dal titolo “Le indulgenze dell’architetto senza qualità” (datato 1966), Zevi cita il romanzo Le indulgenze di Libero Bigiaretti – se non lo avevate mai sentito nominare non siete i soli – uscito lo stesso anno. La storia pare che narri l’educazione culturale di un giovane architetto e, a parte i brani dedicati direttamente all’architettura, Zevi ha citato anche un passo che mi ha colpito, soprattutto se si pensa che è stato scritto nei primi anni Sessanta: «Quale sinistra? La sinistra non c’è più. La sinistra italiana, caro mio, è soltanto il lato sinistro della destra». (E quando penso alla sinistra italiana penso soprattutto a quella che aveva dalla sua un gruppo di artisti e intellettuali molto poco indulgenti).
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Scritto da Alessandro Mauro
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Mercoledì 01 Giugno 2011 12:08 |
Visto da lontano, allo scurire, Melagravida sembra un grappolo di steariche accese sopra una nuvola. I lampioni dondolano nelle strade come uomini appena impiccati. Culi di luce spaccati da una sottile lama di vento dicembrino. Dentro scatole di granito la gente si copre d’orbace e non riesce più a sognare. Nel buio ruvido si dorme un sogno espiatorio, in attesa del sole che all’alba spara sui tetti la sua farina ambrata dalla punta calcarea di monte Tumbacanes.
Già dall’incipit de Il lago dei sogni, l’ultimo romanzo di Salvatore Niffoi, si capisce che lo scrittore sardo è uno che ha «il senso della frase», come direbbe Pinketts. Ci sono acuti lirici che mi ricordano Vincenzo Consolo, anche per le ambientazioni, di questo come d’altri romanzi, in una Sardegna quasi fuori dal tempo, in un luogo mitico e in un certo senso epico.
È la prima volta che leggo Niffoi e forse è per questo che mi chiedo come sia possibile dare ai personaggi delle vicende narrate nomi come: Itria Panedda Nilis, la protagonista, Tzesiru Baffia, Limedda Ruzzosu, Meruliu Triozzu, Bachis Tamata, Dindinu Trunzone, Matheu Juvale, Tanielle Cassarolu, Dilisca Vrentitunda. È come coi film cinesi o coreani: non si riesce a seguire la storia perché i nomi si dimenticano facilmente e i volti si confondono l’un l’altro. Peggio che nei testi di Verga, è tutto un fiorire di nomi (a me) sconosciuti, certamente causati dell’acuta forma di «isolitudine» della Sardegna.
Ma davvero in Sardegna c’è gente che si chiama così? A parte questo Niffoi scrive da Dio!
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Scritto da Alessandro Mauro
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Martedì 31 Maggio 2011 14:37 |
Da un non recentissimo articolo letto su Panorama.it apprendo che l’UNESCO cura, dal 1932, l’Index Translationum, cioè un indice mondiale delle traduzioni dei testi. Cliccando, ad esempio, su “statistics” potrete trovare i cinquanta autori più tradotti al mondo che vede ai primi cinque posti: Agata Christie, William Shakespeare, Jules Verne, Lenin (proprio lui!) e la scrittrice inglese – che io non avevo mai sentito nominare – Enid Blyton. Non compare nessun italiano fra i primi cinquanta posti, ma d’altronde non compaiono nemmeno Proust o Mann; infatti la classifica, è bene ricordarlo, come ha fatto Andrea Bressa sull’articolo di «Panorama», è degli autori più tradotti, non necessariamente più letti né, ovviamente, più importanti.
(Gli autori più tradotti in Italia sono: Shakespeare, Simenon, Sant’Agostino, Dostoevskij e Stevenson).
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