La biografia di Eugene Hütz (Yevheniy Oleksandrovych Nikolayev Simonov) è fatta di viaggi, contaminazioni, scoperte, esperienze di ogni genere: esattamente come la sua musica.
Nato nei pressi di Kiev, in Ucraina, nel 1986 fugge con la famiglia dal disastro di Cernobyl e si trova a vagare per sette anni in vari campi profughi di Austria, Polonia, Ungheria e Italia. Dopo varie vicissitudini si trova a New York dove, nel 1997, fonda i Gogol Bordello. L’omaggio all’Italia non si ferma al nome del gruppo («Ho molta più nostalgia del mio anno in Italia che della mia infanzia a Kiev»); nel 2005 canta Santa Marinella, dove mescola ucraino e bestemmie in italiano. Santa Marinella è la località (vicino Roma) dove il leader del gruppo aveva trascorso parte del suo soggiorno italiano, ma nella canzone si citano anche Piazza Navona, dove suonava, e Palestrina.
A metà ottobre è uscito l'ultimo album della cantante islandese Björk. Magari la cosa non interesserà tutti i lettori di Elapsus perché le sue canzoni possono anche non raccogliere un vasto consenso di pubblico come per altri artisti, la vera notizia in effetti è l'uso degli ultimi strumenti informatici come piattaforma di utilizzo.
Usciti qualche anno fa dall’underground musicale italiano (ove, come sappiamo, albergano molti artisti di valore condannati dal mercato) i Baustelle dell’ultimo periodo, quello del successo, mi sembrano comunque meno interessanti di quegli degli esordi. Fanno eccezione quasi tutte le canzoni dell’album Amen, uscito nel 2008, dal quale voglio segnalare il brano Alfredo.
L’Alfredo del titolo è il piccolo Alfredino Rampi, il bambino seienne precipitato (precipitato?) nel pozzo di una campagna nei pressi di Frascati nel 1981. I Baustelle “leggono” questa vicenda come evento simbolo degli anni ottanta italiani, ed Alfredino viene interpretato come un Cristo inviato su una terra troppo indaffarata per ascoltarne il messaggio, che non trova di meglio che spettacolarizzare l’evento. Alfredino diventa quindi un “angelo caduto”, precipitato in una voragine di corruzione e affari: l’Italia di quegli anni. Nel ritornello si citano nomi simbolo di quell’Italia: Cossiga, Forlani, la Democrazia Cristiana, le Brigate Rosse, Platinì, la P2, Papa Wojtyla, Pertini.
Se le regole sono ferme E non rispettano le nuove forme E non rispettano i nuovi arrivi Tutti i pensieri veri sono i cattivi Focolaio
Si chiama Antifa il singolo uscito a giugno dello scorso anno – e scaricabile gratuitamente dal sito di «XL» – che ha anticipato il nuovo album dei 99 Posse. La band partenopea, scioltasi ufficialmente nel 2005 e riunita nel 2009 ha pubblicato l’ultimo album di inediti nel 2000 (La vida que vendrà). Questo autunno dovrebbero tornare con Cattivi guagliuni – purtroppo senza la straordinaria voce di Meg – con le sonorità che hanno da sempre caratterizzato la loro ricerca, tra hip hop, ragamuffin e elettronica, e i testi: duri, sociali ma decisamente anticommerciali, insomma, politici. Dal loro sito si legge:
La nostra ambizione con “Cattivi guagliuni” è quella di fotografare il momento che stiamo vivendo, raccontare le storie di un’Italia che perde terreno, lavoro e salario, ma che prova anche a resistere e a rilanciare la battaglia per i diritti e i beni comuni, senza dimenticare le guerre e le lotte contro la miseria e i tagli imposti dal neoliberismo in tutto il mondo.
Basta ascoltare la nuova Antifa per capire che gli anni trascorsi non hanno scalfito la loro carica eversiva e il loro sound.
Certo, avrei potuto scegliere la più “colta” Estate, di Bruno Martino (nella versione cantata da João Gilberto); ma Ombrelloni di Simone Cristicchi mi sembra interpreti meglio i miei sentimenti verso l’estate. Occhio al testo:
L’ombrellone te lo ficco nel culo E il gelato te lo spiaccico in faccia Questa sabbia te la tiro negli occhi E poi ti prendo a calci lungo la spiaggia Con la sdraio ti ci spezzo la schiena E ci piscio sulla tua abbronzatura E ora ingurgita la crema solare Prima che ti affoghi, in questo schifo di mare.
Ieri sono stato dal barbiere. So che è una notizia di poco conto, almeno per voi. Ci sarebbe una polemica sul nome (perché continuiamo, in Italia, a chiamarli barbieri quando quasi più nessuno va a farsi la barba ma i capelli? Dovremmo chiamarli “capellieri”, o qualcosa di simile, come fanno in Spagna con peluquero o in Portogallo con cabeleireiro) ma ve la risparmio. Il mio barbiere – che però mi taglia solo i capelli – è un signore splendidamente avviato alla cinquantina, con un fisico curato e atletico. È anche un po’ fascista, da quello che ho potuto percepire, e ascolta solo musica italiana. Alla stazione radio che ascoltava ieri hanno passato Mi ricordo ancora, di Fabio Concato, un cantautore che furoreggiava negli anni ottanta. A parte che non ricordavo affatto (non la riascoltavo da parecchi anni) la delicatezza di Concato (credo che conosca bene la bossa nova brasiliana, in particolare João Gilberto) mi ha sorpreso che il testo affronti la tematica dell’omosessualità. Ero abituato a pensare a Concato come un crooner tra il malinconico e lo sfigato, troppo perbenista per una cosa del genere. E invece, il testo dice:
E ti ricordo ancora l’ingenuità la tua tenerezza disarmante eri un omino ma dentro avevi un cuore grande che batteva forte un po' per me.
E poi, palesemente:
E ti ricordo ancora nei pomeriggi di primavera al doposcuola tu mi parlavi di una colonia sopra il mare vienimi a trovare che si sta bene.
E ti ricordo ancora quando scoprirono che mi accarezzavi piano e mi ricordo che ti tremavano le mani ed un maestro antico che non capiva.
Fabio Concato in un playback un pò incerto su Rai uno
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