Il panteismo scientifico di Kauffman
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Scienza
Scritto da Davide Mauro   
Lunedì 15 Marzo 2010 09:47

Riavvicinare la scienza e la fede sembra essere lo scopo dell'ultimo libro di Stuart Kauffman Reinventare il sacro; riavvicinarli attraverso un concetto panteista che prova mestamente a reinterpretare, tra le pieghe del non prevedibile, ciò che la scienza non può ancora spiegare. L'esistenza di Dio quindi, sarebbe dimostrata dalle manifestazioni dell'universo e dall'imprevedibilità della sua evoluzione. L'incapacità di prevedere ciò che sarà il cambiamento darwiniano di una specie o di un'organo, permette a Kauffman di considerare ancora una vasta libertà di "azione" di un Dio panteista.

La scienza in effetti mostra molti limiti, non solo nel campo prettamente biologico ed evolutivo, ma anche in quello cosmologico, poiché ancora oggi certi processi non sono del tutto spiegabili attraverso le leggi che si è imposta. La stessa incapacità congenita di comprendere il moto preciso di una particella (a causa del principio di indeterminazione di Heisenberg), sembra rendere inaccessibile il moto originario dei mattoni della materia. Su questa incapacità, forse un domani ancor più ristretta, Kauffman (biologo americano) fonda la sua affascinante tesi.

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Il pensiero scientifico di Kauffmann: Commento
Aldo Taffelli 09:42:09 24-11-2010

Il pensiero scientifico di Kauffmann: COMMENTO:
Il mio, più che un commento, sarà l’esposizione del mio pensiero in merito alla fede, del mio modo di credere; ed io lo intitolerei “Concretezza religiosa”. Perché “concretezza religiosa”? Perché io mi domando che cosa faciano di concreto queste Divinità, a cui molta gente rivolge preghiere e nelle quali pone speranze. Le Divinità che conosco io, per quanto sono in grado di intendere in merito, non hanno mai fatto niente, per cui non vedo la loro utilità. In quanto a dare una spiegaione sull’origine e motivazione dell’ESISTENZA, non danno niente di plausibile, ed io sono venuto alla conclusione che sia tempo perduto oggigiorno persistere nel rincorrere queste spiegazioni. E’ meglio prendere coscienza di sé e del mondo in cui si vive e vivere il proprio tempo, e rimandare tali ricerche a quando si abbiano conoscenze più appropriate.
Di questi tempi, alla nostra età (sono più di 80 ormai), ci si sente un po’ tutti come dei galeotti in attesa della esecuzione capitale. Si, è proprio così: ci si sente come galeotti in sofferente attesa che un boia ponga fine ai nostri giorni.
Questo mi fa ricordare che è in America, dove i peggiori criminali vengono puniti ancora con la pena di morte. Molti biasimano gli Americani per ricorrere a questi mezzi brutali, sia pure se usati solo nei confronti di gente che ne ha combinate di tutti i colori, sia pure pensando alle delicatezze che i boia usano verso i condannati. Infatti, fra l’altro, essi informano questi criminali quando la loro esecuzione sarà attuata e saranno tanto comprensivi da causare loro il minor dolore possibile. E le sofferenze complessive patite da questa gente, che sono pure meritevoli delle condanne, cui vanno incontro, sono veramente irrisorie rispetto a quelle che potrebbero soffrire persone che si sono guadagnate ed hanno avuto riconosciuti meriti per tutta una vita, e muoiono per cause naturali.
Che contraddizione esiste fra questa tanto biasimata “brutalità” umana e la pretesa bontà delle nostre Divinità, che di delicatezza nella morte dell’uomo proprio non ne usano!
Dove sono la saggezza, l’intelligenza e l’amore paterno, il senso della famiglia universale, di chi pretende che si paghi con tanta sofferenza quello che dovrebbe essere un semplice cambio di residenza?

Io credo nell’evoluzione delle cose, e che la presente brutalità si possa attenuare col progredire della nostra civiltà fino a rendere più agevole il trapasso fra l’al-di-qua e l’al-di-là, facilitato da accresciute conoscenze umane, necessarie per superare questa barriera in un modo meno indegno per le Divinità e per gli uomini, se questa ESISTENZA non sarà semplicemente marcata da simboli di onnipotenza, ma anche da fatti concreti, se la gente guarderà più consapevolmente in faccia alla realtà, quella vissuta sulla propria pelle. Allora, forse, tutti potranno godere benefici, che ora sono riservati solo ai peggiori criminali americani.
Ricordiamoci che: Di conoscenza si vive meglio e più a lungo, d’ignoranza si vive peggio e si nuore prima.
Ricordiamoci che: Non si muore di malattia o per incidente, ma solo per ignoranza, vale a dire per non sapere superare le proprie difficoltà.

Diciamo pure che questo discorso non è fatto per biasimare l’operato altrui, ma nel tentativo di migliorarlo, anche se, per fare ciò, fosse necessario ripartire da capo, come spesso capita quando, insoddisfatti della cosa presente, si vorrebbe crearne una migliore.
Tutte le religioni, del presente e del passato, per belle che siano o siano state, concettualmente e nei loro riti, mancano di un preciso rapporto causa-effetto fra la Divinità e gli accadimenti universali. Il rapporto fra Divinità e fedele è unidirezionale, in quanto il fedele, coscientemente o meno, ha sostituito la domanda, che contempla una risposta, con la preghiera, che non contempla alcuna risposta. Nell’ipotesi che la Divinità esista, poi, da parte della Divinità, manca, o può venire a meno, anche il più semplice rispetto dovuto all’uomo, agli animali, alle cose, in quanto gli accadimenti naturali avvengono senza alcun rispetto per gli esserei viventi, l’uomo in particolare, e per le cose. La Divinità si mostra sempre come un soggetto artificioso, interposto in un contesto dove in realtà non è mai presente.
Non vedo dove possa esserci intelligenza oppure onestà nell’affermazione “Dio vuole”, se Dio resta un semplice oggetto di fede; giacchè, per chi non crede, Dio non esiste, e nessuno può dire il contrario.
Basta vedere i telegiornali di tutti i giorni ed i documentari storici, per sentire maturare nella propria coscienza un crescente disgusto per quel Dio, che ci è stato presentato dai genitori, a ascuola, all’oratorio, il cui comportamento, se veramente esistesse, sarebbe in diretto contrasto con la propria coscienza e con il proprio buon senso, maturato con la propria conoscenza. E con gli insegnamenti concreti, che emergono dal modo di agire dei propri genitori.
Nella situazione in cui si trova, l’Umanità ha bisogno di un solido punto di riferimento, non di migliaia di religioni, i cui credenti di ciascuna di loro sono convinti d’essere loro soli nel giusto e gli altri tutti nel torto. Nessuna persona di fede, fra miliardi, si rende conto che nessun vero padre si nasconderebbe alla vista ed all’identità dei propri figli. Per cui il loro Dio è una semplice figura mentale, per la quale non è il caso nutrire speranze oppure di morire.
Quindi, non Dio, ma un solido punto di riferimento, valido per chiunque, è ciò che veramente manca all’Umanità.
Dio sarebbe estremamente necessario, se fosse un essere concreto, un vero padre di famiglia, che si occupasse di tutti i problemi che i suoi figli non possono risolvere loro stessi: terremoti, maremoti, tempo atmosferico, ricchezza e povertà, malattie, pestilenze, guerre, criminalità, sofferenza e morte, eccetera.
Si pensi, se io fossi un buon fedele e dovessi morire e finire in Paradiso, considerato che la mia morte non segnerebbe la fine dell’Umanità, sarei costretto per l’eternità a considerarmi felice mentre osservo la gente soffrire sulla terra. Per me sarebbe una condizione inaccettabile, una punizione non meritata, considerato che di già io soffro per i miei mali, ma soprattutto per quelli degli altri. E non riesco digerire il fatto che un’animale debba morire affinchè altri se ne cibino per sopravvivere. Per chi avrebbe creato tutto dal nulla, ce ne sono di cose fatte veramente male!
Certamente che la conoscenza umane sono limitate, forse lo saranno sempre di meno, ma forse non colmeranno mai quanto occorre sapere per spiegare tutti gli interrogativi relativi all’ESISTENZA. Quindi il ragionamento che l’uomo può fare avrà sempre delle limitazioni, ma mai tante come ne ha avuto all’inizio dell’esistenza dell’Umanità, quando l’uomo non conosceva né il fuoco né la ruota. Da allora l’uomo ha progredito tantissimo, per cui mi sembra meglio sperare nelle possibilità umane che in quelle così dette divine.
Certamente c’è tutto il futuro per colmarne l’attuale mancanza di conoscenza, così come c’è tutto il passato, tutta la storia dell’Umanità, per arrivare all’attuale livello di conoscenza.
Io non credo nella necessità di un Dio, mentre credo assiduamente nella necessità di una religiosità di comportamento, fondata sulla sensibilità per la bellezza e l’ordine, per la l’amore (solidarietà) e l’armonia, necessità che scaturisce da una concreta presa di coscienza della realtà in cui si vive, e dal fatto che queste virtù esprimono la bellezza dell’insieme, l’ESISTENZA, dove è nel benessere di tutti e di tutto che meglio si può esaltare il benessere di ciascuno e ciascuna cosa.
Aldo Taffelli

giuseppe 22:54:37 14-06-2011

FINIAMO L’INFINITO

Immaginiamo (non ci riusciamo) una retta secondo il concetto tradizionale, e se non sbaglio, “la retta è un insieme infinito di punti disposti linearmente sui due versi della stessa direzione, giacenti sullo stesso piano”. Se immaginiamo di scegliere uno degli infiniti punti della retta, dovremmo dire, secondo me, che quello è, in senso numerale, l’infinitesimo punto, considerato rispetto all’infinito dei due versi della retta stessa.

Se invece consideriamo il punto che precede quello scelto in esame e quello che lo segue, potremmo dire che il punto in esame non è l’infinitesimo rispetto ai due punti di riferimento predetti. Quindi, potremmo estendere questo concetto “all’intera” retta ovvero a “tutti” i suoi punti e concludere che la retta non può essere infinita,anzi, che la retta per esserci dev'essere un segmento.

Questo concetto,se giusto, è estendibile a tutti i concetti che coinvolgono l’ “INFINITO”, ovvero che l’infinito non ha una propria dignità concettuale e che tutto ciò che esiste, per esistere dev'essere FINITO.

Infine, penso, forse sbagliandomi, che la storia millenaria dell’ “infinito” abbia causato danni intellettuali e di dottrina in ogni campo: filosofico,teologico,cultura popolare ecc.
In minor misura e,forse, senza danni, in quello matematico: la matematica usa l’infinito intendendolo come una ragionevole “distanza quantitativa” di ciò che potrebbe ostacolare i calcoli che interessano nella fattispecie o sorvolando,senza danni, sul fatto che l’infinito non esiste.
L'infinito si salva in ambito letterario,artistico dove viene inteso come immensità.

Se l'"infinito" non esiste, allora deve esistere l'eternità come essenzialità contrapposta al nulla. Se la materia è finita,non eterna nel tempo ed anche nel numero immenso dei suoi eventi, e lo è concettualmente anche, tra gli altri, per l'esempio della "retta" di cui sopra...allora non resta che pensare all'esistenza di Dio...Quel Dio che le varie religioni si contendono.
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