La vita è sogno - Pedro Calderon de la Barca (Teatro - 1635)
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Scritto da Salvatore Calafiore   
Mercoledì 03 Novembre 2010 07:24
Io voglio sapere, oh Cielo, dato che mi tratti in questo modo, che delitto ho commesso contro di te nascendo; anche se comprendo quale reato ho commesso, già solo con la mia nascita. Visto che il più grande crimine dell'uomo è nascere, la tua giustizia e la tua severità hanno avuto un motivo sufficiente.

Conquista di sé, precarietà dei beni materiali, illusione del reale, impegno morale (di matrice cattolica), libero arbitrio sono i temi principali di questo classico del teatro spagnolo e mondiale. Nonostante i frequenti momenti ilari e spassosi, si avverte un onnipresente pessimismo, i cui strali si dirigono verso la miseria della vita. L'impalcatura filosofica della storia (perché, è bene sottolinearlo, le intenzioni dell’autore sono filosofiche) si regge sui terreni molli della religione. Eppure lo spagnolo ne avverte tutta la precarietà e si dimena tra contraddizioni e ambiguità, cercando di tenere l’opera su un piano il più coerentemente possibile.

La trama non è ingarbugliata. Il re Basilio, a seguito di una profezia (che, logicamente, limita la libertà umana), rinchiude il figlio Sigismondo in una torre sperduta nelle montagne di una fantasmagorica Polonia. La profezia affermava che il figlio, da grande, sarebbe stato la causa della rovina di Basilio e di tutto il regno. Prima accettandola, poi mettendola alla prova, il re affronta la rivelazione, liberando Sigismondo. E in questo gioco di scontri e confronti, tra le duplicità e le oscurità della vita, si dipanano le vicende narrate. Quando Sigismondo, in un primo momento, dimostrerà la sua malvagità (naturale e senza i filtri dell'educazione) e la verità della profezia, Basilio, addormentandolo con un veleno (topos letterario tipico nel '500 e '600), lo rinchiuderà di nuovo nella torre tra le rupi. È in questo risveglio che Sigismondo, un po' stranito, si accorge dell’oniricità dell'esistenza, del vantaggio di essere buoni piuttosto che malvagi, e quando sarà liberato nuovamente, nella paura di essere ancora in un sogno, rinuncia alla sua natura malvagia, selvaggia e vendicativa. E cambia il suo destino.

Più di tutto emerge il carattere diafano dell'esistenza, l'impossibilità e l'incapacità, a dispetto del libero arbitrio, di padroneggiare l'esistenza. Mai saremo in grado di discernere completamente la vita reale dal sogno; possiamo in qualunque momento essere ingannati.

Per l'ambiguità degli argomenti, tra il sogno e la realtà, e i grotteschi ragionamenti di Sigismondo, non mancano l'ironia e il sorriso. Allegorico, barocco nello stile e nelle intenzioni, filosofico, il capolavoro di Calderon de la Barca resta un'opera senza tempo.

Le foto e i post, se non diversamente specificato, sono state realizzate da Salvatore Calafiore e si possono trovare, insieme ad altro, su: http://salvokalat.blogspot.com/
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