Linea di confine
Generatore di frontiere e generazione di frontiere. Questo è il mondo visto dagli occhi del cittadino contemporaneo. Linea di confine è una rubrica che racconta fatti e storie vissute al limite di confini istituzionali o naturali, testimonianze di esperienze vissute in prima persona da viaggiatori, girovaghi e gente comune.
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La cremazione dei morti nel tempio di Pashupatinath |
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Scritto da Manlio Caliri
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Mercoledì 25 Gennaio 2012 12:08 |
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In maniera inspiegabile alcuni paesi hanno da sempre esercitato un fascino particolare nel mio immaginario.
Sin da piccolo, dalle radici della mia fantasia, alcuni luoghi emergevano più di altri, come inafferrabili gemme in mezzo al grande calderone dei paesi del mondo, creando inevitabilmente in me un'attrattiva misteriosa ed irresistibile.
Così è stato per il Vietnam, l’Ecuador, la Cambogia, il deserto Algerino, la Mongolia... ed anche per il fantomatico Nepal, impervio cuore dell’Asia meridionale.
L’immagine accesa della capitale, Kathmandu, insieme all’incredibile scenario della catena dell’Annapurna, l’Himalaya, l’Everest e il K2 continuano, oggi come allora, ad essere autentici miti inestricabilmente connessi con le pluriennali leggende sugli instancabili portatori ed eccezionali guide di alta montagna, gli impareggiabili sherpa.
Ma anche la sacralità dei templi induisti e buddisti non si sottrae al magnetismo di un paese diventato rifugio di ciò che una volta era il libero Tibet, ormai da decenni divenuto territorio cinese.
Nel dicembre del 2009 anch'io ho avuto la fortuna di visitare quei luoghi.
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Scritto da Giuseppe Novello
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Sabato 12 Novembre 2011 00:04 |
Rito di purificazione prima del Temazcal (da Flickr foto di Calos Adampol)
Da quando avevo iniziato a lavorare a Quito in Ecuador, già da un po’ di tempo sentivo parlare tra i miei amici del posto di un rituale ancestrale che si svolgeva in tutto il centroamerica: il Temazcal.
Mi avevano assicurato inoltre che quel rituale era così diffuso che avrei sicuramente incontrato prima o poi qualcuno che lo praticava.
Io, incuriosito come al solito, decido di informarmi tramite un amico che conosce molto bene questo tipo di pratiche, riuscendo a carpirne qualche informazione aggiuntiva.
In primo luogo è un rituale/terapia molto simile nella forma ad un bagno turco, ossia vapore a volontà e sudorazione assicurata con relativa espulsione di tossine.
Il senso generale dovrebbe essere quello di ricongiungimento con la Pachamama, la Madreterra, attraverso lo scambio dei quattro elementi: terra, fuoco, acqua e aria. La terra è quella a cui ti aggrappi quando il vapore è troppo alto per rinfrescarti, il fuoco è appunto dato dal vapore in questione che ti avvolge incandescente, l’acqua è il sudore che ti purifica e l’aria è quella satura che ti penetra nelle narici.
In secondo luogo è una sorta di rituale di buon auspicio in caso di malattia o di qualche evento importante che si deve affrontare.
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La bolivia di Morales e il nuovo sogno latinoamericano |
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Scritto da Giuseppe Novello
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Domenica 20 Giugno 2010 11:14 |
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Evo Morales
Quando si pensa all’America l’immaginario collettivo è legato a scenari di grattacieli, di megalopoli come New York e taxi gialli che sfrecciano lungo le avenue a quattro corsie. Dopo una breve riflessione, e forse con una mappa sotto gli occhi, ci si rende conto che il continente americano è diviso in tre grandi aree geografiche: il nord, il centro e il sud. Tre sistemi distinti, o quantomeno, un terzo di questa composizione geografica ricca e opulenta, e le altre due “in via di sviluppo” e subordinate alla ricchezza della prima. Stiamo parlando ovviamente degli Stati Uniti (che non è l’”America” ma parte di essa) e il restante continente chiamato comunemente “latinoamericano”. Se noi adesso pensiamo non più all’America in todo bensì al territorio latinoamericano, non ci verrebbero in mente grattacieli e taxi gialli. Questa visione è sostituita da immagini di favelas, strade non asfaltate e criminalità. Accostando i due immaginari risulta evidente un nord ricco e sviluppato e un sud povero e disastrato. Per far in modo che il nord rimanga ricco, il sud non deve crescere, o quantomeno il nord deve fare in modo che non cresca per poter acquistare materie prime a prezzi convenienti, mantenendo contemporaneamente il “controllo” su quest’ultimi. Questa è stata ed è la strategia, molto semplice e celata sapientemente all’opinione pubblica internazionale, che gli Stati Uniti hanno da sempre adottato nei confronti dei paesi latinoamericani, cominciando proprio dal suo vicino di casa, il Messico, che ha una relazione di dipendenza nei confronti degli USA proprio per via dei volumi di esportazioni mossi verso quest’ultimi. Ovviamente non è il solo caso, storicamente in numerose occasioni gli Stati Uniti sono intervenuti direttamente per modificare l’assetto politico (qualcuno si ricorda cosa successe in Cile?) ed economico di diversi paesi latinoamericani. Purtroppo questa strategia di controllo e predominio sull’America latina ha da sempre ricevuto il benestare degli altri paesi industrializzati occidentali perché conveniente anche ai loro interessi commerciali e di sfruttamento. D’altronde chi vorrebbe mettersi contro una superpotenza mondiale? O chi vorrebbe tagliare i rapporti commerciali con i paesi ricchi? Qualcuno lo ha fatto, come insegna Cuba, ma nella maggior parte dei casi gli amici potenti si tengono stretti e si elargiscono favori per averli vicini nel momento del bisogno.
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Ayauhasca: la liana allucinogena dell’Amazzonia |
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Scritto da Giuseppe Novello
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Martedì 09 Febbraio 2010 00:37 |
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Non sapevo cosa mettere nello zainetto prima di partire. Non perché mancasse lo spazio, al contrario, dopo anni di vagabondaggi in giro un po’ dove le mie tasche potessero permettermelo, avevo raggiunto una capacità di sintesi nell’organizzare il bagaglio, che tutto mi risultava superfluo.
Accanto al repellente antizanzare infilo un libro di Vargas Llosa, chiudo la tasca dello zainetto definitivamente e non ci penso più. Faccio due tiri a una sigaretta iniziata il giorno prima, che pigra si allunga sul posacenere pieno di cicche mezze consumate e lasciate lì dalla fretta. Lasciavo di nuovo la capitale, il mondo organizzato e asettico che vivevo quotidianamente. Prendo un taxi che mi lascia all’ingresso secondario della stazione degli autobus di Quito, una struttura più simile a un girone dantesco che progettato per accogliere autobus e viaggiatori. Capire dove andare non è facile, bisogna districarsi tra una miriade di persone, di venditori ambulanti e gente che grida la destinazione senza minimamente informarti sull’orario di partenza.
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