1 luglio 2026

L’insostenibile necessità della fuga in Luigi Pirandello: le tre vie illusorie per la libertà

Per Luigi Pirandello burocrazia, lavoro, famiglia e identità sono trappole che tengono prigionieri uomini e donne alla ricerca di una via di fuga per la libertà 

Una delle parole chiave per comprendere il pensiero di Luigi Pirandello è: trappola. L’umanità agli albori del XX secolo, negli anni del trionfo della borghesia e della macchina, è bloccata in un claustrofobico presente. In trappola, appunto. 

La prima grande trappola è l’infernale macchina burocratica. Lo Stato è asfissiato da una labirintica serie di procedere, rituali e documenti. La burocrazia è così simile al dio kafkiano perché determina l’esistenza e la sorte degli individui. È il caso, tra i più famosi nella produzione pirandelliana, di Mattia Pascal che, complice il ritrovamento di un cadavere, assume una nuova identità per sfuggire alla trappola del proprio quotidiano. Quando però diventa Adriano Meis comincia un nuovo inferno poiché non essendo registrato all’anagrafe lui non esiste per lo Stato e quindi non esiste affatto: è un non-morto. 

Poi c’è la trappola nei posti di lavoro. Nei suoi scritti l’autore agrigentino mette in scena dei veri e propri casi di mobbing, ovvero di colleghi che bullizzano quelli più inetti e indifesi. Si parte dalle cave di zolfo, con il ritardato Ciàula che viene preso in giro dagli altri operai, fino ad arrivare negli uffici della contabilità, è il caso di Belluca che arriva ad essere preso a schiaffi dal suo superiore. 

Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, così per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S’era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com’era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.

C’è una trappola pubblica e poi quella privata, ovvero la famiglia. Il primo grande campo di battaglia per Pirandello è rappresentato dal nucleo familiare: ci sono i casi dei già citati Mattia Pascal e Belluca che vivono un inferno tra le quattro mura domestiche. C’è poi il caso del Padre, nel dramma Sei personaggi in cerca d’autore, odiato dalla Figliastra perché stava per commettere incesto. Insomma Pirandello nelle sue opere mette alla berlina l’immoralità della famiglia borghese, covo di ipocrisia e cattiveria

L’ultima grande trappola, attorno la quale ruota tutta la sua poetica, è quella della solitudine dell’individuo. La società del Novecento è formata da persone incapaci di comunicare con il prossimo e di cristallizzarsi in un’identità che sia univoca e uguale per tutti. 

Il Padre: Ecco, difficilmente potrà essere una rappresentazione di me, com'io realmente sono. Sarà piuttosto — a parte la figura — sarà piuttosto com'egli interpreterà ch'io sia, com'egli mi sentirà — se mi sentirà — e non com'io dentro di me mi sento, ecco. E mi pare che di questo, chi sia chiamato a giudicar di noi, dovrebbe tener conto....

Di conseguenza, i personaggi pirandelliani sentono il bisogno di fuggire via dalla realtà per trovare una dimensione di libertà che nei fatti purtroppo non esiste.

Prima via

Una delle novelle più famose e grottesche è La carriola. Un avvocato, durante il viaggio di ritorno a casa, mentre osserva fuori il finestrino, realizza in un’epifania come la sua esistenza sia intrappolata in una lunga serie di maschere che non gli appartengono affatto. 

Commendatore, professore, avvocato, quell’uomo che tutti cercavano, che tutti rispettavano e ammiravano, di cui tutti volevan l’opera, il consiglio, l’assistenza, che tutti si disputavano senza mai dargli un momento di requie, un momento di respiro – ero io? io? propriamente? ma quando mai?

Tali riflessioni compie osservando la targhetta fuori la porta di casa: l’avvocato comprende che non ha mai vissuto pienamente la propria vita e, senza neanche rendersene conto, si è ritrovato imprigionato in identità – anche quella di marito e di padre – nelle quali non si riconosce più. Dopo tale cupa realizzazione avverte l’urgenza di liberarsene ma non può mettere in pratica questo obiettivo poiché è diventato parte di un sistema farraginoso che potrebbe collassare su se stesso: 

E come puoi più liberarti? Come potrei io nella prigione di questa forma non mia, ma che rappresenta me quale sono per tutti, quale tutti mi conoscono e mi vogliono e mi rispettano, accogliere e muovere una vita diversa, una mia vera vita? una vita in una forma che sento morta, ma che deve sussistere per gli altri, per tutti quelli che 1’hanno messa su e la vogliono così e non altrimenti? Dev’essere questa, per forza. Serve così, a mia moglie, ai miei figli, alla società, cioè ai signori studenti universitarii della facoltà di legge, ai signori clienti che m’hanno affidato la vita, l’onore, la libertà, gli averi.

Ecco la prima via di fuga: accettare la propria sorte ma evadere mediante un’azione grottesca. Far compiere la carriola alla propria cagnetta è un atto liberatorio perché insensato e surreale, è un passatempo che ha in sé la facciata di una libertà che all’avvocato è stata preclusa per sempre. 

Seconda via

Come l’avvocato, anche lo jettatore Rosario Chiàrchiaro decide di indossare consapevolmente la maschera che l’ignorante consorzio umano gli ha affibbiato. 

– Ma perché io voglio, signor giudice, un riconoscimento ufficiale della mia potenza, non capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza spaventosa, che è ormai l’unico mio capitale!

Il povero Chiàrchiaro vive nella più assoluta miseria a causa di una diceria popolare che lo vuole portatore di cattiva sorte; assieme a lui anche la famiglia non se la passa bene: la moglie è paralitica e le figlie sono nubili perché nessuno vuole imparentarsi con uno jettatore. Cosa fa allora Rosario Chiàrchiaro? Decide di assecondare le voci e, con somma astuzia, riesce a ribaltare la sua sciagurata sorte a proprio vantaggio. 

Sissignore. Perché mostra di non credere alla mia potenza! Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, tutti ci credono! E ci son tante case da giuoco in questo paese! Basterà che io mi presenti; non ci sarà bisogno di dir nulla. Mi pagheranno per farmi andar via! Mi metterò a ronzare attorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell’ignoranza? io dico la tassa della salute!

Con feroce odio e ironia amara il protagonista della Patente realizza che non può liberarsi dell’identità che gli hanno accollato e quindi decide di far leva sull’ignoranza della gente per guadagnarsi qualcosa per vivere dignitosamente. Anche se il prezzo da pagare è molto alto, poiché continuerà a vivere disprezzato da tutti e nella più completa solitudine, Rosario Chiàrchiaro decide di volgere la sorte in proprio favore – così simile a un personaggio machiavelliano. 

Terza via

Quest’ultima via di fuga è la più difficile perché porta a conseguenze disastrose. Vitangelo Moscarda è il personaggio principale dell’ultimo romanzo di Pirandello ovvero Uno, nessuno e centomila. Complice un’innocua osservazione fatta dalla moglie, cioè che il suo naso pende verso destra, l’inetto banchiere decide di distruggere tutte le identità che lo intrappolano: da quella di sciocco a quella di usuraio. 

[…] tanto vero che io non mi riconosco nella forma che mi date voi, né voi in quella che vi do io; e la stessa cosa non è uguale per tutti e anche per ciascuno di noi può di continuo cangiare, e difatti cangia di continuo. Eppure, non c'è altra realtà fuori di questa, se non cioè nella forma momentanea che riusciamo a dare a noi stessi, agli altri, alle cose.

Anche il contabile Belluca tenta di liberarsi dalla maschera di inetto: in ufficio è trattato come una bestia da soma, a casa è costretto a sorbirsi le lamentele della moglie, della suocera, della cognata e delle figlie rimaste vedove. Ecco che, dopo aver udito il fischio di un treno in lontananza, decide una volta per tutte di scappare dalla prigionia di un’identità che gli ha provocato solo sofferenze. 

Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d’una nòria o d’un molino, sissignori, s’era dimenticato da anni e anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esisteva.

Anche loro però pagano un prezzo molto alto: ovvero la follia. La pazzia per l’autore agrigentino è il momento di maggior consapevolezza di un individuo intrappolato in una realtà strozzante. Non è un caso che Moscarda e Belluca alla fine vengono rinchiusi in un manicomio, hanno tentato di ribellarsi ad un presente meschino, hanno trovato una dimensione di libertà e affrancamento ma sono stati bollati come pazzi da una società che non li riconosce più. 

Liberarsi dalle maschere richiede un alto sacrificio: la solitudine, l’abbandono e l’incomprensione. Stessa sorte ricade su Enrico IV, protagonista dell’omonimo dramma teatrale. 

La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest'albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest'albero. Albero, nuvola, domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.

La trappola della conclusione

Come riportato nel titolo la libertà per Luigi Pirandello è solo un’illusione poiché gli individui non potranno mai affrancarsi da un meccanismo basato su menzogne, maschere e lotta per la sopravvivenza. Solo pochi riescono a trovare la via di fuga ma il prezzo da pagare è molto alto e il fallimento è dietro l’angolo. Sognare però il fischio del treno è come una boccata d’aria in una gabbia angusta e la lotta per la libertà è capace di dare un senso a una magra e caotica esistenza. 

Emmanuele Antonio Serio

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