29 luglio 2026

NATO, Gladio e le stragi: il dubbio che attraversa la Repubblica

Esistono domande che la storia non riesce a chiudere, non perché manchino i documenti, ma perché i documenti, talvolta, sembrano aprire abissi più profondi delle risposte. Ferdinando Imposimato, magistrato abituato a muoversi tra terrorismo, criminalità organizzata e apparati dello Stato, ha lasciato una tesi destinata a disturbare la coscienza repubblicana: dietro alcune delle grandi stragi italiane non vi sarebbe soltanto la mano esecutiva dell’eversione nera o della mafia, ma l’ombra di un sistema più vasto, interno alla logica della Guerra fredda, capace di proteggere, orientare e forse utilizzare quelle forze.

Il punto non è stabilire se Imposimato avesse ragione in ogni dettaglio. Molte delle sue conclusioni non hanno trovato una consacrazione giudiziaria definitiva. Il punto, più inquietante, è comprendere perché un magistrato della sua esperienza abbia ritenuto plausibile una simile architettura. Gladio è esistita. Non è una leggenda. Fu una struttura clandestina “stay-behind”, predisposta nel quadro occidentale per resistere a un’eventuale invasione sovietica. Una rete armata, addestrata e segreta, rimasta per decenni fuori dal pieno controllo pubblico. Già questo dato incrina l’immagine lineare dello Stato democratico: accanto alle istituzioni visibili operava una dimensione sotterranea, giustificata dalla necessità strategica e sottratta alla conoscenza dei cittadini. Da qui nasce la domanda di Imposimato: che cosa accade quando una struttura pensata per la guerra clandestina sopravvive dentro una democrazia fragile? Dove finisce la difesa dell’ordine occidentale e dove comincia la manipolazione della vita politica?

Le sentenze sulle stragi non hanno dimostrato una regia unitaria della NATO, della CIA o di Gladio. Hanno però accertato qualcosa di altrettanto perturbante: depistaggi, protezioni, false piste e connessioni tra ambienti neofascisti e uomini dei servizi. Piazza Fontana fu subito indirizzata verso gli anarchici. A Bologna, uomini del SISMI costruirono una falsa pista internazionale. In più vicende, documenti scomparvero, testimonianze furono svalutate, indagini rallentate o deviate.
È qui che il confine tra errore e sistema diventa sottile.

Un depistaggio può essere l’iniziativa criminale di pochi funzionari. Ma quando i depistaggi si ripetono, attraversano anni, uffici e generazioni, il dubbio cambia natura. Non riguarda più soltanto chi abbia collocato una bomba. Riguarda chi abbia avuto interesse a impedire che la verità emergesse. Imposimato spinse questa domanda fino al limite, sostenendo che dietro lo stragismo vi fosse una strategia internazionale di contenimento politico, fondata sulla paura e sulla necessità di impedire che l’Italia modificasse i propri equilibri. È una tesi estrema, e proprio per questo deve essere trattata con rigore. Non esiste una sentenza che dimostri che la NATO ordinò le stragi italiane. Non esiste un documento definitivo che ricostruisca una catena di comando dal vertice atlantico agli esecutori materiali. Esistono, però, frammenti: reti clandestine, arsenali, relazioni opache, uomini di apparato, coperture e silenzi.

Nessuno di questi elementi, isolatamente, basta a provare una regia. Ma insieme producono una geometria inquieta, una figura che non si lascia osservare frontalmente. Forse il vero lascito di Imposimato non è una risposta, ma un metodo del sospetto democratico: non accettare che la parola “deviazione” assolva automaticamente le istituzioni; non confondere l’assenza di una condanna con l’inesistenza di un sistema; non trasformare le zone d’ombra in complotto, ma neppure permettere che vengano cancellate dalla ragion di Stato.

La domanda resta sospesa: le stragi furono soltanto il prodotto di gruppi eversivi infiltrati negli apparati, oppure furono anche strumenti di una guerra invisibile combattuta sul territorio italiano? Non abbiamo una risposta definitiva. Ma forse è proprio questa assenza, dopo decenni di processi, segreti e depistaggi, il dato più difficile da ignorare.

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