29 ottobre 2026

La batteria che non c’era: quando la musica nasce prima dello strumento


La storia di un bambino napoletano che suonava ritmi immaginari diventa una riflessione sul talento, sull'ascolto e su ciò che distingue un musicista da un semplice esecutore.

Prima ancora di avere una batteria, Roberto Perrone aveva già cominciato a suonarla. Non possedeva tamburi, piatti o pedali. Gli bastavano la bocca, le mani, un tavolo, qualche superficie domestica e le ginocchia sulle quali battere un ritmo. Il resto lo aggiungeva l'immaginazione. È una di quelle immagini dell'infanzia apparentemente marginali, destinate a scomparire nei racconti ufficiali delle carriere artistiche, quasi fossero soltanto una curiosità da consegnare agli appassionati. Eppure, talvolta, proprio nei gesti più ingenui si nasconde una chiave per comprendere ciò che un uomo diventerà.

Quel bambino napoletano, nato nel 1975, sarebbe diventato uno dei batteristi più riconoscibili della scena musicale legata a Edoardo Bennato, accompagnandolo per circa vent'anni sui palcoscenici italiani. Ma sarebbe riduttivo interpretare quella storia come il prevedibile percorso di un ragazzo particolarmente dotato, destinato prima o poi a incontrare il proprio strumento. Il punto interessante è un altro: la musica era già presente prima che esistessero i mezzi materiali per produrla. Siamo abituati a considerare gli strumenti musicali come l'origine dell'esperienza sonora. Una chitarra genera accordi, un pianoforte permette di costruire melodie, una batteria produce ritmo. Ma questa relazione può essere rovesciata. Talvolta è un'idea di suono, già formata nella mente, a cercare uno strumento attraverso il quale manifestarsi. Il bambino che percuote un tavolo non sta necessariamente imitando un batterista. Sta tentando di dare una forma fisica a qualcosa che avverte dentro di sé.

Molti anni dopo, Perrone avrebbe ricondotto il suono innanzitutto alla testa, al tocco e alla capacità di ascoltare ciò che la musica richiede, attribuendo all'attrezzatura un'importanza successiva. È una convinzione che assume un significato particolare se accostata a quell'immagine infantile. Perché una batteria, anche la più costosa, non contiene di per sé alcuna intenzione musicale. Può offrire possibilità timbriche straordinarie, precisione meccanica e una gamma pressoché infinita di combinazioni ritmiche. Ma non può scegliere quando sia opportuno utilizzarle. Quella scelta appartiene al musicista. Ed è proprio qui che la storia di Roberto Perrone supera i confini della biografia e diventa occasione per una riflessione più ampia sul significato del talento.

Viviamo in un'epoca nella quale la competenza viene spesso identificata con la quantità delle prestazioni che siamo capaci di esibire. Più velocità, più tecnica, più strumenti, più possibilità. La stessa formazione musicale viene talvolta interpretata come una progressiva accumulazione di abilità, quasi che la maturità coincidesse con la capacità di eseguire tutto ciò che un tempo appariva impossibile. Ma il passaggio decisivo nella vita di un musicista potrebbe essere esattamente quello contrario: imparare a togliere. Un batterista può conoscere centinaia di figure ritmiche e scegliere di utilizzarne soltanto una. Può eseguire passaggi virtuosistici e decidere di lasciare uno spazio vuoto. Può possedere la forza necessaria per dominare una formazione rock e preferire, invece, di sostenerla. Non perché gli manchino le capacità, ma perché ha imparato a riconoscere ciò che serve davvero. Nella musica di Edoardo Bennato questo equilibrio assume un significato ancora più particolare. Bennato è un artista che possiede già una propria pulsazione ritmica: la costruisce attraverso la chitarra, la voce, l'armonica e quel tamburello a pedale che appartiene alla sua identità di cantastorie rock. Il batterista che lo accompagna non deve dunque inventare un ritmo inesistente, ma entrare in un tempo già vivo, riconoscerlo, rispettarlo e amplificarlo senza cancellarne l'origine. È un esercizio di tecnica, certamente. Ma è soprattutto un esercizio di ascolto, e forse non è casuale che proprio il bambino capace di immaginare una batteria inesistente sia diventato un professionista per il quale il valore di un colpo dipende non soltanto da come viene eseguito, ma dal momento in cui viene collocato.

C'è qualcosa di profondamente umano in questa evoluzione. Da piccoli cerchiamo spesso di conquistare il mondo aggiungendo possibilità. Da adulti, quando l'esperienza ci ha insegnato abbastanza, possiamo scoprire che la libertà consiste anche nel non utilizzarle tutte. Il vero virtuosismo non è necessariamente dimostrare quanto siamo capaci di fare, ma sapere quando la nostra presenza diventa indispensabile e quando, invece, è più utile lasciare spazio agli altri. La musica offre una rappresentazione quasi perfetta di questa verità. Nessun suono possiede pienamente significato da solo. Un colpo di rullante acquista senso rispetto alla voce, un movimento della cassa rispetto al basso, una pausa rispetto a ciò che la precede e a ciò che verrà dopo. Il ritmo è dunque una relazione. E, come ogni relazione autentica, richiede ascolto, responsabilità e misura.

Ripensando a quel bambino che suonava una batteria immaginaria, viene allora da chiedersi se il talento non cominci proprio da qui: non dal possesso di uno strumento, ma dalla capacità di sentire qualcosa che ancora non esiste e dalla pazienza di costruire, nel tempo, le condizioni perché possa diventare reale. Forse il tempo, nella musica come nella vita, non ci viene consegnato per essere riempito a ogni costo. Ci viene affidato perché impariamo a dargli una forma. E forse quel bambino aveva già intuito, senza poterlo ancora sapere, una lezione che avrebbe impiegato tutta una vita a perfezionare: prima di imparare a produrre un suono, bisogna imparare ad ascoltarlo.

Giovanni Di Trapani


La vicenda di Roberto Perrone e la sua lunga collaborazione con Edoardo Bennato sono approfondite nel volume L’etica del tempo. Roberto Perrone: ritratto di un musicista tra ritmo, misura e trasmissione, di Giovanni Di Trapani, Guida Editori, con prefazione di Edoardo Bennato.

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