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6 giugno 2012

Il fallimento della società consumista


Uno dei principali dogmi che ci hanno inculcato è che tutto ciò che proviene dagli Stati Uniti sia più bello, più moderno e migliore. L’America come ben sappiamo incarna il perfetto modello di società consumista, molto più dell’Europa e di altre nazioni sparse nei vari continenti. La way of life americana ha pervaso il nostro immaginario collettivo facendoci ritenere quello stile di vita come il più giusto, ma anche quello che garantisce la maggiore felicità. Ricchezza, benessere e successo sono tra gli aspetti che caratterizzano il paradigma dell’occidente; e seppure negli ultimi anni il mondo sia cambiato e abbia attinto anche da altre latitudini tale modello è ancora forte e incisivo. Ma se guardiamo più da vicino la realtà americana confrontandola con quella europea, ancora parzialmente distante da questa onta di omologazione, ci accorgiamo come la nostra “spersonalizzazione” culturale sia un profondo errore.

28 marzo 2012

L'identità liquida

Zygmunt Bauman

Quando Zygmunt Bauman alla richiesta di scegliere tra l'inno nazionale polacco e quello britannico per la cerimonia di conferimento della laurea honoris causa all'Università Carlo di Praga optò per l'inno europeo, decise di non essere né vittima della città natale che lo allontanò, né di quella che lo adottò. Questo aneddoto, che lui stesso ha raccontato, apre infinite riflessioni che toccano certamente una parte importante della biografia del pensatore, ma che, d'altra parte, ispira un pensiero piú articolato ed esteso, una riflessione di piú ampio respiro: la questione dell'identitá. Nel caso di Bauman ci troviamo di fronte una soluzione umanissima, egli decide di annullare le differenze tra le due differenti identitá che lo hanno costituito in quanto uomo. Eppure nel superamento della differenza di identità si cela un tacito assenso all'assenza di identità stessa. Essere uomo e non appartenere né a questa né a quella società. Essere uomo e appartenere solo a se stessi, si potrebbe affermare secondo una chiave più spiritualista analizzando la situazione. Ma quanto é permesso oggi a noi uomini essere veramente uomini, situarci fuori dalle parti e giocare al contempo il ruolo di chi, sempre in movimento, - per scelta o per costrizione - é legato a se stesso senza, dunque, lamentare l'assenza di appartenere a qualsiasi classe, a qualsiasi denominazione geografica ed antropologica?

29 dicembre 2011

Lo Yin e lo Yang della contemporaneità

yin e yang
La società occidentale con le sue frenesie, le sue paure e la sua crisi può essere interpretata secondo diverse chiavi. Ma un concetto calzante è senza dubbio quello taoista dello Yin e dello Yang; i due opposti rappresentati dal simbolo del Tao, dove il bianco e il nero, complementari tra loro, sembrano ruotare inglobandosi. I due aspetti presentano molteplici significati ma accostandoli al discorso che stiamo per intraprendere lo Yang rappresenta il: maschile, attivo, espansivo, aggressivo, razionale, competitivo, estroverso; mentre lo Yin il: femminile, passivo, contrattivo, responsivo, cooperativo, intuitivo, introverso. Così risulta facile intuire come la società odierna sia senza dubbio paragonabile al concetto di Yang.

24 agosto 2011

Medioevo postmoderno: tra crisi economica e identità

La quantità si muta in qualità, come ha detto Hegel,
e in particolare basta una semplice differenza di
quantità per passare dalla sfera dell’umano a quella dell’inumano.
(Riflessioni sulla causa della libertà e dell’oppressione sociale, S. Weil)

Ogni crisi si apre con il collasso delle istituzioni e con lo sgretolamento di un sistema costituitosi. Oggi stiamo vivendo una nuova fase di passaggio, la rottura del sistema in auge, dove le incongruenze tra le conquiste dell’uomo dell’era moderna e l’impossibilità di realizzarle e di goderle nella vita odierna, appaiono come il contrasto più vivido, che la nostra società non può più ignorare. Siamo attori e spettatori del più sconvolgente cambiamento antropologico, le cui radici tematiche attecchiscono nell'"antica" tesi freudiana e in quella di Marx
La crisi economica ha generato, oltre allo sconvolgimento delle acclamate strategie di mercato, un default importante ossia quello che inerisce alla deficienza umana e sentimentale che accompagna l’uomo del tempo della tecnica e del progresso, del nostro secolo.

18 giugno 2011

L’empatia come fine


Se si osservano i mutamenti della storia non sarà difficile notarne un’evoluzione apparentemente lineare, come se la nostra civiltà tendesse verso qualcosa, verso una sorta di finalità o direzione... Ma si può facilmente obiettare asserendo che tale affermazione non è del tutto veritiera perché, in effetti, le vicende storiche a volte paiono ripetersi, gli errori del passato ritornano e la dialettica su certi aspetti della vita sembrano affievolirsi e ricomparire. Se ad esempio ci focalizziamo sull’uso della guerra come espediente per risolvere le controversie tra popoli, potremmo tranquillamente dire che la storia non ha insegnato nulla. Oppure se consideriamo le forme di governo riscontriamo evoluzioni e involuzioni: governi democratici e autoritari, dittature e teocrazie fino ad oggi, senza un’apparente finalità come precedentemente affermato.
Sicché potremmo dire che questa storia, o questi aspetti della storia umana, per quanto fondamentali per la nostra esistenza non paiono sufficientemente adatti per tracciare il profilo della civiltà umana. Ma se invece considerassimo un altro aspetto insito nella storia, troveremmo una nuova coerenza: se fosse possibile misurare con strumenti scientifici il grado di empatia tra persone, potremmo certamente dire che essa è costantemente aumentata nel corso dei secoli e che segna un filo conduttore assai interessante...


10 febbraio 2011

Il nichilismo dell’Italia

Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Pier Paolo Pasolini,
Alla mia nazione


Da una decina d’anni l’Italia è divenuto un Paese da analizzare a causa dei suoi mutamenti sociali, politici ed economici in atto; tanto da determinare un aumento degli articoli e degli approfondimenti presso le maggiori testate internazionali: l’«Economist», il «New York Times», «le Figaro», «El Pais»… Questo interesse non è banalmente rivolto solo all’anomalia politica del premier o ai ripetuti scandali che affliggono ogni angolo del paese, ma all’evoluzione (o involuzione) antropologica dei suoi cittadini; un’evoluzione che mostra i frutti maturi di un dilagante nichilismo che sembra uccidere i fondamenti della nostra società, della nostra cultura e persino della nostra identità nazionale.


6 dicembre 2010

Monicelli: l'ultima bischerata

Il cinema non produce arte, crea al massimo cultura.

Mi piacerebbe vivere in un mondo come quello greco-romano. Solare,
pagano, mediterraneo, con molti dei. Rallegrato da riti e feste popolari:
saturnali, fescennini, falloforie. Pane e circensi.

Mario Monicelli
Mario Monicelli (foto di Claudio Porcarelli)

2 agosto 2010

L’erosione silenziosa delle democrazie

Il 9 novembre 1989 il mondo voltava pagina tra le urla di gioia, i brindisi e gli abbracci di una Berlino finalmente riunificata. Il crollo del muro, e poco dopo quello del comunismo sovietico, affermavano la grande vittoria dei princìpi democratici su quelli autoritari dopo anni di contrapposizione. In poco tempo milioni di cittadini europei scoprivano il diritto di voto e la libertà di espressione, determinando un’ondata di liberalismo insperata. Ma l’euforia è durata un decennio appena, perché un altro scossone modificava nuovamente gli equilibri mondiali, l’11 settembre 2001 cambiava nuovamente le regole del gioco…

4 maggio 2010

Il ruolo della Chiesa

Benedetto XVI

Voglio cominciare citando le parole illuminanti di Pier Paolo Pasolini in merito al ruolo della Chiesa Cattolica:

[…] se molte e gravi sono state le colpe della Chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un potere che se la ride del Vangelo. In una prospettiva radicale, forse utopistica, o, è il caso di dirlo, millenaristica, è chiaro dunque ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa. Essa dovrebbe passare all’opposizione. E, per passare all’opposizione, dovrebbe prima di tutto negare se stessa. Dovrebbe passare all’opposizione contro un potere che l’ha così cinicamente abbandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore. Dovrebbe negare se stessa, per riconquistare i fedeli (o coloro che hanno un “nuovo” bisogno di fede) che proprio per quello che essa è l’hanno abbandonata.
[…] la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano […] il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha avuto senso l’affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità umana in merce di scambio). È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta. O fare questo o accettare un potere che non la vuole più: ossia suicidarsi.*

29 gennaio 2009

Partiamo!

Dunque si parte, l’avventura di Elapsus prende il via, salpa tra le moltitudini del web… Un gruppo di temerari che sfida le incertezze della rete, la prova dei lettori, il confronto con il mondo; consentiteci un tentennamento iniziale, l’emozione di un appuntamento che ci rende timidi ma decisi. Inauguriamo così i primi articoli, stuzzicando una curiosità che non svilisca l’importanza dei contenuti, un apporto culturale dove mantenere un’originalità di vedute e un’innata curiosità verso il mondo.