27 gennaio 2026

Il giornalismo nell’era dell’intelligenza artificiale: quando il problema non è scrivere, ma farsi trovare

Perché l’intelligenza artificiale non sta sostituendo i giornalisti, ma sta riscrivendo le regole dell’accesso, della visibilità e del potere informativo

Il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale applicata al giornalismo continua a concentrarsi su una domanda apparentemente semplice: le macchine scriveranno al posto dei giornalisti? È una domanda rassicurante, perché consente di immaginare un conflitto diretto, una sostituzione visibile, una linea di demarcazione netta tra umano e artificiale. Ma è anche una domanda fuorviante. Il punto critico non è la scrittura, bensì l’accesso. Non è la produzione della notizia a essere messa in discussione, ma il modo in cui le notizie circolano, vengono intercettate, riconosciute come rilevanti e trasformate in valore economico e simbolico.

L’intelligenza artificiale sta intervenendo soprattutto a monte del consumo informativo, ridefinendo le interfacce attraverso cui le persone cercano, trovano e comprendono il mondo. Motori di ricerca che rispondono direttamente alle domande, sistemi conversazionali che sintetizzano contenuti, feed algoritmici che anticipano i bisogni informativi: in questo nuovo ambiente il giornalismo non sparisce, ma rischia di diventare invisibile. Le notizie vengono lette senza essere lette, assorbite senza che sia chiaro chi le abbia prodotte, ricondotte a frammenti informativi che perdono contesto, gerarchia e responsabilità. Per decenni l’informazione digitale ha vissuto di traffico, di scoperta casuale, di una distribuzione mediata da piattaforme che, pur con tutte le loro ambiguità, garantivano un flusso relativamente stabile di attenzione verso i siti degli editori. Quel modello si sta erodendo rapidamente. L’intelligenza artificiale non sottrae contenuti ai giornali perché li copia, ma perché li riassume, li anticipa, li rende accessori rispetto all’interfaccia che li ingloba. In questo passaggio, il valore non è più nel contenuto in sé, ma nella capacità di controllare il punto di accesso.

Emerge, allora, una questione centrale, spesso sottovalutata: la commoditizzazione dell’informazione. Tutto ciò che può essere ridotto a spiegazione standard, aggiornamento rapido, servizio utile o notizia generica tende a perdere valore distintivo. Non perché sia inutile, ma perché diventa intercambiabile. Se una risposta può essere fornita ovunque, in qualunque momento, senza che il lettore debba scegliere una testata o riconoscere un autore, allora quella risposta smette di sostenere un ecosistema editoriale. L’informazione continua a circolare, ma il giornalismo come istituzione si indebolisce. La reazione possibile non è la rincorsa tecnologica fine a sé stessa. Automatizzare la produzione di contenuti generici può aumentare l’efficienza nel breve periodo, ma difficilmente costruisce fiducia, riconoscibilità e relazione. La vera linea di frattura passa altrove: tra ciò che è facilmente comprimibile e ciò che resiste alla sintesi. Inchieste, analisi, ricostruzioni complesse, storie radicate nei territori, lavoro di verifica e interpretazione non si lasciano ridurre senza perdere significato. Ed è proprio questa perdita di significato che segna il confine tra informazione come commodity e giornalismo come funzione pubblica.

Nell’era dell’intelligenza artificiale, il giornalismo è chiamato a una scelta non dichiarata ma inevitabile. Accettare di essere uno dei tanti fornitori di materiale informativo indistinto, oppure assumere fino in fondo il costo della distintività. Quest’ultima strada comporta rinunce: meno volumi, meno visibilità immediata, meno dipendenza dai flussi algoritmici. Ma apre anche uno spazio diverso, fondato su relazioni dirette con i lettori, su comunità riconoscibili, su un patto implicito che non si basa solo sulla velocità o sulla comodità. La trasformazione riguarda anche il linguaggio e i formati. In un ambiente dominato da sintesi testuali e risposte rapide, il valore si sposta verso forme narrative che trattengono, che richiedono tempo, che non possono essere consumate distrattamente. Audio, video, eventi, dialogo con il pubblico non sono semplici adattamenti alle mode delle piattaforme, ma tentativi di ricostruire un’esperienza informativa che non si esaurisca in una risposta automatica.

Tutto questo avviene mentre cresce il rumore di fondo: contenuti generati automaticamente, immagini manipolate, video credibili ma falsi. Paradossalmente, l’aumento dell’informazione inaffidabile non garantisce un ritorno spontaneo alla stampa tradizionale. La fiducia non è un riflesso automatico del caos, ma il risultato di pratiche riconoscibili, di responsabilità dichiarate, di trasparenza nei processi. In un ecosistema sovraccarico, la credibilità diventa un prodotto culturale prima ancora che editoriale.

Il giornalismo nell’era dell’intelligenza artificiale non è dunque un giornalismo minacciato dalla macchina, ma un giornalismo costretto a ridefinire il proprio posto in un sistema che ha spostato il baricentro del potere informativo. Non basta continuare a fare bene ciò che si è sempre fatto. Occorre interrogarsi su dove si crea valore, su chi controlla l’accesso, su quale tipo di relazione si intende costruire con il pubblico. In questo passaggio, la sopravvivenza non dipenderà dalla capacità di imitare le macchine, ma da quella di fare ciò che le macchine, per loro natura, non possono sostituire: assumersi la responsabilità del senso.

Giovanni Di Trapani

Nessun commento:

Posta un commento

Si ricorda che i commenti sono soggetti ad approvazione dell'amministratore, pertanto potrebbero essere necessari alcuni giorni prima di visualizzarli.