Quanto è sottile la linea di demarcazione tra curiosità e genialità? E tra trasgressione e modernità? Tutto sommato, potremmo semplicemente constatare che La disobbediente di Elizabeth Fremantle è una sorta di rivalsa, la vicenda nel complesso trionfante di una donna nata in un tempo reo e rea di essere donna, un femminismo ante litteram, che ci condurrebbe inevitabilmente lungo sentieri affascinanti, popolati da altre eroine del passato, creature letterarie, inventate e reali, dimenticate o rinomate. Ma la storia di Artemisia Gentileschi è molto di più. È la storia di una donna brillante, arguta, talentuosa, che ha percorso la scia prodigiosa dell’arte, amata e odiata, denigrata e gloriata, per secoli dimenticata e poi ritrovata.
Ora, dopo ventisei anni (era il 1999), lei è tornata. O forse era solo sopita nelle pieghe della mia anima. Dalla Storia alle storie, quella di Artemisia comincia a Roma, città papalina, ammantata di arazzi, marmi e affreschi. Corre l’anno 1599. La bambina-pittrice è catturata dalle polveri dei pigmenti e dalla malia dei colori, mentre nella bottega del padre Orazio modelli e modelle, garzoni, assistenti e pittori di passaggio (e che pittori! Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio…) si avvicendano con gesti, movenze e linguaggi che rendono autentico quello spaccato di vita popolare. Sì, popolare… Perché – come spesso la Storia ci ha insegnato – la grandezza di quegli artisti sarà riconosciuta dalla critica ben oltre e bel lungi dallo spazio del loro Tempo, spesso cieco ai richiami del talento e dedito solo a collocare le sue straordinarie creature nei lerci anfratti di una taverna. Anni difficili a Roma. C’è stato questo tizio, un monaco agostiniano di nome Martin Lutero, che dalla Germania ha espresso tutto il suo malumore verso una Chiesa sempre più opulenta, grassa signora, della stessa rotondità del nuovo colonnato che sarà eretto intorno all’imponente Basilica di San Pietro, emblema di potere e sfarzo. Martin Lutero è percorso da un fremito repentino di disagio e disapprovazione e lo mette per iscritto, 95 tesi che contestano numerosi punti della dottrina ufficiale. Disobbediente anche lui. Senza scendere troppo nel dettaglio – perché questa è decisamente un’altra Storia – per arginare la minaccia del Luteranesimo, la gerarchia ecclesiastica è lì pronta a dare lustro e straordinaria libertà decisionale al Tribunale del Sant’Uffizio, costituito da uomini… ovviamente, perché il potere è Maschio…
Tra il maligno sadismo delle torture e l’orrore delle spettacolarizzazioni delle condanne a morte, la bambina Artemisia assiste alla decapitazione di Beatrice Cenci. La genesi da cui discende questo tragico epilogo è la manifesta testimonianza di un mondo che può essere facilmente categorizzato: gli uomini possono tutto, le donne niente. Sbeffeggiate e schiave, serve remissive e silenziose, subiscono. Ma evidentemente non basta. Incarnazioni volgari di Eva tentatrice, provocano, annichiliscono la volontà dell’uomo, lo irretiscono con l’incanto delle loro arti muliebri, sono esse stesse il Peccato. Beatrice, ripetutamente stuprata dal padre-conte Francesco, depravato e violento, esasperata dalla situazione, lo uccide e… viene condannata a morte per parricidio. Un mondo alla rovescia, in cui l’infausto destino di Beatrice si fonde e si confonde, assumendo nuove, inaspettate sfumature, con quello di Artemisia, che vacilla costantemente tra realtà e pittura, tra desiderio, sogno ed incubo. Le categorie della sua mente ribelle incespicano di continuo nei gesti violenti del padre ubriaco, padre-padrone, trasformato in bestia dopo la morte della moglie e che – lo scopriremo solo leggendo – reca nel proprio cuore l’oscuro segreto di un peccato inconfessato. E nemmeno l’aura di perdono del confessionale potrà restituirgli pace.
Nell’incedere della narrazione, la scrittrice, come se sentisse sulla sua pelle i drammi dei protagonisti, ci conduce in luoghi tutt’altro che ameni, dove, tra pennelli sporchi di colore e lenzuola sporche di sangue, si consuma la tragedia di Artemisia, lo stupro. Lui è Agostino Tassi… cioè… non proprio… anche il suo vero nome è una piccola, grande menzogna, firma d’autore, marchio perfetto della sua identità di amante spergiuro. In questa età di riforme, controriforme e concili, di punizioni esemplari e di lancinanti torture, l’onta è femmina e non solo nella sua declinazione lessicale. I giudici esaminatori, al processo, chiedono con bramosa curiosità se la ragazza si sia concessa carnalmente ad altri. Meschino tentativo di dimostrare l’innocenza dell’abusatore e la colpevolezza dell’abusata. Ma nel beffardo gioco delle parti che si innesta tra inquisitori ed inquisita, Artemisia non retrocede di un passo. È ferma, decisa, determinata. L’alternativa al riconoscimento della verità è sposare il suo carnefice e decretare, così, la morte della sua anima, per la seconda volta, forse la terza. È lì, immobile, come le sue modelle nella staticità plastica della posa. Come nelle sue tele, la luce di speranza e disperazione è fagocitata dalle tenebre che alitano sulla sua giovane vita, ricordandole quanto sia sciagurata ad essere nata femmina. Mentre la Sibilla - infernale strumento di tortura ingegnato per lo sfizio di spezzare le dita – stringe, Artemisia ha paura. Ha paura che quelle dita mutilate possano impedirle per sempre di dipingere. Resiste con straordinario coraggio alle incalzanti domande, sempre le stesse. A Milano, solo pochi anni prima, si era celebrato il processo di Maria Anna de Leyva, la celeberrima monaca di Monza, anche lei sottoposta alla Sibilla per “amor di verità”. Storie diverse, maledette, il cui riverbero sarebbe diventato un grido universale, ben oltre gli angusti spazi di un’aula di tribunale. Le mani si contorcono in movimenti innaturali, la ragazza stuprata ripercorre alla moviola le tappe della sua prematuramente stanca esistenza e lo fa nell’unico modo possibile: attraverso il genio creativo dei suoi quadri. I primi ricordi sono di una bambina curiosa, che chiede con insistenza al suo amico-marito Pierantonio di raccontarle quale arcano custodiscano le stanze del palazzo del cardinale. La statuetta di Ermafrodito solletica la sua voglia di ribellione, di conoscere il mondo fuori, quello autentico, dove le leggi di Dio s’infrangono contro gli appetiti degli uomini, incessantemente protesi verso la ricerca dei piaceri e costantemente invischiati nelle misere questioni delle loro abiette esistenze.
Quando ha realizzato il suo primo capolavoro, la Susanna, una donna – che avrà un ruolo centrale nel libro – posa nuda per lei. È uno dei tanti non-detti a cui la costringerà il suo Tempo bigotto e maligno e negli sguardi lascivi dei due uomini che la osservano è riposta la sua vicenda, che oscilla tra realtà e sogno, tra verità e speranza di cambiamento. Lei, la Susanna, è disarmata e impotente, preda innocente di mostri travestiti da vecchi, vecchioni… Artemisia vuole dipingere, diventare un’apprezzata pittrice. E tuttavia, non può. Il padre-padrone-ubriaco Orazio vuole che conduca una vita “normale”, un buon matrimonio, conveniente economicamente parlando, s’intende. Non sopporta che il talento dei Gentileschi sia stato ereditato proprio da lei, la figlia femmina tra tanti maschi; non sopporta che il tratto disobbediente e geniale appartenga a lei. L’arte di Artemisia lo innervosisce: le scene sembrano prendere vita; gli sguardi si accendono di collera, di concupiscenza, di sete di giustizia, di dolore, di terrore; i volti si contraggono in smorfie che solo il creato è in grado di replicare con altrettanta fedeltà. Artemisia cresce. Non vuole altro che una bottega, pennelli, tele e pigmenti di colore. Ma non andrà esattamente così. Almeno, non ora. Violentata per essere indotta al matrimonio, il suo grido di rabbia e di sofferenza prenderà forma nella scena, che rasenta l’orrorifico, di Giuditta che decapita Oloferne… Giuditta e la serva Abra, contrariamente ai quadri dello stesso soggetto dipinti da altri, non sono né belle, né brutte. Il punto qui non è il fascino femminile, che deve attrarre l’astante maschio; il punto qui è l’azione: due donne che decapitano un Oloferne sedotto ed ubriaco, lo sguardo attonito e terrorizzato, la folta capigliatura corvina, la barba incolta, la bocca semiaperta… È lui, è Agostino Tassi. E questa è la sua rivalsa. La moviola smette di girare. Il sangue pulsa dannatamente per la pertinace tirannia della Sibilla. Il Tempo si è fermato. I volti sono tesi. Le urla muoiono in gola. Il cuore resiste. E può farlo solo per un motivo: perché lei è la Susanna e la Giuditta. Perché lei è Artemisia. Perché lei è la disobbediente.
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