2 ottobre 2026

Quando eravamo irreperibili

Sociologia di un mondo in cui si usciva di casa e si spariva per qualche ora

«Mamma, esco.»
«Dove vai?»
«Faccio un giro.»
«A che ora torni?»
«Per cena.»

La porta si chiudeva. E accadeva qualcosa che oggi sembra quasi inconcepibile: per le successive tre, quattro, forse cinque ore quel ragazzo semplicemente non era raggiungibile. Non c’erano smartphone, WhatsApp, doppie spunte, ultimo accesso, geolocalizzazione. Il telefono, quando c’era, apparteneva alla casa, non alla persona. Si telefonava a casa di qualcuno, non a qualcuno. Si usciva e, per qualche ora, si scompariva. Non dal mondo. Anzi, si entrava pienamente nel mondo: la strada, il campetto, il bar, la piazza, la casa di un amico. Si usciva però dal campo informativo della famiglia.
Ed è forse questa una delle differenze più profonde tra gli anni Settanta e il nostro tempo. Non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda il significato sociale dell’assenza. Essere irreperibili era normale. Oggi spesso è l’irreperibilità a richiedere una spiegazione.

«Ti ho chiamato.»
«Non hai risposto.»
«Non hai letto il messaggio.»
«Dove eri?»

In mezzo secolo siamo passati dalla possibilità di comunicare all’aspettativa della reperibilità. Il sociologo Rich Ling, studiando la telefonia mobile, ha parlato di micro-coordination: possiamo modificare continuamente appuntamenti, orari, spostamenti. Una straordinaria comodità che, però, ha introdotto una nuova regola implicita: se posso raggiungerti, perché non dovresti rispondermi? Negli anni Settanta un appuntamento alle cinque davanti al cinema era davvero alle cinque davanti al cinema. Se l’altro non arrivava, si aspettava. E bisognava decidere quanto.

Anche aspettare era una competenza.

Lo era soprattutto nelle famiglie. Un figlio usciva e i genitori possedevano poche informazioni: più o meno dove sarebbe andato, forse con chi, approssimativamente quando sarebbe tornato. Poi cominciava il tempo del non sapere. Sarebbe ingenuo trasformarlo in una favola. Le madri si preoccupavano anche allora, i padri si arrabbiavano per i ritardi, esistevano pericoli e incidenti. Ma la preoccupazione non possedeva ancora uno strumento attraverso il quale trasformarsi continuamente in controllo. Non si poteva verificare una posizione, vedere se il figlio fosse online, telefonargli ogni dieci minuti. Bisognava aspettare, e aspettare significava anche imparare a sopportare una certa quantità di incertezza.
La famiglia funzionava così attraverso quello che potremmo chiamare un contratto fiduciario dell’assenza.

«Torna alle otto.»

Dentro quella frase c’era quasi tutto: prima la regola, poi alcune ore di autonomia, infine la verifica.

Regola, autonomia, verifica.

Oggi la tecnologia permette una sequenza diversa: regola, messaggio, posizione, controllo, eventuale correzione, nuovo controllo, verifica. Non significa che tutti i genitori contemporanei sorveglino ossessivamente i figli. Significa semplicemente che possono farlo. Ed è proprio l’impossibilità tecnica di allora a essere interessante. Lasciava inevitabilmente uno spazio nel quale un ragazzo doveva decidere da solo: amministrare il tempo, valutare un rischio, risolvere un piccolo conflitto. Poteva anche sbagliare. E poteva farlo senza che l’errore fosse immediatamente osservato dagli adulti. C’era poi un altro elemento. Quelle ore diventavano racconto. Si tornava a casa e qualcuno domandava: «Che avete fatto?». Prima si viveva, poi si raccontava.
Oggi una fotografia viene inviata mentre l’esperienza sta accadendo, la posizione condivisa durante il viaggio, la serata raccontata attraverso messaggi e immagini prima ancora che sia terminata.

Un tempo:

vivo, torno, racconto.

Oggi:

vivo, comunico, ricevo una risposta, continuo a vivere, comunico ancora.

Non è necessariamente peggio. È diverso. Lo smartphone ha aumentato sicurezza, libertà di movimento e possibilità di chiedere aiuto. Ha accorciato distanze e semplificato enormemente la vita. Sarebbe quindi superficiale trasformare gli anni Settanta in un'età dell'oro. La domanda interessante non è se allora si vivesse meglio.
È capire che cosa abbiamo scambiato con che cosa.
Abbiamo guadagnato connessione e ceduto una parte dell’irreperibilità. Abbiamo guadagnato sicurezza e ridotto alcuni spazi di autonomia. Abbiamo ottenuto la possibilità di sapere e forse diminuito la nostra capacità di sopportare il non sapere. Ma soprattutto abbiamo modificato il confine tra presenza e assenza. Per millenni essere lontani ha significato anche non essere raggiungibili. Oggi possiamo essere lontanissimi e tuttavia permanentemente presenti. E forse è proprio questo che rende difficile spiegare a un ragazzo di oggi cosa significasse davvero quella frase:

«Esco. Torno per cena.»

Tra quella porta che si chiudeva e la stessa porta che qualche ora dopo si sarebbe riaperta esisteva uno spazio privato di vita. Dentro c’erano libertà e pericolo, fiducia e paura, responsabilità e trasgressione. E soprattutto qualcosa che rischiamo di dimenticare: la possibilità di voler bene a qualcuno senza sapere, in ogni momento, esattamente dove fosse.

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