Questo è il titolo di un illuminante articolo sul «New York Times» del 28 luglio che in inglese suona Thinking Is Becoming a Luxury Good, della giornalista britannica Mary Harrington. Nel testo si riflette sul fatto che lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale, di Internet, dei Social Media e dello stile di vita attuale, stiano già creando una vistosa cesura tra chi sarà in grado di riflettere e chi non avrà più le capacità cognitive minime per farlo. Prevedibilmente tutto ciò porterà a una società di pochi soggetti dominanti e una moltitudine di dominati inconsapevoli, inconsapevoli perché incapaci di comprendere, di studiare, di approfondire argomenti e quindi di comprendere la realtà.
L’articolo esordisce raccontando, per esperienza diretta della scrivente, come negli anni ‘80 le scuole Waldorf (scuole che seguono un metodo pedagogico basato sugli insegnamenti di Rudolf Steiner) in Inghilterra, scoraggiassero la visione della televisione per favorire la lettura e i giochi all’aperto. La limitazione del tempo davanti la TV era anche alla base di ciò che i miei genitori hanno fatto quanto ero bambino, affinché non avessi un atteggiamento eccessivamente passivo nei confronti delle immagini che scorrevano per ore. Oggi la televisione ha meno appeal tra i più giovani, venendo sostituita dai vari dispositivi collegati a internet, i quali sembrano ampliare i timori di qualche decennio fa.
L’effetto Flynn, è uno studio basato sui dati relativi al quoziente intellettivo medio di giovani al servizio di leva in alcuni paesi occidentali. I dati mostrano come nel secolo scorso il valore sia aumentato costantemente per poi arrestarsi e invertire la curva col cambiare del secolo. Le ragioni sono ancora da chiarire, tuttavia viene tirato in ballo l’arrivo di internet, dei social media e consequenzialmente il diffondersi di una società che, nella frenesia, non concede più tempi e spazi alla riflessione.
Ci sono altri studi che mostrano come uno smartphone sia in grado di catturare la nostra attenzione ma in una modalità passiva spegnendo alcune aree celebrali. Tutto ciò produce un’iperstimolazione e l’incapacità di considerare i tempi morti come un qualcosa di positivo. Ogni istante libero infatti viene occupato dal gesto passivo del controllo delle notifiche o di ciò che è successo sui social, impedendoci di stimolare un processo cognitivo che porta a riflettere su qualsiasi cosa: riordinare le idee, pensare a ciò che faremo a breve ecc. Questa costante distrazione sta determinando un evidente calo dell’attenzione in sempre più persone, un’incapacità logica e consequenzialmente anche una riduzione dell’interesse verso la cultura e i libri, che richiedono uno sforzo che non si vuole più fare.
L’approccio mentale odierno proviene da quello che un tempo era già considerato nefasto, cioè lo zapping tra i canali TV. Oggi tutto ciò avviene con la visione di video brevi che ci inchiodano per alcuni istanti davanti lo schermo per poi passare oltre, in un gesto di interazione totalmente passivo. Le piattaforme come Youtube, Tik Tok e Facebook infatti, sono progettate con lo scopo di mantenere incollato l’utente attraverso contenuti nuovi e stimoli crescenti. Le nuove generazioni crescono così con una forma mentis veloce, atta a stancarsi subito e ad annoiarsi facilmente anche davanti una breve spiegazione.
A riprova del fatto che queste tecnologie siano problematiche, è utile sapere che nelle famiglie delle élite l’uso degli smartphone è fortemente limitato. Ai figli di Steve Jobs era vietato l’utilizzo dei dispositivi inventati dal padre, e lo stesso Bill Gates racconta di aver vietato il cellulare ai suoi figli prima dei 14 anni e mai prima di andare a dormire. Storie simili sono comuni anche dalle interviste a altri miliardari delle tecnologie informatiche. Ciò significa che tutte quelle persone che non conoscono tali problematiche ne verranno inevitabilmente danneggiati.
Volendo giungere al nocciolo della questione, l’articolo si concentra sull’ipotesi che in futuro, a causa degli effetti che abbiamo descritto, si creerà una spaccatura tra chi preserverà le proprie capacità cognitive e chi le avrà perdute.
Per fare un paragone in merito a questo dualismo, l’autrice parla di come negli Stati Uniti vi sia una biforcazione tra chi ha uno stile di vita errato mangiando cibi ultraprocessati, bevande gassate e abusando dell’alcol, e chi presta attenzione alla qualità del cibo e al mantenersi in forma fisica. I primi sono soggetti a una maggiore incidenza di malattie e tumori, i secondi molto meno. Questa spaccatura nasce principalmente dal grado di istruzione, ma sopratutto dal reddito, perché negli USA il costo dei cibi sani è molto più alto di quelli cosiddetti “spazzatura”: pertanto il fattore economico gioca un ruolo dominante.
Allo stesso modo l’attività cognitiva e l’intelligenza, saranno inevitabilmente legate dagli stessi fattori: istruzione e reddito. A riprova di ciò, è già evidente il fatto che in tutte quelle famiglie dove si ignorano i pericoli legati alle nuove tecnologie si riscontra un abuso nell’utilizzo dei dispositivi e di tempo perso online. Sono infatti i bambini delle famiglie più povere (in occidente) a leggere meno e a utilizzare compulsivamente i dispositivi elettronici. Tipicamente questi casi si riscontrano nei ristoranti, dove i bambini vengono “bloccati” nella loro esuberanza lasciandoli davanti a un cellulare o un tablet. Con buona probabilità i genitori non sanno (o preferiscono ignorare) le numerose ricerche che dimostrano come un’esposizione a questi dispositivi per più di due ore al giorno produca risultati peggiori nella memoria, nella capacità di comprensione di un testo, nel livello di attenzione e nelle abilità linguistiche rispetto a bambini che non li utilizzano.
In Italia scontiamo anche il problema dell’ignoranza di ritorno, determinata anche da un sistema scolastico sempre più scadente che produce diplomati o i laureati con minori competenze intellettuali rispetto alle precedenti generazioni. Il riscontro è evidente anche a causa della povertà contenutistica dei programmi formativi e al ricorso sempre più invasivo di ricerche tramite l’intelligenza artificiale (laddove il testo non venga direttamente prodotto in automatico) e non tramite i libri, riducendo ovviamente la profondità di comprensione di ciò che si sta studiando. Non è pertanto raro trovare laureati con vistose lacune anche su concetti basilari.
Ma chi è che si salva da questa devastazione? Negli Stati Uniti ci sono gruppi radicali religiosi come i mormoni, che per credo religioso stanno alla larga dall’uso della tecnologia tout court. Oppure famiglie che per convinzioni proprie limitano fortemente lo stile di vita di massa ai figli applicando modelli alternativi, proprio come trattato nel film Capitan Fantastic.
Ma ci sono anche famiglie benestanti che mandano i figli presso scuole Waldorf o istituti di élite, dove i dispositivi elettronici sono vietati: ma ovviamente, visti i costi della retta mensile ciò non è appannaggio della gente comune.
In molte nazioni si sta correndo ai ripari limitando l’uso dei dispositivi a scuola, oppure per via legislativa introducendo un’età minima per l’accesso ai social media. Tuttavia l’allarme che lancia la giornalista è il timore, già attuale, di sviluppare una società dove la capacità di riflessione rimarrà appannaggio solo ed esclusivamente delle élite. Tutti gli altri verranno inevitabilmente manipolati a causa delle limitate capacità di comprensione e distratti tanto quanto avviene oggi.
In Italia da tempo i dati relativi alle competenze culturali, alla lettura dei libri o alla capacità di comprensione di un testo scritto, sono allarmanti e ci pongono in fondo alle classifiche internazionali. Qui su Elapsus abbiamo affrontato questo problema più volte, e la persistenza del problema unito al disinteresse della politica, inducono a pensare a una intenzionalità di tale deriva. L’ipotesi più plausibile è quella che tale stato di cose serva al Potere per gestire indisturbato la vita delle persone. Tutto ciò mina dalle basi il principio stesso della Democrazia che si fonda sul controllo dei cittadini sulla politica e non sul contrario.
A chiusura dell’articolo aggiungo una personale considerazione. Questo stato di cose, per quanto voluto, mostrerà a breve tutti i suoi limiti. Quando in tutti i posti chiave dello Stato, ma soprattutto presso le aziende private diverrà evidente il deficit cognitivo rispetto a altre nazioni, forse qualcuno di coloro che ha agevolato questo stato di cose dovrà ricredersi. Già oggi l’incapacità gestionale della cosa pubblica è un’esperienza comune, mentre le inefficienze e le scelte sbagliate in seno alle aziende hanno da tempo ridotto la competitività italiana. In futuro l’abbassamento qualitativo delle persone produrrà effetti devastanti. Già presso le aziende comincia a diventare un problema la selezione del personale, che spesso presenta lacune tecniche e scarse capacità nel riuscire a prendere decisioni adeguate. Molte aziende italiane col cambio generazionale sembrano aver perso l’inventiva e la capacità di stare al passo con i tempi perché, anche se la proprietà è composta da soggetti brillanti, la restante parte è ricoperta da figure che individualmente non sono capaci. Quadri intermedi, tecnici e dirigenti, se non posseggono inventiva e capacità di uscire dagli schemi diventano semplici passacarte.
Sicché è facilmente prevedibile l’ipotesi che nel giro di un decennio le nuove classi dirigenti saranno ben più incapaci di oggi nel prendere decisioni sensate. Quando il sistema-paese comincerà a vedere l’impossibilità nel vedere una via d’uscita, forse a quel punto, qualcuno spingerà la politica a adottare misure più drastiche di riequilibrio della società; seppur con buona probabilità, giunti a quel punto, sarà tardi troppo tardi per invertire la rotta.
Il problema dell’incapacità di pensare investirà tutto e tutti, ma probabilmente, dopo aver lasciato macerie producendo una barbarie culturale, forse ci renderà ben più consapevoli sulla necessità di dover considerare la nostra capacità di pensiero come insostituibile rispetto a quella piatta e prevedibile delle macchine.
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