9 marzo 2026

L'arte come resistenza emotiva contro l'anestesia del mondo

Spegnere le notifiche per non lasciarsi consumare dal rumore dei missili e dei comunicati gelidi non è disinteresse, ma un riflesso di autodifesa. Quando l'orrore diventa un bombardamento perenne, il rischio è di ritrovarsi anestetizzati, con il volume emotivo che si abbassa fino al silenzio. È in mezzo a questo rumore che l'arte diventa necessaria, quasi come l'aria. Non è un rifugio per scappare, ma un modo per non farsi mangiare dal cinismo e proteggere quella fragilità che ci ostiniamo a voler tenere viva.

Qualche sera fa mi sono resa conto di stare facendo una cosa che fino a poco tempo fa avrei considerato quasi assurda, ovvero spegnere le notifiche delle news perché sentivo che quel continuo bombardamento mi stava consumando. Non era per disinteresse, anzi sarebbe quasi un sollievo se fosse così, ma si trattava di una vera saturazione. I missili su Teheran, i comunicati gelidi tra Israele e Iran, le ferite mai chiuse in Ucraina e a Gaza... tutto insieme, tutto addosso, ogni secondo. A un certo punto senti salire una specie di vertigine emotiva.

Mi sono chiesta se fosse una resa o solo un riflesso di autodifesa, un modo necessario per proteggere la mia sensibilità. Il problema oggi non è che non sappiamo cosa accada nel mondo, ma che lo sappiamo in ogni istante, e questa esposizione perenne produce un effetto collaterale di cui si parla troppo poco, una sorta di assuefazione silenziosa in cui continui a informarti e a indignarti, ma con un volume emotivo che si abbassa sempre di più, come se fossi anestetizzata.

In un clima del genere parlare di arte come di qualcosa che può salvarci sembra quasi una nota fuori contesto, come se volessimo citare una poesia mentre sullo sfondo scorrono le mappe dei bombardamenti. Eppure la domanda torna sempre lì, ostinata, a che serve l'arte mentre il mondo si indurisce e si perde nella violenza? 

Siamo onesti, l’arte non ha il potere di fermare le guerre, non può deviare un drone né convincere un governo a fare un passo indietro, ed è forse un bene che non prometta ciò che non può mantenere, eppure succede qualcosa di diverso, più discreto e per chi ci crede davvero quasi vitale.

Quando funziona davvero, l’arte attraversa il rumore del mondo, non ci porta fuori dalla realtà ma ci impedisce di abituarci troppo in fretta alla brutalità di ciò che accade. Ogni opera e ogni parola riapre una finestra interna che la cronaca vorrebbe sbarrare, e per chi vive nell’arte, per mestiere o per passione, questa funzione si sente in modo concreto, quasi fisico. È il momento in cui una tela, un film o una pagina scritta restituiscono qualcosa che la politica, con i suoi discorsi di potenza, non sa nemmeno nominare, ovvero la complessità fragile dell’essere umano.

Negli ultimi mesi ho notato una strana oscillazione, da una parte il desiderio di restare informata su tutto con quel senso civico un po’ ansioso che conosciamo bene, dall’altra una fatica crescente, come se ogni nuova escalation chiedesse una quota emotiva che spesso non riesco più a dare. È proprio in questa dissonanza che l’arte continua a infiltrarsi, spesso come una forma di dissenso interiore. Alcuni artisti sentono il bisogno di reagire direttamente con opere di denuncia, proprio come fece Picasso con Guernica, lui non fermò le bombe del '37, ma riuscì a trasformare quell'orrore in immagini che ancora oggi scuotono l’anima, mantenendo aperto uno spazio di resistenza morale.

Altri scelgono invece di ritirarsi per concentrarsi sul proprio lavoro creativo, e questo non indica affatto passività, ma spesso è una necessità profonda per proteggere la propria sensibilità e a elaborare il trauma mentre fuori il mondo urla. Il silenzio diventa così una forma di difesa, un modo per non lasciare che la brutalità esterna anneghi ciò che resta di umano dentro di sé. Non esiste una misura valida per tutti e il ritiro silenzioso non è un tradimento, perché ciò che conta davvero è la coerenza con la propria sensibilità. Denunciare non è più giusto del ritirarsi, sono solo modi diversi di affrontare lo stesso squallore. 

Il filo comune resta semplice, perché l’arte impedisce di anestetizzarsi alla violenza e restituisce spazio all’immaginazione e alla compassione. In un tempo di brutture come quello che stiamo vivendo, la bellezza smette di essere un lusso e diventa una necessità civile, l’unico vero contrappeso capace di sottrarci all’orrore. Il rifugio, a volte, è l’ultima forma rimasta di opposizione, non perché ci isola dal mondo, ma perché rifiuta di diventare compatibile con la sua indifferenza.

Per questo la vera domanda non è se l’arte sia salvifica in teoria, come un concetto lontano dalla realtà, ma cosa riesca a difendere concretamente dentro di noi oggi. Se ci addormenta non serve a nulla, ma se mantiene aperta la ferita della percezione e impedisce alla coscienza di farsi muro, allora resta un rifugio vero. Non un posto neutrale o innocente, ma uno spazio di resistenza emotiva dove la nostra autenticità continua a respirare, quell'ultimo avamposto di bellezza che nessun calcolo strategico e nessuna logica di guerra riusciranno mai a spegnere.

Giuseppina Irene Groccia

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