Il 7 ottobre somiglia troppo a un'operazione sotto falsa bandiera
Dalla fatidica data del 7 ottobre 2023 in Palestina si sono aperti i cancelli dell’orrore. Con l’assalto di Hamas alle colonie israeliane, è iniziato un duro assedio allaStriscia di Gaza con lo scopo di eradicare Hamas, secondo le dichiarazioni ufficiali di Israele. Le azioni seguite sono state il bombardamento e la demolizione degli edifici della Striscia, la distruzione di tutte le strutture, degli ospedali e l’induzione volontaria della carestia.
Nei primi mesi questa reazione veniva considerata dai media e dalla politica occidentale come legittima difesa, seppur spropositata, nei termini di forza e efferatezza. Tuttavia col prolungarsi della guerra l’impressione di alcuni analisti è divenuta certezza, ossia quella di voler conquistare la Striscia cacciando i palestinesi per annetterla. Questa strategia israeliana sembrerebbe essere nata a causa delle circostanze e stimolata dal sentimento prodotto dall’assalto alle colonie. Vi sono però molteplici elementi, a tutt’oggi scarsamente indagati dai media, ma soprattutto dalla magistratura israeliana, che ricondurrebbero alla volontà pianificata di giungere a tutto ciò.
Prima di addentrarci enumerando i numerosi elementi che costituiscono i tasselli di questa ricostruzione voglio raccontare una mia esperienza personale. Nel novembre del 2022 ho visitato Israele girandolo in lungo e in largo. In quei giorni si viveva un’estrema tranquillità, nessuna notizia di scontri, nessuna operazione in Cisgiordania (quantomeno non troppo evidente). E in maniera inattesa i controlli in aeroporto, tradizionalmente molto pressanti, erano stati quasi del tutto azzerati. Questa cosa mi ha particolarmente sorpreso perché è noto che quando si entra in Israele la polizia di frontiera fa molte domande e la procedura può durare parecchio tempo. Inoltre girando in auto nel nord del paese prima, passando persino lungo la strada che attraversa i territori palestinesi, l’unico posto di blocco incontrato era formato da due soldatesse ventenni più che annoiate. A quel punto giunti nel deserto del Negev, il nulla. Mai incontrata una pattuglia di polizia o dell’esercito. Persino a ridosso del confine con Gaza, a poca distanza dalla città di Sderot (la località più vicina a Gaza). Qui nei pressi della ferrovia che raggiunge Tel Aviv si trova la Collina del cammello, dove sotto un grande albero vi sono diverse targhe regalate dalle comunità ebraiche italiane. E’ da questa collina che si poteva vedere a pochi chilometri di distanza la lunga distesa di edifici e il confine reticolato da dove provenivano i rumori lontani dei palestinesi che vi abitavano. Faceva impressione vedere quel luogo somigliante a un’immensa prigione, ma faceva anche impressione la possibilità che improvvisamente il cielo potesse essere solcato da dei razzi di Hamas.
Da questi elementi piuttosto anomali come l’assenza di controlli, comincia il racconto delle tante anomalie collegate a questo drammatico evento.
Gaza dalla Collina del cammello (Sderot) nel novembre 2022
Il 7 ottobre 2023 i guerriglieri di Hamas sfondano le recinzioni e entrano negli insediamenti israeliani provocando scontri a fuoco, morte e rapendo un centinaio di persone. La rapidità dell’operazione e l’incapacità israeliana di fronteggiare quella marea umana ha dell’incredibile. Com’è noto sono stati necessari un paio di giorni per riprendere il controllo completo dei territori.
I sistemi di sicurezza presenti al confine con Gaza
E’ importante avere un’idea del grado di sicurezza presente tutto attorno a Gaza in quei giorni. La barriera difensiva era composta da un complesso sistema tecnologicamente avanzato su più livelli. Le doppie barriere erano alte 6 metri e dotate di telecamere termiche, radar, sensori di movimento, droni e torri mitragliatrici telecomandate perlustrate da remoto, ma anche da pattuglie sul posto. C’erano persino strumenti per contrastare la creazione di tunnel sotterranei come: muri in cemento armato, sensori sismici, acustici e di rilevamento scavi. Ovviamente erano presenti unità di pronto intervento dislocate in più punti.
Eppure secondo le informazioni fornite dall’Israeli Defence Force (IDF), la recinzione è stata violata incredibilmente su 29 punti.
Tutti i segnali ignorati di un possibile attacco
A dimostrazione del fatto che i servizi segreti di Israele non sono diventati improvvisamente incapaci di difendere il proprio paese, il canale 12 della tv israeliana nel corso del programma di inchiesta Uvdà e il New York Timeshanno rivelato che un anno prima del 7 ottobre, i servizi fossero a conoscenza di un piano di Hamas di sfondamento della recinzione. Il documento si chiamava La minaccia di una incursione di Hamas dalla Striscia di Gaza in cui si specificava che un possibile attacco sarebbe avvenuto sotto forma di raid contro civili e militari.
Addirittura, sempre un anno prima, su Hamas TV venne trasmessa una serie televisiva in cui si metteva in scena un attacco molto simile a quello poi realmente avvenuto. Il capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar in un’intervista riguardo a questa serie TV aveva affermato:
Questa serie è parte integrante di ciò che stiamo preparando, i grandi preparativi che stiamo facendo con i nostri fratelli delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam.
I comandi militari israeliani tuttavia sembra avessero considerato irrealistico il fatto che Hamas avesse intenzione di aprire un fronte di guerra importante. Questa errata valutazione, aggrava la posizione degli alti comandi in quanto l’1 ottobre, il comandante della divisione di Gaza aveva rilevato un "forte aumento delle esercitazioni da parte delle forze di Nukhba", ossia sei battaglioni di Hamas che si esercitavano una o due volte a settimana.
In questo clima di sottovalutazione si deve aggiungere l’aspetto più grave e fondamentale. Secondo le rivelazioni del New York Times i servizi segreti israeliani avevano interrotto da circa un anno le intercettazioni nei confronti di Hamas perché le consideravano uno spreco di risorse. Ovviamente tutto ciò ha permesso di preparare piani e successivamente agire indisturbati.
Nella notte tra il 6 e il 7 ottobre, poche ore prima dell'attacco, una base dell'IDF al confine con Gaza inviò un'e-mail in cui si segnalavano i segnali di qualcosa di sospetto. Nello stesso tempo, anche l'agenzia di sicurezza Shin Bet notò che qualcosa non andava. Intorno all'1:30 del mattino del 7 ottobre, il responsabile dell'ufficio del Capo di Stato Maggiore fu informato dallo Shin Bet e poi dal generale delle IDF. Verso le 3:30 del mattino il Capo di Stato Maggiore fu svegliato e venne dato l'ordine di acquisire ulteriori informazioni mobilitando tre droni e un elicottero da combattimento, senza tuttavia procedere a far scattare l’allarme. L’ufficiale d’intelligence del Primo Ministro considerò l’allarme non importante e decise di non svegliare Netanyahu, rimandando la comunicazione alle 6:29, dopo l’inizio dell’attacco.
Il capo di stato maggiore Herzi Halevi dichiarerà successivamente di assumersi la piena responsabilità del fallimento della sicurezza, ma a tutt’oggi l’IDF non ha approfondito le ragioni del mancato passaggio del report all’esecutivo. In un video del luglio 2025 Netanyahu scarica le colpe sui militari affermando che:
...non mi hanno chiamato. Non hanno svegliato il comandante in capo. Perché, lasciate che ve lo dica, se avessi ricevuto una chiamata, avrei agito in modo diverso, e questo non è successo.
Recentemente un’indagine dello Shin Bet parla di lacune gestionali, ma soprattutto di operazioni che non hanno seguito il protocollo abituale.
L’esercito spostato
Due giorni prima della fatidica data un centinaio di soldati furono spostati dal confine di Gaza alla Cisgiordania per eseguire delle operazioni. Questo strano ordine è stato giustificato affermando che il numero di militari a controllo del confine in realtà non sarebbe variato.
Anche nei mesi precedenti era avvenuto uno spostamento di truppe da Gaza verso la Cisgiordania per rafforzare la presenza militare, lasciando tuttavia sguarnita la frontiera.
L’esercito ha adottato la direttiva Annibale?
La direttiva Annibale era una direttiva adottata ufficialmente dall’esercito israeliano per evitare che soldati israeliani cadessero ostaggio dei palestinesi, costringendo poi a una lunga trattativa che spesso comportava la liberazione di molti detenuti palestinesi. Un caso famoso era quello di Gilad Shalit catturato nel 2006 e liberato nel 2011 a seguito della liberazione di 1000 palestinesi. Per limitare ciò venne varata segretamente la direttiva Annibale che consentiva l’uccisione di israeliani catturati. La direttiva poi è stata ufficialmente revocata nel 2016 ma sussistono diversi episodi in cui si sospetta la sua applicazione dopo la revoca, compresi i diversi episodi legati all’attacco del 7 ottobre.
Ad esempio nel corso dell’assalto al rave party “Nova” l’intervento dell’esercito israeliano è avvenuto con diverse forze tra cui un elicottero che sparando contro i terroristi ha colpito anche degli israeliani. Questa versione è stata confermata da degli ostaggi rilasciati il 5 dicembre 2023. Essi hanno raccontato che mentre venivano rapiti, gli elicotteri sparavano.
Ofek Atun dopo essere fuggito dal rave party si era rifugiato assieme alla sua fidanzata presso il Kibbutz Alumim. Qui una coppia di anziani chiusi in casa, temendo la presenza di terroristi, hanno richiesto aiuto. L’esercito, sopraggiunto in circostanze non chiare, ha ucciso Ofek e colpito allo stomaco la fidanzata (entrambe disarmati). Channel 12 ha riferito inoltre che l’esercito aveva sparato contro un trattore che conduceva gli ostaggi a Gaza e in quell’occasione venne ucciso un ostaggio e feriti altri.
Yasmin Porat, 44 anni fuggita dal vicino rave party “Nova” aveva raggiunto il Kibbutz Be’eri dove aveva cercato rifugio. Qui erano arrivati i palestinesi armati che hanno intrattenuto gli ostaggi. Su richiesta dei palestinesi gli ostaggi hanno chiamato la polizia. Una volta arrivata la Yamam (l’unità speciale della polizia di frontiera israeliana) questi hanno cominciato a sparare all’impazzata uccidendo anche degli ostaggi con colpi di artiglieria da un carrarmato, e secondo il giornale Haarez avrebbero così ucciso 12 israeliani. Inoltre, contrariamente a quanto affermato generalmente dagli israeliani, in quelle fasi che precedevano l’arrivo delle forze speciali il comportamento dei militanti di Hamas sarebbe stato generalmente cortese, anzi a tratti rassicurante, ha affermato la Porat.
Anche dopo il 7 ottobre, quando Hamas a fronte dei primi accordi il 15 dicembre ha liberato tre ostaggi che avevano in mano la bandiera bianca, l’esercito ha sparato senza una ragione specifica uccidendoli.
Ad avvalorare la tesi secondo cui l’esercito ha adottato segretamente la direttiva Annibale c’è un articolo del 10 gennaio del giornale israeliano Yediot Aeronoth in cui riporta molte testimonianze su citate, facendo così prefigurare il fatto che ai 1200 morti israeliani vanno considerati anche coloro che sono stati uccisi volontariamente dall’IDF.
I presunti stupri e le violenze di Hamas
Al di là delle violenze perpetrate dai miliziani di Hamas nel corso dell’attacco, dove hanno ucciso diversi coloni con modalità terroristiche, sono emerse nelle settimane successive tutta una serie di testimonianze che parlavano di stupri e violenze gratuite dei palestinesi.
In un primo momento, seppur con decine di giorni di ritardo, si era parlato di 40 bambini israeliani decapitati riportati dall’IDF, ma la notizia dopo essere stata diffusa in tutto il mondo si è rivelata falsa.
Allo stesso modo le notizie riguardo agli stupri sono emerse tardivamente (forse per effetto dello shock delle vittime). L’ex ministro Gallant aveva affermato che gli stupri fossero parte del piano di Hamas che conteneva istruzioni su quale comandante avrebbe dovuto violentare le israeliane nei vari luoghi. Tuttavia questa affermazione verrà poi negata. Pertanto non c’è alcuna evidenza sul fatto che sia stato impartito un ordine specifico su ciò. In alcuni casi le vittime erano senza vita e si riscontrerebbero segni di abuso, ma in altri casi non sussistono adeguate evidenze.
L’intervento tardivo dell’IDF
L’aspetto più sconcertante di tutta questa vicenda riguarda i tempi di reazione dell’esercito. In molti luoghi si è lamentato l’arrivo tardivo dei soldati, addirittura dopo ore.
Nel kibbutz Be’eri sono intervenuti dodici ore dopo l’assalto. Questo perché sembra che un centinaio di soldati siano rimasti fermi ai cancelli del Kibbutz Be’eri senza intervenire per circa otto ore. Più in dettaglio si riporta che solo una divisione è entrata nel kibbutz, subendo delle perite, e anziché intervenire hanno pensato a evacuare i feriti.
A fronte della retorica utilizzata dai politici israeliani, ma soprattutto da Netanyahu, con la tendenza a considerare Hamas il male assoluto senza se e senza ma, va chiarito necessariamente un punto. Un recente file di WikiLeaks ha dimostrato che nel 2007, l'allora capo dell'intelligence dell’IDF Amos Yadlin disse all'ambasciatore USA che Israele sarebbe stato “felice” se Hamas avesse governato Gaza, perché avrebbe reso più facile trattare quel territorio con ostilità. In effetti se la forza politica si mostra dura e non aperta a accordi è più facile per la controparte giustificare un intervento armato piuttosto che dover trattare.
Nel 2018 il Qatar ha iniziato a effettuare pagamenti mensili alla Striscia di Gaza, ossia a Hamas, inviando circa 15 milioni di dollari in valigie piene di contanti consegnate dai qatarioti attraverso il territorio israeliano. Ciò avvenne perché l’Autorità Palestinese aveva deciso nel 2017 di tagliare i fondi per il funzionamento dell’amministrazione di Gaza. L’approvazione del finanziamento avvenne in una riunione del gabinetto di sicurezza nell'agosto 2018, quando Netanyahu era in carica come primo ministro. Lieberman si dimise in segno di protesta contro la politica pro-Hamas di Netanyahu, affermando che in questo modo Israele stesse «alimentando un mostro». Anche l’allora ministro dell’istruzione di Netanyahu, Naftali Bennett, condannò i pagamenti e rassegnò le dimissioni.
Il ministro Smotrich, ma anche Netanyahu hanno più volte definito negli anni passati Hamas come una risorsa. Nel marzo 2019 Netanyahu rivolgendosi ai membri della Knesset disse:
Chiunque voglia ostacolare la creazione di uno Stato palestinese deve sostenere il rafforzamento di Hamas e il trasferimento di denaro ad Hamas... Questo fa parte della nostra strategia: isolare i palestinesi di Gaza dai palestinesi della Cisgiordania.
La strategia sarebbe stata quella di contrapporre Hamas all’Autorità Palestinese. Poi nel 2021 l’ex primo ministro Naftali Bennett riuscì a fermare quel flusso di soldi. Ma i finanziamenti proseguirono sotto altre forme tramite il Qatar. L’idea di allora era quella di evitare crisi umanitarie onde garantire la vita quotidiana, ma non è difficile supporre che con quei soldi Hamas abbia potuto trovare il modo per rafforzarsi militarmente.
Recentemente il capo dello Shin Bet ha fatto un’affermazione in cui ritiene che la politica del governo Netanyahu di consentire il flusso di denaro dal Qatar a Gaza, e successivamente all’ala militare di Hamas, abbia favorito l’attacco.
Era chiaro a tutti che un giorno questo si sarebbe ritorto contro di noi... Il primo ministro lo sapeva, il gabinetto lo sapeva, la questione è stata sollevata più di una o due volte.
Un'operazione sotto falsa bandiera utile
Un evento di vasta portata come quello accaduto il 7 ottobre ha generato uno shock emotivo in Israele molto forte. La sensazione di grave minaccia e la reazione emotiva di buona parte della popolazione ha generato un desiderio di vendetta e la volontà di risolvere alla radice la questione palestinese cancellando la popolazione. Per questa ragione a tutt’oggi un sondaggio sconvolgente rivela che l’80% degli israeliani non è turbato dalla carestia e dalle sofferenze a Gaza. Il 64% concorda con l’affermazione secondo cui “non ci sono innocenti a Gaza” e per questo il 62% sarebbe favorevole alla deportazione dei palestinesi da Gaza e quasi la metà ne approverebbe l’uccisione.
Questi sentimenti di totale odio verso la popolazione palestinese si sono chiaramente esacerbati a fronte dello shock del 7 ottobre. La paura e il senso di insicurezza degli israeliani è comprensibile e per reazione i ferventi sionisti sostengono l’ipotesi dell’espansione di Israele e dell’annessione dei territori in conflitto.
Proprio come avvenne a seguito dell’11 settembre per gli USA che si sentirono in diritto di avviare una serie di guerre al terrore, così oggi avviene contro Hamas e i vari attori regionali: Hezbollah, Houthi, Iran e Siria. Tuttavia essendo ormai chiara l’agenda sionista dell’élite israeliana, ma soprattutto a fronte dei tanti punti oscuri di tutta questa vicenda, è legittimo dubitare della buona fede degli apparati di sicurezza più efficienti al mondo. Talmente efficienti da organizzare lo spettacolare attentato ai cercapersone di Hezbollah o di colpire selettivamente giornalisti, medici o scienziati nucleari iraniani. Immaginare che potessero rimanere all’oscuro di tutta la preparazione in atto a Gaza senza che un satellite o un informatore sul posto li mettesse in allarme è irrealistico. Più che altro, come qui ricostruito, gli avvertimenti sono stati ignorati. Ciò che suona strano è che a seguito del grave fallimento dello Shim Beth e dei militari, non ci sono state dimissioni immediate, come sarebbe stato plausibile. Invece, il capo dello Shin Bet Ronen Bar è rimasto al suo posto fino al termine del mandato. Mentre solo sei mesi dopo Aharon Haliva capo dell’intelligence militare ha rassegnato le dimissioni. Allo stesso modo Herzi Halevi, capo di stato maggiore dell’esercito si è dimesso un anno e mezzo dopo. E’ chiaro che se i propri dirigenti falliscono, per incompetenza o sottovalutazione, andrebbero subito rimossi: invece…
Ci sono diversi giornalisti al lavoro per raccogliere tutte queste anomalie, sono anche usciti dei libri sull’argomento. Ma il vero problema è l’assenza di un’indagine della magistratura israeliana che faccia luce sui fatti e sulle responsabilità. In assenza di ciò tutto questo discorso rimane un’opinione interessate in attesa di possibili conferme. Conferme che potrebbero essere disvelate solo nel caso in cui la traiettoria politica di Israele fosse costretta a mutare totalmente.
Chiudiamo con le parole di Pasolini estratte dal famoso articolo del 1974 su Corriere della Sera Cos'è questo golpe? Io so.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
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