23 gennaio 2023

La presunta inutilità dell’arte e delle discipline umanistiche

Perché è importante tutelare ciò che è, o appare, inutile in una società utilitarista

Tutti coloro che, per indole o vocazione, hanno scelto di intraprendere studi di carattere umanistico, devono essersi scontrati presto o tardi con l’enorme stigma che accompagna questo settore della conoscenza, nel contesto di un sistema culturale in cui la conoscenza deve essere necessariamente settorializzata. “Quello di cui ti occupi è inutile”, questo è il commento che in maniera più o meno esplicita viene rivolta a coloro che, in un tempo dominato dalla materialità, scelgono di dedicarsi a quanto è per definizione concettuale, spesso intangibile: la storia, l’arte, la letteratura, la filosofia.

Ma cosa rispondere di fronte a osservazioni di questo genere? Formulare un’argomentazione forte in risposta è spesso complesso, a dispetto di quanto fortemente si può essere convinti del contrario. E in effetti chiunque abbia avuto modo di approfondire questi temi conosce bene l’importanza della storia, ad esempio, e conosce bene gli strumenti che la storia fornisce ad ognuno di noi per la comprensione del presente, perché tutto acquista tridimensionalità e significato solo se messo in prospettiva, analizzato, compreso alla luce dei fenomeni che lo hanno generato. Perché a dispetto del mito del progresso, del quale è pervasa la civiltà contemporanea, è bene sapere che ciò che è umano è più di frequente ciclico che lineare, e quanto è accaduto può riemergere, qualora venga dimenticato. Conoscere la storia per non ripeterla, questa è la massima che ogni professoressa di storia che si rispetti ha ripetuto sino alla nausea ad una classe spesso annoiata.

E la verità è che non si esaurisce neppure qui la faccenda, perché non basta conoscere, è necessario capire, e sviluppare quel prezioso strumento di vita che è lo spirito critico. Ma come si impara a capire? Non è certo una dote che può essere appresa, non integralmente quantomeno, ma è una dote che può essere alimentata. E non c’è strumento più efficace a tale scopo della filosofia, perché la filosofia trasmette la sottile arte di interrogarsi sulla realtà, la filosofia alimenta la capacità di pensare e in un mondo in cui i pensieri, le idee e le opinioni sono confezionati in serie e forniti in categorie a compartimenti stagni. E se questa non è per molti una risposta sufficiente al dilemma circa l’utilità della filosofia verrebbe da pensare che ve ne sia ancor più bisogno.

Le argomentazioni si fanno invece più complesse, e se possibile ancor più sottili, quando entra in gioco la letteratura, il cui valore sfugge ai molti che ne lamentano la presenza ingombrante in tutti gli indirizzi di studio per quel che concerne le scuole dell’obbligo. E la verità è che la letteratura non esaurisce il proprio merito nell’enorme bagaglio umano e culturale che fornisce, perché ogni opera è uno scrigno che contiene nuovi mondi, nuove idee, nuove prospettive sulla realtà; ma è anche il più valido strumento di trasmissione e apprendimento della lingua, e le lingue, la parola, sono al di là di ogni dubbio il più potente strumento di cui l’umanità dispone. Imparare a padroneggiare il linguaggio, comprenderlo ed utilizzarlo per orientarsi nel mondo, è una dote di cui qualsiasi essere umano formato e consapevole dovrebbe saper disporre. E non c’è massima espressione di una lingua, e per ragioni storiche della nostra lingua in particolare, che non sia quella che si manifesta attraverso la letteratura. Leggere per conoscere, leggere per sapere, leggere per capire. Perché conoscere, sapere e capire sono doti che ci rendono liberi.

L’unica incognita a questo punto è quella che concerne il ruolo delle arti figurative, e più in generale dell’arte stessa, in questo dibattito circa l’utilità. Sull’inutilità dell’arte si è detto tanto nel corso dei secoli, basti pensare alla celebre affermazione di Oscar Wilde, a cui sovente si fa riferimento quando si dibatte sull’arte e le sue implicazioni:

Possiamo perdonare a un uomo l'aver fatto una cosa utile se non l'ammira. L'unica scusa per aver fatto una cosa inutile è di ammirarla intensamente. Tutta l'arte è completamente inutile.

L’autore sembra con queste parole confermare esplicitamente le remore di molti riguardo la produzione artistica, ritenuta un mero esercizio estetico privo di qualsiasi utilità, se non, spesso, persino di significato. Questa è una delle idee cardinali che ci ha lasciato in eredità l’estetismo: l’arte è una forma di bellezza fine a sé stessa, che si nutre della propria autoreferenzialità e che non ha scopo alcuno al di fuori della semplice espressione di sé. Ma la prospettiva degli esteti, tra le cui fila possiamo rintracciare lo stesso Wilde, affonda le radici in un’evoluzione delle strutture sociali e culturali che modificò per sempre il significato e la percezione della produzione artistica, e dell’arte in generale.

Tutto ebbe cronologicamente inizio all’altezza della Seconda rivoluzione industriale. In questa delicata fase storica, che condusse ad un mutamento radicale nell’assetto economico e sociale dell’Europa del tempo, le tecniche industriali sostituirono progressivamente le metodologie tradizionali per rispondere alle nuove esigenze della contemporaneità, e tutto ciò che non rispondeva alle necessità di efficienza e serialità del mondo industrializzato subì un radicale ridimensionamento. Fu così che soppiantata dalle nuove tecnologie (quali ad esempio la fotografia) nel suo ruolo di rappresentazione, conservazione ed espressione della realtà, l’arte perse buona parte del proprio lustro, e subì un parziale declino nella sua rilevanza sociale. Nello stesso periodo storico, a Parigi, nacque il movimento Impressionista e nulla fu più come un tempo. Che si voglia leggere in questa corrente artistica un ultimo, estremo rigurgito del realismo o la prima espressione di un’arte più soggettiva, concettuale, volta a restituire una prospettiva inedita e frammentaria della realtà; è indubbio che l’Impressionismo abbia rappresentato uno spartiacque epocale tra l’arte come la si era sempre concepita e l’arte come la concepiamo nella contemporaneità, la famosa arte inutile della quale tanto si dibatte. Rinunciando al proprio ruolo di rappresentanza, nonché a quella sfumatura didascalico-simbolica che le aveva attribuito per secoli l’autorità religiosa, l’arte conobbe un lungo periodo di soggettivizzazione.

È dunque ragionevole ritenere l’arte un mezzo di espressione perfettamente inutile? Sì, da un certo punto di vista, è proprio in questa inutilità che risiede la sua importanza. Chiediamoci innanzitutto cosa intendiamo per utile, e ponendoci questa domanda scopriremo che la nostra idea di utile è interamente modellata sulle necessità di una società in perpetuo movimento. Sopraffatti dai doveri, dalle responsabilità e da una retorica del valore che ci vuole sempre attivi ed impegnati, non abbiamo tempo per fermarci a riflettere, e per concentrarci sulla quella bellezza che, parafrasando Dostoevskij, dovrebbe o potrebbe salvare il mondo. Non abbiamo tempo per la lentezza, l’osservazione e neppure per la noia, perché la noia ci costringe alla riflessione, e la riflessione è scoraggiata sino all’ostracizzazione in questo mondo che si muove troppo veloce. E l’arte, che è per definizione silenziosa, concettuale, immobile e per molti noiosa, è l’espressione di tutto questo. Un invito a fermarsi, a capire, a sentire senza essere sopraffatti dal frastuono della realtà. L’arte, nella sua disarmante inutilità, testimonia che non tutto quello che ci serve ha uno scopo, o è un mezzo, perché forse è proprio in questo che risiede l’essenza più autentica dell’essere umani, ciò che ci distingue dagli animali: la capacità di apprezzare, amare, valorizzare anche ciò che non ci è utile in maniera diretta per il nostro sostentamento, per la nostra sopravvivenza. E allora ben venga l’arte inutile, che ci emancipa dalla schiavitù del necessario e ci ricorda che la più autentica espressione dell’umanità è nel bambino che si ferma, incantato, ad osservare un tramonto per nessuna ragione valida se non la sua disarmante bellezza, che riempie l’anima.

Giulia Mecozzi

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Bellissimo, poetico, incantevole! Aiuta ad imparare a capire la splendida inutilità del bello senza il quale la vita sarebbe ben triste e povera!

Anonimo ha detto...

Che dire …veramente estasiato da una riflessione incredibilmente profonda, attenta e puntuale , scritta e spiegata in maniera così perfetta da rimanerne incantati …. E apre la mente a tutta una serie di spunti, considerazioni e idee che, suggerite e raccolte con equilibrio nel testo, stimolano ad approfondire ulteriormente e a riflettere su una materia tanto dibattuta nella nostra società contemporanea. Complimenti! Bravissima!

Anonimo ha detto...

La verità è che senza senza cultura umanistica stiamo diventando tutti un po' meno umani. Per fortuna c'è ancora chi, come te, ne comprende l’inestimabile e imprescindibile valore. Possa il tuo prezioso e puntuale contributo ispirare quel cambiamento di prospettiva di cui, mai come oggi, l’Umanità ha tanto bisogno.

Anonimo ha detto...

Complimenti per l'attenta disamina di un argomento tanto dibattuto negli ultimi tempi e tanto spinoso. Mi sei piaciuta soprattutto quando hai parlato della lingua e del grande valore della comunicazione. Al giorno d'oggi siamo spesso messi di fronte alla scarsa capacità comunicativa che di solito sfocia in rabbia e frustrazione. Sapersi esprimere bene, con proprietà e al tempo stesso in modo comprensibile a chiunque è ciò che ci distingue dagli animali, ed è alla base del vivere in società. Forse chi propone di smettere di studiare Dante nelle scuole dovrebbe interrogarsi sulle tue parole. Brava!