9 febbraio 2026

Il critico d’arte ha ancora senso oggi?

Nel secolo scorso il critico d’arte insieme al gallerista erano le due figure chiave su cui si reggeva il sistema dell’arte per relazionare pubblico e artisti. In un panorama di interessi quanto mai variegato ma effervescente il critico d’arte si ergeva per la sua capacità di proiettare la sua luce sapienziale su questo o quell’artista così da orientare gli interessi dei collezionisti se non addirittura di indirizzare le mode.

Ci sono critici che hanno contribuito a “scoprire” geni come Van Gogh o Antonio Ligabue quando la produzione artistica era confinata in una realtà di provincia. Per non parlare della creazione di vere e proprie correnti artistiche, un esempio la “transavanguardia” teorizzata da Achille Bonito Oliva negli anni ‘80.
Erano tempi in cui il parere autorevole di un esperto poteva decretare il successo, ma anche il fallimento, di un artista, e le querelle tra sostenitori e detrattori del tal autore, scrittore, musicista… animavano la vita culturale del paese, senza lo strombazzamento dei social.

Non possiamo certo dire che gli eventi artistici e le mostre in circolazione siano meno frequenti rispetto al passato, tutt’altro. E’ aumentato a dismisura il numero dei pittori, scultori e fotografi che espongono le loro opere. Ma questa sovrabbondanza di produzione artistica anziché stimolare l’interesse del pubblico paradossalmente lo ha soffocato creando una sorta di apatia, di confusione, per cui si fatica a distinguere ciò che vale da ciò che è effimero. Gli stessi critici d’arte che dovrebbero aiutare nel fare chiarezza appaiono in difficoltà non avendo una adeguata base di credibilità. 

E’ anche un problema economico. Manca un adeguato sostegno da parte delle istituzioni. Così chi fa arte oggi deve in qualche modo arrangiarsi. Ne risentono  gli artisti così come i critici. Tra queste due categorie non di rado si innesca un circolo vizioso. Gli artisti hanno bisogno di una recensione favorevole per essere riconosciuti; i critici hanno bisogno degli artisti stessi per giustificare il proprio operato e campare. 

Il critico d’arte, che per sua natura vive di luce riflessa, appare tanto più quotato quanto più sono prestigiosi i soggetti su cui fare riferimento. Ci sono i critici di serie A che trattano con grandi musei e capolavori, e critici di serie B che curano artisti emergenti supportando i galleristi che li espongono.
Nel primo caso il ruolo del critico è più vicino all’event manager che a quello dell'erudito divulgatore. D’altra parte i QR code che affiancano le opere esposte rimandano a pagine web puramente informative che possiamo trovare su Google.

Nel secondo caso il critico è dedicato alla promozione del singolo artista. Essendo pagato dallo stesso non può che parlarne bene. E’ un promoter alla stregua dei tanti che in televisione declamano i pregi di un divano come di una lavatrice. Paradossalmente farebbe più “rumore” una stroncatura che un elogio; non è un caso che nei social (che oramai dominano la scena) si usa l’invettiva, l’insulto deliberato per scuotere l’audience dal  torpore e attirare l’attenzione su questo o quel personaggio.

In ogni caso il critico sembra aver perso quell’autorità che gli permetteva di decretare il valore di un’opera d’arte. Questo oramai dipende da fattori finanziari, da strategie commerciali e da sponsor che investono capitali per lanciare il singolo artista nei mercati che contano.

In questo panorama sconfortante ha ancora senso il ruolo del critico d’arte?
Sicuramente c’è bisogno di qualcuno che tenga “alto” il confronto sulle idee e sui contenuti, sia che si parli di arte, sia di letteratura, teatro, cinema o musica.
Siamo fin troppo sommersi da prodotti di immediata fruizione che ti incantano sul momento ma che a lungo andare annebbiano il cervello, a discapito di contenuti che passano inosservati perché richiedono un certo sforzo mentale.

Il critico d’arte in questo senso può giocare ancora un ruolo di stimolo, ma a patto di scendere dal piedistallo che poteva essere giustificato fino a un po’ di anni fa, e mettersi umilmente a disposizione di quegli artisti che faticano a trovare il loro pubblico, e del pubblico che è restio ad uscire dalla propria comfort zone. 

Paolo Avanzi

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