Sono entrata ignorante ad annaspare in questo sconosciuto pianeta che pure gira in un’orbita vicinissima alla nostra città. Di questo pianeta tutti pensano di sapere tutto esattamente come la Luna senza esserci stati mai. Perché chi ha avuto la ventura di andarci, appena fuori si vergogna e ne tace o, chi non se ne vergogna, s’ostina a considerarla una sventura da dimenticare.
Goliarda Sapienza è stata una donna d’intelligenza molto raffinata e colta, e questo è evidente dalla sua scrittura, che è una scrittura alta, perché poggia su un repertorio culturale importante: niente di ciò che lei scrive è reduce del caso o di un’improvvisazione momentanea.
La depressione è contagiosa, si sa. Come ho potuto cadere nel tranello di aderire a ogni moto dell’animo, a ogni sospiro di quella povera ragazza invece di far scivolare fra me e lei il vetrino isolante i germi dell’altrui nevrosi? La Bellezza! Un lampo e comprendo saltando dal mio giaciglio come se fosse in preda alle fiamme. La Bellezza con la B maiuscola ha questo potere nefasto, chi vive lo sa. Ma non sa, almeno non abbastanza, l’astuzia con la quale sa apparirti nei luoghi più impensati, così da sorprenderti prima che tu abbia il tempo di disporti alla fuga; facile resistere alla nevrosi del brutto!
Questo modo di redigere il testo può dare l’impressione di una scrittura viscerale e immediata, ma in realtà cela livelli interpretativi molto profondi. Si potrebbe dire che leggere L’università di Rebibbia sia una meditazione scorrevole.
Goliarda Sapienza aveva bisogno di respirare l’aria di quell’ambiente isolato e appartato. Lei stessa in una famosa intervista risalente al 1994 (a cura delle giornaliste Anna Amendola e Virginia Onorato) disse così:
Mi ero troppo imborghesita. Ho rinnovato il linguaggio. Se fossi riuscita a stare lì sei mesi mi sarei pulita meglio.
Goliarda andò in carcere nel 1980, ed erano quelli gli anni seguenti alla fine della stesura de L’arte della gioia del quale non vennero riconosciuti subito i meriti e per cui lei cadde quasi in povertà: aveva troncato con l’occupazione della recitazione e aveva venduto molto di ciò che possedeva pur di sostentarsi e così potersi dedicare completamente alla stesura dell’opera. Goliarda si sentiva delusa e abbandonata a seguito dei numerosi rifiuti da parte degli editori. Il gesto di rubare dei gioielli ad un’amica del ceto borghese (a seguito del quale finì in prigione) non fu solo dettato da una situazione economica precaria, ma costituiva anche un gesto di ribellione, un atto provocatorio, che rivelava una profonda diffidenza verso il suo stesso circolo di appartenenza. Forse anche per questo il carcere ebbe un impatto così positivo su di lei, perché in quel momento della sua vita era ciò che le serviva per poter ritrovare il senso primo e vero delle cose. Questo concetto ritorna tantissime volte nel libro, e si matura proprio attraverso i rapporti con le altre detenute con cui Goliarda instaura legami che potrebbero essere considerati atipici per la realtà di fuori.
Qui le categorie del valore di ognuno vengono alla luce con una chiarezza assoluta, e non c’è modo di nascondere ad altri, né tanto meno a noi stessi, la nostra natura. Questo mi chiarisce finalmente il vero perché del terrore che tutti abbiamo della galera: ereditariamente sappiamo che là dentro non ci sarà più possibile tenere in piedi la “costruzione ideale” che noi stessi, aiutati dalla cultura, i soldi, le buone maniere, diligentemente ci siamo costruiti fuori. Ritorna qui a vigere suprema la selezione naturale.
L’esperienza di Goliarda in prigione fu formativa e illuminante. Fu lei a portare alla ribalta la sindrome carceraria, ovvero quella situazione di nostalgia, dipendenza e affezione in cui si viene a trovare chi dal carcere esce e fa ritorno nella realtà conformista e standardizzata del mondo.
Secondo Goliarda, all’interno del carcere la vera essenza di una persona, le sue caratteristiche e anche il suo talento emergono e sono riconosciute. E infatti, pur con le proprie turbe emotive e con i propri gradi di colpevolezza, si tratta di persone di grande perspicacia: «Tu, signo’, sei un po’ strana, como s’avessi na fissa… Pe’ spiegarse: na fissazione costante nella testa, ma nun sei ‘n’infame»; persone che curano i loro interessi culturali: «Quel Secondo Sesso della De Beauvoir in mano alla mia compagna mi ammutolisce. In trent’anni non l’avevo mai visto in mano a nessuno…Ci dovevo venire in carcere»; e con un più sviluppato senso di solidarietà: «Non è che non sanno tacere se tu stai pensando o ti lasci andare serena a fantasie, ma appena cedi lo sentono… quelle donne conoscono ancora l’arte dell’ “attenzione all’altro”, sanno che dalla condizione psichica di una può dipendere quella delle altre.»
Questa visione alternativa del carcere da parte di Goliarda le costò numerose critiche e un atteggiamento incredulo, come quello mostrato da Enzo Biagi durante un incontro in un suo programma televisivo dove tra gli ospiti in quell’occasione figurava Goliarda; era il 1983, Goliarda aveva da poco pubblicato L’università di Rebibbia, e quell’incontro televisivo era dedicato alla tematica del carcere. Guardando questa intervista-colloquio si percepisce chiaramente un’aria tesa, un atteggiamento sprezzante e sarcastico verso le affermazioni “insolite” di Goliarda.
Questo episodio fu solo uno tra gli esempi e le dimostrazioni che stavano a indicare il divario che l’originalità e l’acutezza di Goliarda creava rispetto a quei tempi, e a cui la società con le sue convenzioni non era pronta. Ma è ragionevole pensare che questo forse non lasciò molto stupita Goliarda, che nelle ultime pagine de L’università di Rebibbia riporta le parole di una delle sue compagne: «Essendo stata una volta qua, Goliarda, non sperare più di uscire com’eri prima. Né tu ti sentirai mai più una di fuori, né loro – quelli di fuori – ti riterranno mai più una di loro. Vedrai: quando uscirai ti porteranno magari dei fiori, ti diranno benvenuta, ti abbracceranno, ma il loro sguardo sarà cambiato per sempre quando si poserà su di te.»
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