31 marzo 2021

Don Raffaè e quel caffè amaro e difficile da digerire

FABRIZIO DE ANDRE'

Don Raffaè è un’amara critica compiuta dal cantautore Fabrizio De André contro una realtà inquietante, nella quale non si esita a scendere a compromessi con il male.

Don Raffaè è senza dubbio uno dei brani più celebri del cantautore genovese Fabrizio De André, scritto in collaborazione con Massimo Bubola e Mauro Pagani. Il ritmo è orecchiabile, richiama le antiche ballate napoletane di sapore popolare come la tarantella; nel coro vengono ripetuti dei versi diventati, nel tempo, famosissimi («A che bello cafè/pure in carcere ’o sanno fa»). La realtà descritta, d’altro canto, è una delle meno felici perché squallida ed inquietante

Il brano, contenuto nell’album Le nuvole, è un dialogo tra un brigadiere del carcere di Poggioreale, Pasquale Cafiero, e un boss malavitoso, don Raffaè.          

Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiero del carcere, oi ne’.
Io mi chiamo Cafiero Pasquale,
Sto a Poggioreale dal ’53

Sicuramente il povero brigadiere non se la passa affatto bene perché ogni giorno è costretto a sopportare continue ingiurie e minacce da parte dei vari detenuti.

Tutto il giorno con quattro infamoni,
Briganti, papponi, cornuti e lacchè.
Tutte ll’ore co’ ’sta fetenzia
Che sputa minaccia e s’à piglia co’ me.

Però, arrivata la sera, si prende un momento di riposo, bevendo caffè e parlando con un detenuto che si trova nel braccio speciale del carcere. Il brigadiere definisce don Raffaè un uomo «geniale». Addirittura:

mi consiglio con don Raffaè,
mi spiega che penso e bevimm’ ’o cafè.

Un uomo di qualità straordinarie che riesce a dare senso e forma anche ai pensieri che frullano nella testa del povero Pasquale. Nel corso della canzone, poi, il brigadiere si rivolgerà a don Raffaè chiamandolo: «uomo sceltissimo, immenso»; «eccellenza» e «eminenza». Insomma Pasquale nutre un profondo rispetto ed un reverenziale timore per don Raffaè, nonostante questi sia, senza ombra di dubbio, un malavitoso.

Ascoltando il brano la memoria non può non andare che a Raffaele Cutolo, soprannominato “’o professore”, un efferato e spietato criminale che, a partire dagli anni Settanta, tentò di dare vita ad una nuova realtà criminale: un’unica organizzazione, la NCO (Nuova Camorra Organizzata), che gestisse tutte le attività illecite tra Napoli e le altre province, escludendo qualsiasi ingerenza da parte di famiglie non appartenenti al territorio. Al vertice di questo “sistema” c’era lui, Raffaele “il Vangelo” Cutolo. Una volta uscita la canzone, Cutolo si complimentò con De André, inviandogli anche un libro di poesie scritte da lui. Dopo una prima riposta, il cantautore genovese finì la corrispondenza che sembrava averlo messo in imbarazzo o, almeno, così si può dedurre da un suo commento.

La canzone parla di una realtà dove tutti sono colpevoli, quindi non esistono né vincitori né vinti. De André parte da una domanda molto semplice: come mai uno come don Raffaè, nonostante sia un pericoloso criminale, ha un così largo seguito? Perché il cittadino comune, come Pasquale Cafiero, lo rispetta e lo ammira? Sarà forse la paura? Tutti sappiamo come la mafia spadroneggi usando le armi della violenza e del terrore eppure, per De André, non è solo la paura. C’è ben altro.

Pasquale Cafiero legge il giornale assieme al detenuto.       

Prima pagina venti notizie
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa?
Si costerna, s'indigna, s'impegna
poi getta la spugna con gran dignità.

Tutto parte da una completa sfiducia verso lo Stato. Pasquale, e quindi il cittadino comune, si sente abbandonato dallo Stato assente ed incapace di garantire un presente dignitoso ed un futuro tranquillo. I quotidiani si aprono con episodi di ingiustizia e il brigadiere, grattandosi la fronte, si domanda cosa le istituzioni stiano facendo: si impegnano per poi arrendersi. I giornali sottolineano la crisi di uno Stato paralizzato.

Sono le parole di Spadolini, quando si precipitò a Palermo in occasione di una delle tante stragi mafiose: «Sono costernato, sono indignato e mi impegno […]»

Oltre alla giustizia, lo Stato non riesce a garantire nemmeno un lavoro. Infatti il povero brigadiere parla della difficile situazione che sta vivendo il fratello: ha fatto tante domande, partecipato a tanti concorsi eppure non è riuscito a trovare un lavoro. Per di più è costretto ancora a farsi mantenere dalla madre.         

A proposito, tengo nu frate
che da quindici anni sta disoccupato:
chillo ha fatto quaranta concorsi,
novanta domande e duecento ricorsi!
Voi che date conforto e lavoro,
Eminenza, vi bacio v'imploro,
chillo dorme co' mamma e co' me.

C’è il fratello e poi la figlia Innocenza che vuole a tutti i costi sposarsi.         

Aggiungete mia figlia Innocenza,
vuo' ’o marito, nun tene pazienza.

Eppure il povero brigadiere non ha nemmeno i soldi per comprarsi il cappotto e fare, quindi, una bella figura al matrimonio. Sì, perché, non solo chi non ha il lavoro versa in una difficile situazione, ma anche chi, come Pasquale, ha il posto fisso non può contare su un lauto stipendio.         

Qui ci sta l'inflazione, la svalutazione
e la borsa ce l'ha chi ce l'ha.
Io non tengo compendio che chillo stipendio
e un ambo se sogno a papà.

Una profonda crisi economica ha investito l’Italia, piegandola ancora di più in una grave miseria. Cosa rimane da fare se non sperare in un sogno che indichi i numeri da giocare per vincere alla lotteria?

Ed ecco, allora, farsi avanti uomini come don Raffaè che si presentano come paladini che lottano contro tutte le ingiustizie, al fianco del cittadino che si sente abbandonato dallo Stato. In epoche di crisi si corre il rischio che un criminale possa essere visto e accolto come un santo liberatore. Così si presentò Cutolo intervistato da Enzo Biagi: come un benefattore capace di regalare un sorriso a chi ne aveva bisogno. Don Raffaè cavalca la crisi e si presenta come un salvatore ma dietro quella maschera affabile e sorridente si nasconde un volto corrotto, spietato, macchiato di sangue innocente

In questa trappola è caduto Pasquale Cafiero assieme a tanti altri che vedono nella criminalità il loro porto, la loro ancora di salvezza. Basti pensare a quanti favori chiede il brigadiere al detenuto!

Colpevole è lo Stato, sempre più corrotto, che in alcune occasioni non ha esitato a trattare con il mondo della criminalità, come accadde nel 1981 durante il sequestro di Ciro Cirillo. Colpevoli sono quelli come don Raffaè, che fanno i propri comodi, che usano violenza e terrore, che uccidono, senza alcuno scrupolo, innocenti: perché ogni mezzo è lecito se serve a soddisfare la loro bestiale fame senza fine di potere - e guai a chi osa ribellarsi! Colpevole è il cittadino comune, Pasquale Cafiero, che scende a compromessi con il male, lo accetta, chiede ad esso favori, chiude gli occhi per non vedere il vero volto di don Raffaè e, per giustificarsi, elenca le proprie difficoltà e la propria sfiducia verso le istituzioni. Sì, perché il cittadino si nasconde dietro una giustificazione: alla fine è lecito chiedere aiuto a don Raffaè, non c’è niente di male!

        Che crema d'Arabia ch'è chisto cafè!

Amaro come la notte, spietato come l’inferno questo caffè.

Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo. (Pasquale Falcone)

Emmanuele Antonio Serio 

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